[ecologia] Corte d'Appello di Milano sull’Ilva: «Diritto alla salute prima del profitto». Il testo dell'ordinanza e una spiegazione in 8 punti



Ancora in funzione ma già archeologia industriale. L’Ex Ilva è il monumento della deindustrializzazione italiana. Ieri la Corte d’Appello di Milano ha confermato il blocco dell’area a caldo, respingendo la richiesta di sospensiva dei commissari del polo siderurgico.

IL 28 OTTOBRE con lo spegnimento degli impianti di fusione e cokefazione si spegnerà anche l’illusione di tornare a produrre l’acciaio che serve alle nostre industrie. E già dalla prossima settimana inizieranno le manovre per ridurre gradualmente la temperatura dei forni. Chi, alla fine, comprerà la fabbrica avrà una mini Ilva che lavora la materia prima acquistata all’estero e un gigantesco simulacro industriale.

«È rimessa all’autonomia di gestori e proprietari degli impianti l’iniziativa di ripresa dell’attività quando essi avranno rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti e adottato le misure necessarie per ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di sei milioni di tonnellate all’anno», avevano già chiarito i giudici nel luglio scorso. Ma il costo dell’adeguamento dell’area a caldo è proprio quello che nessun gruppo interessato a rilevare l’impianto vuole sborsare. Anche perché gli errori, di gestione e manutenzione, sono stati fatti da altri. L’agonia dura da 14 anni ma la Corte d’Appello di Milano richiama responsabilità recentissime. La richiesta di sospensiva del decreto di fermata dell’area a caldo avanzata da Adi in amministrazione straordinaria va rigettata, secondo la Corte «in primo luogo» perché «il percorso argomentativo seguito dalle ricorrenti si basa su una riproposizione della tesi della bontà delle misure già in essere» ma queste motivazioni «sono già state ritenute infondate o irrilevanti», hanno ribadito ieri i giudici.

IL RICORSO «PUR SUGGESTIVO, non è accompagnato da alcun elemento concreto» dato che i commissari non hanno fornito alcuna «quantificazione, neppure approssimativa, dei costi comparativi di un eventuale adeguamento degli impianti alle prescrizioni imposte» dalla Corte di Giustizia europea «rispetto al rifacimento integrale». La sentenza è chiara: il diritto alla salute prevale su quello al profitto. «Nel conflitto fra il diritto all’esercizio dell’attività di impresa e quello dei cittadini al rispetto dei limiti di tollerabilità delle immissioni a cui sono assoggettati, non può che prevalere quest’ultimo».

Ma se le associazioni ambientaliste e quella dei genitori tarantini, che nel 2021 ha avviato l’azione giudiziaria sulle emissioni, gioiscono, cala la disperazione nell’altra parte della città che con l’acciaio ci lavora e che passerà dalla cassa integrazione al licenziamento. Una bomba sociale innescata in questi 4 anni di inerzia del ministro delle Imprese Adolfo Urso, che Adi ha provato a volgere a suo favore. Ed è su questo punto che la Corte è più dura: «La sospensione dell’area a caldo ordinata con il decreto non pare che possa essere considerata come un evento improvviso ma, piuttosto, come un evento prevedibile su cui non può non essersi misurata, nel corso degli anni, la responsabilità imprenditoriale dei soggetti coinvolti».

Si poteva agire diversamente ma nessuno lo ha fatto, non i commissari e neanche il governo. L’Aigi, l’associazione delle imprese dell’indotto dell’ex Ilva, ha subito comunicato che le procedure di licenziamento per 2500 lavoratori, sospese in una apertura di credito durante il tavolo a Palazzo Chigi di 5 giorni fa, sono riprese. E i sindacati chiedono al governo di «mettere in salvaguardia i lavoratori, prime vittime delle scelte di chi ha avuto ed ha responsabilità decisionali», e di essere convocati dalla premier, che fino a ora aveva evitato di metterci la faccia anche se di fatto ha commissariato Urso trasferendo il dossier al sottosegretario Mantovano.

«I LAVORATORI PRETENDONO risposte sul futuro dell’ex Ilva ed il sistema manifatturiero attende di conoscere il destino della produzione di acciaio nel nostro paese, non accetteremo passivamente un piano che risolva con anni di cassa integrazione e licenziamenti già annunciati – scrivono in una nota congiunta Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm – Bisogna evitare l’esplosione della bomba sociale con interventi ordinari e straordinari». Con gli stessi toni si esprime Confindustria: «Si impongono decisioni urgenti del governo: in primis, l’adozione di un decreto che governi la transizione». Per l’Usb, dopo la sentenza «Meloni non può dire che “non dipende da noi”». Ma dal governo l’intenzione sembra opposta. «Sicuramente continuiamo a fare del nostro meglio, è uno dei file sui quali stiamo spendendo il maggior numero di ore», ha detto Giorgia Meloni.

Luciana Cimino

Fonte: https://ilmanifesto.it/sentenza-sullilva-diritto-alla-salute-prima-del-profitto


Le basi legali dell'iniziativa avviata dai cittadini

L'azione inibitoria contro l'Ilva è un'iniziativa legale preventiva. I cittadini la usano per chiedere al giudice di ordinare la sospensione immediata delle attività inquinanti dello stabilimento, senza dover attendere che il danno alla salute si manifesti del tutto. È uno strumento preventivo: si basa sul principio di precauzione per fermare un pericolo in corso. L'azione avviata dai cittadini e dall'associazione Genitori Tarantini è un'azione civile.

Per saperne di più

Il testo completo dell'ordinanza della Corte d’Appello di Milano e una spiegazione in 8 punti
https://www.peacelink.it/processoilva/a/51585.html