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[nonviolenza] Nonviolenza o barbarie. 107
- Subject: [nonviolenza] Nonviolenza o barbarie. 107
- From: Centro di ricerca per la pace Centro di ricerca per la pace <centropacevt at gmail.com>
- Date: Sat, 1 Aug 2026 05:59:37 +0200
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NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 107 del primo agosto 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it
Sommario di questo numero:
1. Poiche' ogni essere umano
2. Enrico Peyretti: Orientarci alla pace
3. Una lettera al Presidente della Provincia di Viterbo
4. Andreina De Clementi: Annarita Buttafuoco
5. Segnalazioni librarie
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
1. EDITORIALE. POICHE' OGNI ESSERE UMANO
Poiche' ogni essere umano e' un valore infinito, uccidere un essere umano e' il crimine piu' abominevole.
La guerra consiste nell'esecuzione a livello di massa di questo crimine abominevole.
Abolire la guerra e' condizione essenziale per affermare la dignita' umana, il diritto di ogni essere umano alla vita, la civile convivenza, il bene comune dell'umanita' intera.
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Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Salvare le vite e' il primo dovere.
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La nonviolenza e' in cammino.
La nonviolenza e' il cammino.
Nonviolenza o barbarie.
2. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI. ORIENTARCI ALLA PACE
[Ringraziamo di cuore Enrico Peyretti, uno dei maestri della cultura della pace, per questo intervento]
Orientarci alla pace. Appunti semplici da elaborare per pensare e volere la liberazione dalla guerra
- Cerchiamo la pace per vivere, senza minacce e paure, il meglio della vita.
- Sappiamo che non e' sempre facile. Ci sono, negli umani come noi, istinti di sopraffazione e violenza, insieme al desiderio di felicita' e benessere.
- Riconosco, con volonta' di bene e costruttivita' di vita, che ogni altro umano e' uguale e diverso da me: uguale in dignita', diritto, bisogni; diverso in carattere, scelte, mentalita'.
- Riconosco che, per vivere senza farci paura e tristezza, possiamo pensare le nostre diversita' come tali da non spezzare l'uguaglianza fondamentale di valore e di dignita' tra tutti gli umani.
- Tutte le culture e civilta' umane, formatesi nei millenni, riconoscono la famosa e universale cosiddetta "regola d'oro", che afferma (in varie simili formulazioni): "non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te; fai agli altri quel che desideri per te".
(Ho raccolto, nelle sapienze e nelle religioni umane le piu' varie, 38 formulazioni analoghe delle "Regola d'oro", pubblicate in Servitium, Quaderni di ricerca spirituale, (s.egidio at servitium.it), n.152, marzo/aprile 2004, fascicolo Riconoscimento e disprezzo, pp. 103-108. Testo poi aggiornato al 25 novembre 2022).
- Quindi l’umanita' conosce per esperienza come possiamo vivere collaborando a vivere, non abbandonandoci, non danneggiandoci. Conoscere non e' ancora fare. Per vivere bene e reciprocamente bisogna ri-flettere (tornare nel proprio intimo per pensare e decidere la vita buona con gli altri), educarci insieme a cio', creare ambienti vitali impostati sulla con-vivenza. E' lavoro fondativo da difendere e consolidare. E' civilta' (le tante civilta' umane) che significa essere cives, con-cittadini, capaci di abitare insieme la civitas, la citta' umana, la polis, essendo noi molti e differenti, ognuno unico, ma insieme, gli uni per gli altri. Cosi' la vita puo' essere giusta e pacifica.
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- Nelle discussioni attuali su guerra e pace, vediamo alcune convinzioni che ci orientano:
- la guerra aggressiva e' fallimento umano: offesa e violenza sono perdita, in se' e negli altri, della propria umanita', comune a tutti gli umani; sono offesa non solo alle vittime, ma a tutta l'umanita';
- la guerra difensiva esercita il diritto-dovere di difesa, ma e' sbagliata perche' imita, riproduce e conferma i mezzi omicidi dell'aggressione armata;
- il pacifismo e' desiderio di pace, ma risulta un debole auspicio valido, ma non abbastanza operativo: la nonviolenza e' piu' attiva;
- la nonviolenza, concepita e praticata anche nell'antichita' da alcuni profeti anticipatori, non e' solo astensione dalla violenza, come sembra dire la parola nelle lingue occidentali;
- la nonviolenza, nel pensiero e nell'azione di Gandhi, il maggiore maestro moderno, promotore di una cultura ed esperienza attiva, e' chiamata satyagraha, "forza della verita'";
- la forte verita' della vita umana e' non offendere la vita, non dominare, non uccidere;
- e' piu' degna, piu' forte, e piu' vera, la vita che ha la forza di soffrire l'offesa e la violenza, senza restituirle, mentre non e' vita vera e forte quella che restituisce, raddoppia e conferma la violenza;
- la "pazienza" (saper patire, la forza di soffrire la violenza su di se', nelle piccole come nelle grandi cose), e' la forza umana, che tutela la dignita' dell'offeso, e puo' anche risvegliare nel violento offensore il senso di umanita' preziosa e inviolabile, che e' in lui stesso in quanto umano;
- Gandhi dice (e conferma nella sua vita) che vede buone ragioni per morire per la verita' e giustizia, ma non vede alcuna ragione per uccidere;
- Gandhi ammette che la vilta' e' peggiore della violenza, quindi possono verificarsi situazioni estreme (casi singoli e non sistemi) in cui davvero l'unico modo senza alternative per difendere un vivente da un violento e' uccidere il violento. Ma casi cosi' estremi confermano la violenza come male, e la nonviolenza come regola della vita;
- la doppia negazione "non-violenza" e' affermazione positiva della inviolabilita' della vita;
- alla violenza la nonviolenza si oppone con la forza della resistenza (re-sistere e' "stare" senza cedere, senza riconoscere ragioni al violento, senza obbedire o collaborare in alcun modo, senza sottomettersi);
- il singolo puo' testimoniare la verita' della vita anche da solo, ma la consapevolezza della nonviolenza-come-verita' costruisce la cultura, l'organizzazione, i metodi e i mezzi dell'azione nonviolenta partecipata da molti;
- la storia umana registra fino ad oggi (a quanto vediamo) piu' guerre che lotte nonviolente di resistenza e di liberazione, ma cio' e' dovuto anche al fatto che l'attenzione dell'informazione e della storiografia e' ancora troppo concentrata sul clamore e il dolore della guerra piu' che sulla tranquilla forte paziente costruttivita' della vita: l'esercito dolce delle madri di tutti i tempi del mondo e' vittoria della vita sulla morte;
- i conflitti non sono guerre: sono differenze e tensioni tra diverse ricerche di vita, che l'intelligenza, la comunicazione, la mediazione umana puo' risolvere in modo vitale mediamente vantaggioso per ognuna delle parti, mentre la guerra non e' mai vantaggio stabile per la parte che la vince, generando volonta' di rivincita;
- cominciano a trovarsi negli studi e nella cultura documentazioni di esperienze, pratiche, metodi, con cui i popoli, in forme piu' o meno grandi, si sono opposti alla violenza senza riprodurre violenza, e ottenendo risultati di liberazione, giustizia, maggiore umanita'. Di cio' si trova documentazione se si cerca nel lavoro della cultura nonviolenta (che sta guadagnando spazio anche negli studi universitari attenti e seri).
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- Il fatto che la guerra ci spaventa, ci offende, ci addolora, ci toglie la vita, dimostra che e' necessario arrivare ad abolirla nel concetto e nella pratica della politica: le armi e gli eserciti non evitano ma provocano alla guerra;
- il dolore incombente e frequente delle guerre genera scetticismo profondo sulla possibilita' di eliminarle. Ma noi viviamo ogni istante perche' speriamo nel successivo, e, nel profondo, sappiamo che la nostra umanita' puo' evolvere in meglio. Altrimenti rinunciamo alla vita. Siamo scesi dagli alberi, ci siamo fatti bipedi, abbiamo camminato su tutta la terra e navigato sui mari, costruito case e curato malattie, siamo volati fin sulla luna. Se sappiamo, pensiamo e vogliamo, possiamo eliminare la guerra, sempre nemica della vita.
3. LETTERE. UNA LETTERA AL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI VITERBO
Al Presidente della Provincia di Viterbo
Oggetto: cogenti ragioni giuridiche che impediscono l'ostensione di una scritta di effettuale propaganda fascista sull'edificio in via Tommaso Carletti a Viterbo attualmente sede del liceo classico intitolato al martire della Resistenza Mariano Buratti
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Egregio Presidente della Provincia di Viterbo,
mi permetto di segnalarle le cogenti ragioni giuridiche che impediscono l'ostensione di una scritta di propaganda fascista sull'edificio in via Tommaso Carletti a Viterbo attualmente sede del liceo classico intitolato al martire della Resistenza Mariano Buratti.
Le ho gia' indicate giorni fa nella mia lettera alla Soprintendente per i beni culturali dell'Etruria meridionale, lettera di cui ho gia' dato diffusione pubblica (inviandola anche a lei, egregio Presidente); ma nel dubbio che non le sia pervenuta, e rilevando che - a mia conoscenza, e sarei lieto di sbagliarmi - altri soggetti non le hanno ancora segnalato esplicitamente tali dirimenti ragioni, gliele trascrivo qui di seguito in quanto lei presiede l'ente pubblico committente del restauro dell'edificio.
Ai sensi del combinato disposto della XII delle disposizioni transitorie e finali della Costituzione della Repubblica Italiana, dell'articolo 414 del Codice Penale, della legge 20 giugno 1952, n. 645, e della legge 25 giugno 1993, n. 205, ebbene, la scritta "Casa del Balilla" riemersa sulla facciata dell'edificio in questione nel corso dei lavori di restauro, originaria o apocrifa che sia, va rimossa in quanto confliggente con la vigente legislazione italiana che inequivocabilmente vieta la propaganda fascista, l'apologia del fascismo ed ogni attivita' o manufatto o iscrizione intesi alla promozione del fascismo (e quella scritta rientra pienamente in tale sfera).
Alle ragioni giuridiche ovviamente si uniscono le ragioni morali che ogni persona senziente e pensante conosce e riconosce.
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Voglia gradire distinti saluti da un vecchio consigliere provinciale del secolo scorso (quando i consiglieri provinciali erano eletti dai cittadini), che oltre mezzo secolo fa frequento' il liceo a Mariano Buratti intitolato ed allora guidato da Raimondo Pesaresi, indimenticabile maestro di rigore morale e civile, di acribia e di parresia, di fedelta' al vero, al bene, alla giustizia e alla democrazia, a sua volta memore ed erede del lascito di pensiero e azione del suo antico maestro Gaetano De Santis, uno dei dodici docenti universitari che nel 1931 rifiutarono di giurare sottomissione al regime fascista.
Peppe Sini, responsabile del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo
Viterbo, 31 luglio 2026
4. MAESTRE. ANDREINA DE CLEMENTI: ANNARITA BUTTAFUOCO
[Dal Dizionario biografico degli italiani (2016), nel sito www.treccani.it, riproponiamo ancora una volta]
Annarita Buttafuoco nacque a Cagliari il 15 marzo 1951. La madre Raffaella Buttafuoco, in rotta con la famiglia, lascio' con lei la Sardegna per l'isola d'Elba, dove sarebbe nato il secondo figlio Marco. Malgrado le ristrettezze economiche, segui' un regolare corso di studi e frequento' il liceo classico Raffaele Foresi di Portoferraio, terminato il quale progetto' di iscriversi alla facolta' di Lettere di Firenze, alternando studio e lavoro presso un pensionato di suore. "Questo discorso che lei faceva pacatamente mi produceva via via un senso di tristezza. Dai colori luminosi dell'Elba pensarla chiusa tra le mura di un convento mi pareva un affronto a una ragazza cosi' intelligente e cosi' caldamente apprezzata nell'ambiente dove viveva". Cosi' racconta oggi Tilde Capomazza, allora quarantenne, regista televisiva, che offri' quindi ad Annarita di proseguire gli studi ospite della sua casa romana. Ebbe cosi' inizio un lungo, proficuo sodalizio, affettivo e intellettuale, durato dieci anni, che ne istrado' e accompagno' la formazione (Capomazza, 2015).
La stanca routine dell'universita' di Roma venne interrotta dall'incontro con l'antropologa Ida Magli e col suo lavoro su Gli uomini della penitenza (Bologna 1967), dove la storia del Medioevo era vista in chiave antropologica. Buttafuoco mutuo' questo approccio nella sua tesi sui Lineamenti antropologici del sanfedismo – discussa con Vittorio Giuntella e con la stessa Magli – con cui si laureo' nel 1974 col massimo dei voti.
Tanto l'ascendente di quest'ultima che l'argomento della ricerca sarebbero stati determinanti nell'indicare il cammino che stava per intraprendere.
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DWF Donna Woman Femme
Poco dopo, il nuovo libro di Ida Magli La donna, un problema aperto (Firenze 1974) forni' a Capomazza e a lei, nel 1975, lo spunto per la nascita di DWF, la prima rivista italiana dedicata, con qualche ritardo rispetto alle esperienze estere, agli women's studies. Attorno a loro si raccolse un drappello di intellettuali e docenti universitarie di varie discipline "unite da un forte interesse per le istanze politiche del movimento femminista, benche' nessuna di loro potesse dirsi vera e propria militante" (De Longis, 2004, p. 222). Magli entro' anche lei nella redazione, di sole donne, ma non chiusa a collaborazioni maschili.
Il sottotitolo, Rivista di studi antropologici, storici, sociali sulle donne era di per se' rivelatore del progetto culturale condiviso, un'opzione per l'interdisciplinarieta' e, in fatto di storiografia, per la storia sociale su modello Annales, che gia' da qualche tempo aveva soppiantato in Italia la storiografia politica di matrice crocio-gramsciana. Forte l'attenzione alla produzione d'Oltralpe, che occupo' per intero il quarto fascicolo della rivista, dedicato alla storia del lavoro delle donne; in un certo senso, "una scelta obbligata, in assenza di una crescita visibile della storia delle donne in Italia" (ibid., p. 234). In un contesto ancora cosi' sguarnito, il piglio pionieristico di DWF era destinato a suscitare reazioni contrastanti. Se pure dunque avesse tutte le carte in regola per richiamare su di se' una indiscriminata area di consenso, si vide invece ristretta in una sorta di segregazione bifronte: la cultura maschile, accademica e no, la ignoro' e irrise a lungo alla storia delle donne, mentre il movimento femminista, in prevalenza colonizzato dal differenzialismo, la accuso' di "essere al servizio di una cultura tradizionale e maschilista". Ad onta di queste ostilita', il pubblico delle lettrici cresceva a vista d'occhio e, dopo qualche anno, la tiratura avrebbe raggiunto le 3500-4000 copie e i circa 800 abbonati (ibid., p. 235).
Buttafuoco utilizzo' subito il primo numero per rendere pubblica la sua meditata vocazione di storica, con un intervento dal titolo rivelatore: Il tempo ritrovato. Riflessioni sul mestiere di storica, dove Proust andava a braccetto con Marc Bloch; in calce la qualifica di borsista della facolta' di magistero dell'Universita' di Siena, primo gradino di una probabile carriera universitaria.
Con tutte le ingenuita' del caso, quel testo ripercorreva a grandi linee – quasi un tracciato genealogico –, il lascito della storiografia francese, e anticipava alcuni dei temi caratterizzanti del suo profilo di studiosa: il difficile rapporto delle donne col tempo e la urgente necessita' di restituirle alla storia: "Lungi da me, ebbe a precisare più tardi, l'idea di "fondare la storia delle donne"", aveva soltanto cercato di mettere nero su bianco "un problema che in Italia non era mai stato posto per iscritto". E di accennare al tempo stesso al traguardo piu' ambizioso di "una prospettiva piu' ampia possibile, perche' finalmente la storia sia un'altra storia, conoscenza reale di tutto il passato umano" (Buttafuoco, 1990, p. 15).
Giovane com'era – aveva allora appena ventisei anni – era di fatto l'unica storica ma anche l'anima della rivista, alla quale sarebbe rimasta fedele fino all'ultimo e che avrebbe rappresentato un elemento di continuita' del suo percorso di vita. A DWF avrebbe affidato gran parte dei suoi lavori piu' significativi, mentre le molte recensioni, traduzioni, ecc., e la cura della biblioteca del centro studi nato con la rivista sarebbero stati la costante riprova di questa dedizione.
Fin dagli esordi, pero', il gruppo redazionale venne attraversato da tensioni presto sfociate in una rapida resa dei conti; e il quarto numero fu, al momento, anche l'ultimo. Causa scatenante, il dissenso sulla battaglia femminista per l'aborto manifestato da Ida Magli, che abbandono' la partita. Ma le promotrici non si rassegnarono alla chiusura e le pubblicazioni ripresero nell'ottobre 1976 come Nuova DWF, un sottotitolo appena piu' sobrio Quaderno di studi internazionali sulla donna, una nuova capofila, Bianca Maria Scarcia Amoretti, altre redattrici, carattere monografico di ciascun numero (Donne e trasmissione della cultura, Donne e ricerca storica, ecc.), mentre l'editore Bulzoni lascio' il campo dapprima a Coines, poi alla cooperativa autogestita Utopia.
Nel volgere di qualche anno, nel 1979, sarebbe stata Buttafuoco a prendere in mano le redini della rivista, continuando a dirigerla fino al 1986.
Nello stesso periodo, collaboro' a varie trasmissioni televisive, tra cui Si dice donna, progettata da Tilde Capomazza.
A prescindere da quella, certo spiacevole, rottura, Buttafuoco – a suo dire, fino ad allora "gender-blinded", – avrebbe riconosciuto a Ida Magli un merito affatto involontario: "E' attraverso di lei, che poi sono arrivata al femminismo [...] che lei ha sempre rifiutato" (ibid., p. 14) e che si fece organizzatrice e docente "entusiasta e appassionata" di quel "luogo di ricerca collettiva" che era il centro romano intitolato a Virginia Woolf (Bocchetti, 2001, p. 93).
Anche il Centro studi donnawomanfemme, una sorta di retrobottega della rivista, dove si tenevano seminari e interventi in vista dei numeri futuri, venne ben presto incluso in una rete omogenea poi confluita in un convegno nazionale svoltosi a Siena nel 1986 (Bono, 2001, p. 100).
I rapporti con le nuove formazioni femministe non escludevano quelli con la sinistra tradizionale, ormai riveduta e corretta. Nel 1978, venne eletta nel Consiglio nazionale dell'Unione donne italiane (UDI). Che in quel X congresso cambio' pelle, si libero' di antiche incrostazioni e rimodello' i suoi interessi attorno al ruolo della soggettivita' (Ombra, 2001, p. 109). Ma la permanenza in quel consesso duro' pochi mesi, una borsa di studio la chiamo' a Parigi, maturò il distacco da Roma e inizio' al contempo un assiduo pendolarismo milanese. E proprio a Milano, su incarico dell'Unione femminile nazionale (UFN), porto' a termine la sua opera piu' impegnativa.
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Eleonora Fonseca Pimentel
In DWF – nel numero monografico del 1977 Donna e ricerca storica (n. 3, pp. 51-92) – aveva frattanto pubblicato il suo primo saggio di ampio respiro: Eleonora Fonseca Pimentel: una donna nella rivoluzione. Una scelta fuori dal coro rispetto al paradigma allora dominante nella storiografia di punta, che preferiva privilegiare "le masse finora dimenticate" (Buttafuoco, 1990, p. 16), a scapito, e in spregio, delle figure eccezionali. In Eleonora – che gia' vantava un biografo d'eccezione in Benedetto Croce – Buttafuoco si era imbattuta studiando il sanfedismo ed era rimasta colpita dalla sua "particolare sensibilita' rispetto al problema del consenso popolare" (ibid.).
Ma non avrebbe forse ripreso i suoi studi settecenteschi se, inseguendo piste suggerite da altri studiosi, non si fosse imbattuta negli atti del processo di separazione di Eleonora dal marito, il capitano Pasquale Tria de Solis, conservati presso l'Archivio di Stato di Napoli. Dai documenti era emersa la storia di un matrimonio infelice – un vero "inferno domestico" – con un dissipatore delle limitate sostanze della moglie, ostile alle sue amicizie e alla sua attivita' intellettuale, solito a scenate pubbliche e a maltrattamenti che le erano costati l'aborto del secondo figlio. Il processo era andato per le lunghe ed era terminato solo perche' don Pasquale, forse persuaso da un esborso di denaro versato dal suocero, aveva deciso di ritirarsi. Sarebbe morto dieci anni dopo, nel 1795, quando Napoli era attraversata dai fermenti della imminente rivoluzione ed Eleonora si era da tempo incamminata nella nuova vita che l'avrebbe portata a dirigere l'organo principe della rivolta giacobina: Il Monitore Napoletano.
Una documentazione di questo genere rappresentava un'occasione imperdibile per scandagliare quella reciprocita' tra pubblico e privato, che tanto la appassionava.
Di Eleonora, le carte giudiziarie restituivano infatti un ritratto inedito, spogliato dall'aura eroica e libertaria e presago di un agire politico piu' complesso di quello fino allora conosciuto, pervaso di rispetto per le culture antagoniste: dal sanfedismo, cui riconosceva "forza e dignita'", alla religiosita' popolare, che le consigliavano "una politica quanto mai prudente" (Buttafuoco, 1977, p. 87). Un modo, insomma, di declinare la democrazia che apriva a Buttafuoco nuovi orizzonti di riflessione.
Sul triennio giacobino sarebbe tornata più volte, sia per esplorarne il versante "causa delle donne", a cui Fonseca era rimasta estranea (La causa delle donne. Cittadinanza e genere nel triennio "giacobino" italiano, in Modi di essere. Studi, riflessioni, interventi sulla cultura e la politica delle donne in onore di Elvira Badaracco, a cura di Annarita Buttafuoco, Bologna 1991, pp. 99–106), sia per immetterlo nelle genealogie storiche della democrazia e dell'emancipazione femminile.
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Le Mariuccine
Nel 1982, si tenne a Modena il primo convegno nazionale di storia delle donne Percorsi del femminismo e storia delle donne, presenti Sandra Cavallo, Vanessa Maher, Angela Groppi, la stessa Buttafuoco – che figurava tra le organizzatrici –, e tante altre, vale a dire la nuova generazione delle storiche cresciute col movimento degli anni Settanta. Il suo intervento su Il sentimento della politica denunciava senza mezzi termini "l'assenza quasi totale di una produzione di storia politica strettamente intesa connessa [...] al movimento" (Percorsi del femminismo e storia delle donne. Atti del Convegno di Modena, 2-4 aprile 1982, in Nuova DWF, 1983, suppl. al n. 22, monografico, p. 49) e, prendendo le distanze dal ricorso alle metodologie tradizionali, insisteva sul "tentativo di coniugare [...] la storia politica con la storia sociale" (ibid.). Tutt'altro che una dichiarazione di principio, perche' in quella stessa circostanza comunico' di aver avviato la ricerca sull'Asilo Mariuccia, pubblicata tre anni dopo presso Franco Angeli col titolo Le Mariuccine. Storia di un'istituzione laica: l'Asilo Mariuccia (Milano 1985).
L'Asilo, sorto a Milano nel 1902,e intestato a una delle figlie, morta a tredici anni, della fondatrice Ersilia Majno, si prefiggeva il recupero delle giovani prostitute ed era ispirato da due principi basilari: il rigetto della predestinazione genetica al crimine e alla prostituzione, teorizzata da Cesare Lombroso, e una rigorosa laicita', destinata a diluirsi in periodo fascista (Buttafuoco, 1985, p. 414).
Buttafuoco conferiva grande risalto al valore politico-sociale dell'istituzione, alla sua capacita' innovativa della cultura dell'epoca, al suo programmatico porsi a mo' di crocevia tra il socialismo riformista di ambiente milanese, ben rappresentato dai coniugi Ersilia Bronzini e Luigi Majno, e la politica giolittiana del primo quindicennio del Novecento. Alla ricostruzione degli esordi, degli sviluppi e del declino dell'Asilo faceva inoltre da sfondo "un grande affresco sociale dell'Italia, e in particolare di Milano" (Gagliani, 2001, p. 67).
Tuttavia non venivano taciuti i limiti di questa impresa. Perche', in effetti, il progetto pedagogico, l'obiettivo di restituire alla societa' una "donna nuova", a cui le giovani ospiti venivano ammaestrate, prevedeva "di riportare alla loro eta' anagrafica di bambine persone che l'avevano superata da tempo o che non l'avevano mai avuta [...] di voler fare tabula rasa del loro passato" (Buttafuoco, 1985, p. 301). E, di conseguenza, la stessa enfasi sul lavoro – una sorta di logo dell’Asilo –, era spesso e volentieri messa a rischio.
Con buona pace dunque della generosita' e delle consapevolezze delle donne impegnate a vario titolo nell'Asilo, la distanza tra le loro esperienze di vita e quelle delle giovani ospiti risultava davvero incolmabile, anche e soprattutto in fatto di sessualita', che trovava quelle signore borghesi educate alla morale vittoriana affatto disarmate e percio' incapaci di offrire strumenti idonei ad affrontare il mondo esterno.
Vale a dire che nulla l'autrice concedeva alle mitologie. La messa a nudo delle fragilita' e delle inadeguatezze delle consigliere dell'Asilo e della stessa Ersilia Majno "ribalta[va] quel ritratto di gruppo eroico ed idealizzato che finora aveva contrassegnato il discorso storico femminista sull'emancipazionismo" (D'Amelia, 1986, p. 125).
Ad onta di cio', e in definitiva, i difetti e le sconfitte dell'Asilo non avevano, a suo avviso, inficiato il nucleo politico del progetto: dimostrare che "il problema della prostituzione poteva essere affrontato, che non era affatto un dato naturale, ineliminabile". E offrire, altresi', allo Stato un modello di laicizzazione dell'assistenza, sottratta ai filantropi e alla Chiesa e trasformata in "diritto del cittadino" (Buttafuoco, 1990, pp. 19-20).
Occorre aggiungere infine che un'indagine cosi' ampia e articolata sarebbe stata impensabile senza l'accesso all'archivio privato dei Majno, eccezionale per ricchezza e tipologia documentale, prime fra tutte le innumerevoli schede individuali delle ragazze, che recavano in dettaglio – e in una sorta di repertorio antifoucaultiano (Gibson, 1987) – le loro storie di vita, ma anche il dipanarsi del percorso esistenziale di Ersilia Majno, presidente dell'Unione femminile nazionale e gia' a capo del Comitato contro la tratta delle bianche, il cui agire politico appariva a Buttafuoco, che la fa giganteggiare nelle pagine del libro, cosi' intriso di affettivita' e dedizione da suggerirle la definizione di "leader morale".
La vicenda de Le Mariuccine, tratteggiata con mano sicura e indubbio talento storiografico, si guadagno' un riconoscimento immediato e durevole: il libro ha avuto al suo attivo tre edizioni, molte recensioni e reiterate riletture postume.
Che questo lavoro sia stato poi un autentico laboratorio metodologico lo dicono le proiezioni interpretative a cui Buttafuoco approdo' in momenti successivi, la sua constatazione di quanto gli effetti del reintegro delle donne nella storia politica potessero andare ben oltre la cosiddetta storia "aggiuntiva", a cominciare dalla genesi dello Stato sociale, da riconsegnare in toto alla cultura e alla pratica emancipazioniste (Buttafuoco, 1990, p. 29). Il suo revisionismo radicale le consenti' quindi di riscrivere da cima a fondo una pagina della storia nazionale, di sperimentare, insomma, l'altra storia preconizzata fin dai primordi del suo itinerario intellettuale.
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Dalle parole ai fatti
Il controverso rapporto delle donne col loro passato, la "rimozione di quest'ultimo dalla memoria collettiva", il loro rifiuto di "fondare una tradizione", di riconoscere le continuita' genealogiche e l'ereditarieta' del patrimonio comune vennero da lei costantemente stigmatizzati. Questa sorta di "diritto all'amnesia" le appariva un elemento di debolezza e una peculiarita' tutta nostra; le italiane, specifico' piu' volte "non danno testimonianza di se', vivono. E' la loro vita che e' documento". Tra le molte cause possibili – una soverchiante nell'ultima ondata del femminismo – spiccava l'esaltazione del movimento in atto e della sua assoluta unicita' (Buttafuoco, 1991).
E sulla falsariga dei progetti di documentazione sistematica e di trasmissione realizzati in Germania o negli Stati Uniti aveva incluso nel suo magazzino di storica lo scavo documentale, infaticabile organizzatrice com'era di archivi e biblioteche.
Il panorama storiografico non era proprio esaltante, e tuttavia la quotidianita' dei rapporti accademici le riservava frequenti incontri con una autorevole esponente della generazione precedente come Franca Pieroni Bortolotti. Ma al di la' di una naturale forma di rispetto, e malgrado il convergere delle tematiche care a entrambe – i movimenti femministi, l'Ottocento italiano –, le separava un'irriducibile discontinuita', anagrafica e culturale. L'ambiente storico-politico della loro formazione, le rispettive opzioni metodologiche e una diversa concezione della politica misuravano una distanza, che piu' tardi, e solo dopo la morte di Pieroni Bortolotti, sarebbe riuscita, per sua stessa ammissione, a ridurre (Buttafuoco, 1993).
Della storica fiorentina curo' e firmo' un'ampia introduzione alla raccolta postuma Sul movimento politico delle donne. Scritti inediti (Roma 1987), che non dissimulava significative divergenze interpretative, ma giovo' a farla entrare in maggior sintonia con l'altra.
Qualche anno dopo, vinto un concorso per professore associato, insegno' per un biennio Storia del Risorgimento presso l'Universita' di Perugia, finche', nel 1994, non pote' rientrare all'Universita' di Siena, dove insegno', nella sede di Arezzo, Storia dell'Europa contemporanea.
Nel frattempo la cultura femminista italiana cominciava a dare i suoi frutti e gia' nel 1981 vide la luce il primo numero di Memoria. Rivista di storia delle donne, un'esperienza che sarebbe giunta a termine nel 1993 lasciando un segno in questo ambito di studi.
Sull'onda poi del successo di due affollati convegni – Ragnatela di rapporti (Bologna 1986) e La ricerca delle donne (Modena 1987) – che funsero da manifesto programmatico (Cabibbo, 2001, pp. 40 e 52), venne fondata a Roma, nel 1989, la Societa' italiana delle storiche, con sede a Bologna presso il Centro di documentazione delle donne. Benche' dapprima dubbiosa (Buttafuoco, 1993), Buttafuoco figuro' tra le socie fondatrici, assieme, tra le altre, a Maura Palazzi, la prima presidente, Marina D'Amelia, Angela Groppi, Anna Rossi-Doria, Dianella Gagliani, Lucia Ferrante, Nadia Filippini. Ne ebbe a sua volta la presidenza tra il 1991 e il 1995, quando riusci' a realizzare una delle imprese di cui andava piu' orgogliosa, la Scuola estiva di storia delle donne, ospitata nella splendida dimora senese della certosa di Pontignano. Il rettore Luigi Berlinguer delego' lei a rappresentare l'universita', in accordo con la Societa' delle storiche, responsabile scientifica della Scuola.
La Scuola aveva un carattere stanziale e seminariale, e reclutava anche dall'estero docenti che condividevano una settimana di vita comune con una sessantina e piu' di donne di varie eta' e condizione; una formula inusitata e innovativa, che decostruiva i codici, i soggetti e i ruoli del processo di apprendimento, e un'occasione pressoche' unica di conoscenza e di socializzazione. La Scuola, che con questa formula ebbe una lunga vita, fu subito accolta con grande entusiasmo e venne imitata da altre istituzioni.
In quegli anni Novanta, Buttafuoco visse una fase di grandi cambiamenti, sia affettivi – contrasse un duraturo legame con lo storico Camillo Brezzi –, che professionali: fu eletta presidente dell'Unione femminile nazionale per il 1993-96 e, nel 1994, istitui' gli Archivi riuniti delle donne, dove confluirono i carteggi della famiglia Majno, di donne eminenti come Ada Sacchi e Tullia Carettoni Romagnoli e, da ultimo, delle sorelle antifasciste Adele e Bianca Ceva.
Sempre nel 1994, designata erede testamentaria e garante del suo patrimonio economico, scientifico e politico dalla giornalista socialista Elvira Badaracco, promosse la Fondazione a lei intitolata, dalla quale attinse i materiali per la mostra Riguardarsi sul manifesto politico del femminismo degli anni Settanta, realizzata l'anno dopo a Milano in tandem con Emma Baeri.
Nel 1997 la scrittrice Alba de Cespedes, che aveva conosciuto la sua grande stagione nel dopoguerra, si rivolse all'archivio della Fondazione per depositarvi la sterminata documentazione in suo possesso e, a breve distanza dalla sua morte, Buttafuoco si reco' a Parigi assieme all'italianista Marina Zancan per avviare le procedure di sistemazione di questo lascito, in un secondo tempo ceduto in dono alla Fondazione Mondadori. Sulla figura di de Cespedes vennero quindi allestiti da entrambi gli istituti una mostra documentaria e un convegno internazionale.
L'amicizia con Zancan contava gia' circa un decennio; alla fine degli anni Ottanta avevano curato insieme il volume collettaneo Svelamento. Sibilla Aleramo: una biografia intellettuale (Milano 1988), al quale Buttafuoco aveva collaborato con il saggio Vite esemplari. Donne nuove di primo Novecento (pp. 139-162), dove alla celebre scrittrice veniva abbinata l'amata Ersilia Majno, figure esemplari entrambe, scrisse, di "sante laiche".
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Gli ultimi scritti
Questa febbrile operosita' non la distoglieva dal lavoro di ricerca, per il quale riprese e approfondi' i suoi temi ricorrenti: il triennio giacobino, le colpe dell'emancipazionismo nei confronti della storia, fino alla scarsa "consapevolezza del proprio ruolo in relazione alla vita politica" (Buttafuoco, 1991, p. 64) e, in primis, il problema della cittadinanza, affrontato da ottiche diverse: la mostra Cittadine. Il voto alle donne in due secoli di discussioni, immagini, racconti, biografie (Arezzo primo luglio - 28 sett. 1996), in occasione del quinto anniversario del voto alle donne e la pubblicazione di Tra cittadinanza politica e cittadinanza sociale. Progetti ed esperienze del movimento politico delle donne nell'Italia liberale (in Il dilemma della cittadinanza. Diritti e doveri delle donne, a cura di G. Bonacchi - A. Groppi, Bari 1993, pp. 104-127) e Questioni di cittadinanza. Donne e diritti sociali nell'Italia liberale (Siena 1995). Fino all'ultimo scritto, Cittadine italiane al voto, apparso nel 1997 nella rivista Passato e presente (n. 40, pp. 5-11), nel quale l'emancipazionismo, la rimozione della storia e la cittadinanza, o meglio quella malcerta cittadinanza goduta dalle donne, erano figli di una capacita' politica depotenziata, poiche', mediante il voto, le donne "entra[va]no in un sistema pensato e strutturato senza di loro". Fin dal tempo del movimento suffragista, infatti, sapevano bene che votare era solo un primo passo; e che l'acquisto della cittadinanza piena implicava "una [ri]definizione della stessa accezione di politica", volta a conferire valore politico alle "competenze femminili" tradizionali, abbattere quella barriera tra pubblico e privato, che viceversa – con la formula della "essenziale funzione familiare" – era rispuntata surrettiziamente nella nostra Costituzione, pur cosi' ricettiva dei diritti e della dignita' delle donne. Ma la precondizione necessaria a conseguirla coincideva col ripristino della "memoria negata".
In queste poche ma dense pagine, Buttafuoco si cimento' insomma con un vero e proprio affondo – piu' tardi ricordato come "il testamento" di Annarita (Gagliani, 2001, p. 71) –, sui dilemmi su cui si era arrovellata nel corso della sua esistenza, breve ma intensa, bruciante di "passione laica".
Mori' ad Arezzo il 26 maggio 1999, a soli quarantotto anni.
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Opere
Per l'elenco completo delle opere di A. B. in aggiunta a quelle citate nel testo e di seguito si rimanda al sito www.storiadelledonne.it
Il tempo ritrovato. Riflessioni sul mestiere di storica, in DWF, 1975, n. 1, pp. 37-47; Introduzione a F. Pieroni Bortolotti, Sul movimento politico delle donne. Scritti inediti, Roma 1987, pp. IX-LXIII; La filantropia come politica. Esperienze dell'emancipazionismo italiano nel Novecento, in Ragnatele di rapporti. Patronage e reti di relazioni nella storia delle donne, a cura di L. Ferrante - M. Palazzi - G. Pomata, Torino 1988, pp.166-187; Virtu' civiche e virtu' domestiche. Letture del ruolo femminile nel triennio rivoluzionario, in L'Italia nella rivoluzione, 1789-1799, a cura di G. Benassati - L. Rossi, Casalecchio di Reno 1990, pp. 81-88; Vuoti di memoria. Sulla storiografia politica in Italia, in Memoria, 1991, n. 31, pp. 65, 67; Vie per la cittadinanza. Associazionismo politico femminile in Lombardia tra Ottocento e Novecento, in Donna lombarda, 1860-1945, a cura di A. Gigli Marchetti - F. Torcellan, Milano 1992, pp. 21-45; Passaggi. La SIS (1991-1995 e oltre), Relazione della presidente uscente del 24 settembre 1995, in Agenda, 1996, n. 17, pp. 57-77; Riguardarsi. Manifesti del movimento politico delle donne in Italia (catal. Milano 1996), a cura di A. Buttafuoco - E. Baeri, Siena 1997.
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Fonti e bibliografia
R. Macrelli, Le Mariuccine, in DWF, 1986, n. 1, pp. 133-137; M. D'Amelia, Le Mariuccine, in Passato e presente, genn.-apr. 1986, pp. 229-231; L'emancipazionismo italiano tra ideologia e pratica, in Memoria, 1986, n. 16, pp. 115-129; M. Gibson, Le Mariuccine, in Journal of Social History, 1987, n. 4, pp. 837-839; Giornale di Bordo. Intervista di L. Fortini a A.B., Roma 17 maggio 1993, CD di proprieta' di R. De Longis; V. Maher, Le Mariuccine, in Social History, 1987, n. 2, p. 280; A. De Clementi, Il lungo filo di Mnemosine, in Il Manifesto, 27 maggio 1999; E. Baeri, Occhi ridenti sul passato e sul presente, in ibid.; M. De Giorgio, Le donne riscoperte da A. B., in L'Unita', 27 maggio 1999; L. Berlinguer, La mia amica Annarita e la sua passione laica, in L'Unita', 28 maggio 1999; S. Bartoloni - A.M. Crispino, In memoria di un'amica: A. B., in Leggendaria, 2000, n. 15-16, pp. 32-33; DWF, 2000, n. 48, monografico: Una donna del suo genere: A. B. (in partic. Inedita e interrotta, intervista ad A. B. a cura di T. Capomazza raccolta nel 1994, pp. 6-42; E. Baeri, Legami e nodi, pp. 43-56); P. Gabrielli, Programmi, passioni, ritratti singoli e di gruppo. Il movimento politico delle donne negli studi di A. B., in Italia contemporanea, 2000, n. 220-221, pp. 431-462; A. B. Ritratto di una storica, a cura di A. Rossi-Doria, Roma 2001 (in partic. M. De Giorgio, Una storica della nostra eta', pp. 13-31; S. Cabibbo, Il "mestiere di storica" e la Societa' italiana delle Storiche, pp.31-54; D. Gagliani, Itinerari della ricerca storica. Questioni di cittadinanza e di politica, pp. 55-76; E. Vezzosi, Itinerari della ricerca storica. Le politiche sociali nella dimensione internazionale, pp. 77-91; A. Bocchetti, Il buio, i rischi e l'oro. Il centro Culturale Virginia Woolf, pp. 93-97; P. Bono, Non di piccola misura (la rivista e il centro studi DWF), pp. 99-108; M. Ombra, Un reciproco innamoramento. L'UDI., pp.109-114); M. Gibson, Annarita Buttafuoco and Women's History in Italy. Introduction,in Journal of Modern Italian Studies, VII (2002), 1, pp.1-16; P. Gabrielli, Protagonists and Politics in Italian Women's Movement: a Reflection on the Work of A. B., ibid., pp. 74-84; R. De Longis, Tra femminismo e storiografia: i primi anni di "DWF", in Storiche di ieri e di oggi. Dalle autrici dell'Ottocento alle riviste di storia delle donne, a cura di M. Palazzi - I. Porciani, Roma 2004, pp. 223-240; T. Capomazza, informazioni rilasciate all'a. nel dicembre 2015.
5. SEGNALAZIONI LIBRARIE
Riletture
- Adolfo Bioy Casares, Con e senza amore, Sei, Torino 1984, pp. 270.
- Adolfo Bioy Casares, Diario della guerra al maiale, Bompiani, Milano 1971, pp. 248.
- Adolfo Bioy Casares, Dormire al sole, Einaudi, Torino 1979, pp.IV + 250.
- Adolfo Bioy Casares, Il lato dell'ombra e altre storie fantastiche, Editori Riuniti, Roma 1984, pp. 292.
- Adolfo Bioy Casares, Il sogno degli eroi, Bompiani, Milano 1968, pp. 236.
- Adolfo Bioy Casares, La invencion de Morel. El gran Serafin, Catedra, Madrid 1991, pp. 350.
- Adolfo Bioy Casares, La trama celeste, Alianza, Madrid 1991, pp. 184.
- Adolfo Bioy Casares, L'avventura di un fotografo a La Plata, Sur, Roma 2021, pp. 224.
- Adolfo Bioy Casares, L'invenzione di Morel, Bompiani, Milano 1966, 1974, pp. 152.
- Adolfo Bioy Casares, L'orologiaio di Faust, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1990, pp. XXXVI + 192.
- Adolfo Bioy Casares, Plan de evasion, Plaza & Janes, Barcelona 1994, pp. 192.
- Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares, Cronache di Bustos Domecq, Einaudi, Torino 1975, pp. X + 110.
- Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, Nuovi racconti di Bustos Domecq, Ricci, Parma-Milano 1985, pp. 178.
- Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, Sei probemi per don Isidro Parodi, Editori Riuniti, Roma 1978, pp. 172.
- Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, Un modello per la morte, Editori Riuniti, Roma 1980, pp. 92.
- Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, Hugo Santiago, Gli altri, Shakespeare & company, Brescia 1981, pp. 80.
- Silvina Ocampo y Adolfo Bioy Casares, Los que aman, odian, Tusquets, Barcelona 1989, 1990, pp. 158.
- Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares, Racconti brevi e straordinari, Ricci, Parma-Milano 1973, pp. 156.
- Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, I signori del mistero. Antologia dei migliori racconti polizieschi, Editori Riuniti, Roma 1982, pp. 366.
- Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, La cattedrale della paura. Due secoli di racconti polizieschi, Editori Riuniti, Roma 1983, pp. 288.
- Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, Libro del cielo e dell'inferno, Adelphi, Milano 2011, pp. 300.
- Jorge Luis Borges, Silvina Ocampo, Adolfo Bioy Casares, Antologia della letteratura fantastica, Editori Riuniti, Roma 1981, pp. XXII + 606.
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Maestre
- Hannah Arendt, Il concetto d'amore in Agostino, Se, Milano 1992, pp. 168.
- Hannah Arendt, La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano 1964, 1993, pp. 318.
- Hannah Arendt, La vita della mente, Il Mulino, Bologna 1987, 1993, pp. 630.
- Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Comunita', Milano 1967, 1999, Einaudi, Torino 2004, Mondadori, Milano 2010, pp. LXXXIV + 710.
- Hannah Arendt, Rahel Varnhagen, Il Saggiatore, Milano 1988, 2004, pp. XLVI + 292 (+ un inserto fotografico di 16 pp.).
- Hannah Arendt, Sulla rivoluzione, Comunita', Milano 1983, 1996, pp. LXXVIII + 342.
- Hannah Arendt, Tra passato e futuro, Garzanti, Milano 1991, pp. 312.
- Hannah Arendt, Vita Activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 1964, 1994, pp. XXXIV + 286.
- Hannah Arendt, Antologia, Feltrinelli, Milano 2006, pp. XXXVIII + 246.
- Hannah Arendt, Il pensiero secondo. Pagine scelte, Rcs, Milano 1999, pp. II + 238.
- Hannah Arendt, Archivio Arendt. 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001, pp. 272.
- Hannah Arendt, Archivio Arendt. 2. 1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003, pp. XXVI + 230.
- Hannah Arendt, Alcune questioni di filosofia morale, trad. it., Einaudi, Torino 2003, pp. X + 116.
- Hannah Arendt, Antisemitismo e identita' ebraica. Scritti 1941-1945, Comunita', Torino 2002, Einaudi, Torino 2025, pp. XXX + 200.
- Hannah Arendt, Che cos'e' la politica, Comunita', Milano 1995, 1997, Einaudi, Torino 2001, 2006, pp. XIV + 194.
- Hannah Arendt, Disobbedienza civile, Chiarelettere, Milano 2017, 2019, pp. XXIV + 72.
- Hannah Arendt, Ebraismo e modernita', Unicopli, Milano 1986, Feltrinelli, Milano 1993, pp. 232.
- Hannah Arendt, Humanitas mundi. Scritti su Karl Jaspers, Mimesis, Milano-Udine 2015, pp. 102.
- Hannah Arendt, Il futuro alle spalle, Il Mulino, Bologna 1981, 1995, pp. X + 166.
- Hannah Arendt, Illuminismo e questione ebraica, Cronopio, Napoli 2009, pp. 48.
- Hannah Arendt, Il pescatore di perle. Walter Benjamin 1892-1940, Mondadori, Milano 1993, pp. VI + 106.
- Hannah Arendt, Il razzismo prima del razzismo, Castelvecchi, Roma 2018, pp. 80.
- Hannah Arendt, La lingua materna, Mimesis, Milano-Udine 1993, 2005, 2019, pp. 114.
- Hannah Arendt, La menzogna in politica, Marietti 1820, Bologna 2006, 2018, 2019, pp. XXXVIII + 88.
- Hannah Arendt, La rivoluzione ungherese e l'imperialismo totalitario, Raffaello Cortina Editore, Milano 2024, pp. L + 114.
- Hannah Arendt, L'ebreo come paria. Una tradizione nascosta, Giuntina, Firenze 2017, pp. 68.
- Hannah Arendt, L'umanita' in tempi bui, Cortina, Milano 2006, 2019, pp. 90.
- Hannah Arendt, Marx e la tradizione del pensiero politico occidentale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2016, pp. 168.
- Hannah Arendt, Per un'etica della responsabilita'. Lezioni di teoria politica, Mimesis, Milano-Udine 2017, pp. 152.
- Hannah Arendt, Politica ebraica, Cronopio, Napoli 2013, pp. 312.
- Hannah Arendt, Politica e menzogna, Sugarco, Milano 1985, pp. 288.
- Hannah Arendt, Responsabilita' e giudizio, Einaudi, Torino 2004, pp. XXXII + 238.
- Hannah Arendt, Ritorno in Germania, Donzelli, Roma 1996, pp. 64.
- Hannah Arendt, Rosa Luxemburg, Mimesis, Milano-Udine 2022, pp. 138.
- Hannah Arendt, Socrate, Raffaello Cortina Editore, Milano 2015, pp. 126.
- Hannah Arendt, Sulla violenza, Guanda, Parma 1996, pp. 96.
- Hannah Arendt, Sul Secondo sesso di Simone de Beauvoir, Farina Editore, 2022, 2024, pp. 40.
- Hannah Arendt, Verita' e politica, Bollati Boringhieri, Torino 1995, pp. 98.
- Hannah Arendt, Verita' e umanita', Mimesis, Milano-Udine 2014, pp. 76.
- Hannah Arendt, Quaderni e diari, Neri Pozza, 2007, pp. 656.
- Hannah Arendt - Karl Jaspers, Carteggio 1926-1969. Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989, pp. XXIV + 248.
- Hannah Arendt - Mary McCarthy, Tra amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy 1949-1975, Sellerio, Palermo 1999, pp. 720.
- Hannah Arendt - Kurt Blumenfeld, Carteggio 1933-1963, Ombre corte, Verona 2015, pp. 280.
- Hannah Arendt - Martin Heidegger, Lettere 1925-1975, Einaudi, Torino 2000, 2007, pp. VI + 320 (+ un inserto fotografico di 16 pp.).
- Hannah Arendt - Joachim Fest, Eichmann o la banalita' del male. Interviste, lettere, documenti, Giuntina, Firenze 2013, 2014, pp. 222.
- Hannah Arendt - Walter Benjamin, L'angelo della storia. Testi, lettere, documenti, Giuntina, Firenze 2017, 2018, pp. 270.
- Hannah Arendt - Guenther Anders, Scrivimi qualcosa di te. Lettere e documenti, Carocci, Roma 2017, pp. XII + 194.
- Hannah Arendt, L'amicizia e la Shoah. Corrispondenza con Leni Yahil, Edb, Bologna 2017, pp. 112.
- Hannah Arendt, Guenther Stern-Anders, Le Elegie duinesi di R. M. Rilke, Asterios, Trieste 2014, 2019, pp. 80.
6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.
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NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 107 del primo agosto 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it
NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 107 del primo agosto 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it
Sommario di questo numero:
1. Poiche' ogni essere umano
2. Enrico Peyretti: Orientarci alla pace
3. Una lettera al Presidente della Provincia di Viterbo
4. Andreina De Clementi: Annarita Buttafuoco
5. Segnalazioni librarie
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
1. EDITORIALE. POICHE' OGNI ESSERE UMANO
Poiche' ogni essere umano e' un valore infinito, uccidere un essere umano e' il crimine piu' abominevole.
La guerra consiste nell'esecuzione a livello di massa di questo crimine abominevole.
Abolire la guerra e' condizione essenziale per affermare la dignita' umana, il diritto di ogni essere umano alla vita, la civile convivenza, il bene comune dell'umanita' intera.
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Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Salvare le vite e' il primo dovere.
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La nonviolenza e' in cammino.
La nonviolenza e' il cammino.
Nonviolenza o barbarie.
2. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI. ORIENTARCI ALLA PACE
[Ringraziamo di cuore Enrico Peyretti, uno dei maestri della cultura della pace, per questo intervento]
Orientarci alla pace. Appunti semplici da elaborare per pensare e volere la liberazione dalla guerra
- Cerchiamo la pace per vivere, senza minacce e paure, il meglio della vita.
- Sappiamo che non e' sempre facile. Ci sono, negli umani come noi, istinti di sopraffazione e violenza, insieme al desiderio di felicita' e benessere.
- Riconosco, con volonta' di bene e costruttivita' di vita, che ogni altro umano e' uguale e diverso da me: uguale in dignita', diritto, bisogni; diverso in carattere, scelte, mentalita'.
- Riconosco che, per vivere senza farci paura e tristezza, possiamo pensare le nostre diversita' come tali da non spezzare l'uguaglianza fondamentale di valore e di dignita' tra tutti gli umani.
- Tutte le culture e civilta' umane, formatesi nei millenni, riconoscono la famosa e universale cosiddetta "regola d'oro", che afferma (in varie simili formulazioni): "non fare agli altri quel che non vorresti fosse fatto a te; fai agli altri quel che desideri per te".
(Ho raccolto, nelle sapienze e nelle religioni umane le piu' varie, 38 formulazioni analoghe delle "Regola d'oro", pubblicate in Servitium, Quaderni di ricerca spirituale, (s.egidio at servitium.it), n.152, marzo/aprile 2004, fascicolo Riconoscimento e disprezzo, pp. 103-108. Testo poi aggiornato al 25 novembre 2022).
- Quindi l’umanita' conosce per esperienza come possiamo vivere collaborando a vivere, non abbandonandoci, non danneggiandoci. Conoscere non e' ancora fare. Per vivere bene e reciprocamente bisogna ri-flettere (tornare nel proprio intimo per pensare e decidere la vita buona con gli altri), educarci insieme a cio', creare ambienti vitali impostati sulla con-vivenza. E' lavoro fondativo da difendere e consolidare. E' civilta' (le tante civilta' umane) che significa essere cives, con-cittadini, capaci di abitare insieme la civitas, la citta' umana, la polis, essendo noi molti e differenti, ognuno unico, ma insieme, gli uni per gli altri. Cosi' la vita puo' essere giusta e pacifica.
*
- Nelle discussioni attuali su guerra e pace, vediamo alcune convinzioni che ci orientano:
- la guerra aggressiva e' fallimento umano: offesa e violenza sono perdita, in se' e negli altri, della propria umanita', comune a tutti gli umani; sono offesa non solo alle vittime, ma a tutta l'umanita';
- la guerra difensiva esercita il diritto-dovere di difesa, ma e' sbagliata perche' imita, riproduce e conferma i mezzi omicidi dell'aggressione armata;
- il pacifismo e' desiderio di pace, ma risulta un debole auspicio valido, ma non abbastanza operativo: la nonviolenza e' piu' attiva;
- la nonviolenza, concepita e praticata anche nell'antichita' da alcuni profeti anticipatori, non e' solo astensione dalla violenza, come sembra dire la parola nelle lingue occidentali;
- la nonviolenza, nel pensiero e nell'azione di Gandhi, il maggiore maestro moderno, promotore di una cultura ed esperienza attiva, e' chiamata satyagraha, "forza della verita'";
- la forte verita' della vita umana e' non offendere la vita, non dominare, non uccidere;
- e' piu' degna, piu' forte, e piu' vera, la vita che ha la forza di soffrire l'offesa e la violenza, senza restituirle, mentre non e' vita vera e forte quella che restituisce, raddoppia e conferma la violenza;
- la "pazienza" (saper patire, la forza di soffrire la violenza su di se', nelle piccole come nelle grandi cose), e' la forza umana, che tutela la dignita' dell'offeso, e puo' anche risvegliare nel violento offensore il senso di umanita' preziosa e inviolabile, che e' in lui stesso in quanto umano;
- Gandhi dice (e conferma nella sua vita) che vede buone ragioni per morire per la verita' e giustizia, ma non vede alcuna ragione per uccidere;
- Gandhi ammette che la vilta' e' peggiore della violenza, quindi possono verificarsi situazioni estreme (casi singoli e non sistemi) in cui davvero l'unico modo senza alternative per difendere un vivente da un violento e' uccidere il violento. Ma casi cosi' estremi confermano la violenza come male, e la nonviolenza come regola della vita;
- la doppia negazione "non-violenza" e' affermazione positiva della inviolabilita' della vita;
- alla violenza la nonviolenza si oppone con la forza della resistenza (re-sistere e' "stare" senza cedere, senza riconoscere ragioni al violento, senza obbedire o collaborare in alcun modo, senza sottomettersi);
- il singolo puo' testimoniare la verita' della vita anche da solo, ma la consapevolezza della nonviolenza-come-verita' costruisce la cultura, l'organizzazione, i metodi e i mezzi dell'azione nonviolenta partecipata da molti;
- la storia umana registra fino ad oggi (a quanto vediamo) piu' guerre che lotte nonviolente di resistenza e di liberazione, ma cio' e' dovuto anche al fatto che l'attenzione dell'informazione e della storiografia e' ancora troppo concentrata sul clamore e il dolore della guerra piu' che sulla tranquilla forte paziente costruttivita' della vita: l'esercito dolce delle madri di tutti i tempi del mondo e' vittoria della vita sulla morte;
- i conflitti non sono guerre: sono differenze e tensioni tra diverse ricerche di vita, che l'intelligenza, la comunicazione, la mediazione umana puo' risolvere in modo vitale mediamente vantaggioso per ognuna delle parti, mentre la guerra non e' mai vantaggio stabile per la parte che la vince, generando volonta' di rivincita;
- cominciano a trovarsi negli studi e nella cultura documentazioni di esperienze, pratiche, metodi, con cui i popoli, in forme piu' o meno grandi, si sono opposti alla violenza senza riprodurre violenza, e ottenendo risultati di liberazione, giustizia, maggiore umanita'. Di cio' si trova documentazione se si cerca nel lavoro della cultura nonviolenta (che sta guadagnando spazio anche negli studi universitari attenti e seri).
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- Il fatto che la guerra ci spaventa, ci offende, ci addolora, ci toglie la vita, dimostra che e' necessario arrivare ad abolirla nel concetto e nella pratica della politica: le armi e gli eserciti non evitano ma provocano alla guerra;
- il dolore incombente e frequente delle guerre genera scetticismo profondo sulla possibilita' di eliminarle. Ma noi viviamo ogni istante perche' speriamo nel successivo, e, nel profondo, sappiamo che la nostra umanita' puo' evolvere in meglio. Altrimenti rinunciamo alla vita. Siamo scesi dagli alberi, ci siamo fatti bipedi, abbiamo camminato su tutta la terra e navigato sui mari, costruito case e curato malattie, siamo volati fin sulla luna. Se sappiamo, pensiamo e vogliamo, possiamo eliminare la guerra, sempre nemica della vita.
3. LETTERE. UNA LETTERA AL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI VITERBO
Al Presidente della Provincia di Viterbo
Oggetto: cogenti ragioni giuridiche che impediscono l'ostensione di una scritta di effettuale propaganda fascista sull'edificio in via Tommaso Carletti a Viterbo attualmente sede del liceo classico intitolato al martire della Resistenza Mariano Buratti
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Egregio Presidente della Provincia di Viterbo,
mi permetto di segnalarle le cogenti ragioni giuridiche che impediscono l'ostensione di una scritta di propaganda fascista sull'edificio in via Tommaso Carletti a Viterbo attualmente sede del liceo classico intitolato al martire della Resistenza Mariano Buratti.
Le ho gia' indicate giorni fa nella mia lettera alla Soprintendente per i beni culturali dell'Etruria meridionale, lettera di cui ho gia' dato diffusione pubblica (inviandola anche a lei, egregio Presidente); ma nel dubbio che non le sia pervenuta, e rilevando che - a mia conoscenza, e sarei lieto di sbagliarmi - altri soggetti non le hanno ancora segnalato esplicitamente tali dirimenti ragioni, gliele trascrivo qui di seguito in quanto lei presiede l'ente pubblico committente del restauro dell'edificio.
Ai sensi del combinato disposto della XII delle disposizioni transitorie e finali della Costituzione della Repubblica Italiana, dell'articolo 414 del Codice Penale, della legge 20 giugno 1952, n. 645, e della legge 25 giugno 1993, n. 205, ebbene, la scritta "Casa del Balilla" riemersa sulla facciata dell'edificio in questione nel corso dei lavori di restauro, originaria o apocrifa che sia, va rimossa in quanto confliggente con la vigente legislazione italiana che inequivocabilmente vieta la propaganda fascista, l'apologia del fascismo ed ogni attivita' o manufatto o iscrizione intesi alla promozione del fascismo (e quella scritta rientra pienamente in tale sfera).
Alle ragioni giuridiche ovviamente si uniscono le ragioni morali che ogni persona senziente e pensante conosce e riconosce.
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Voglia gradire distinti saluti da un vecchio consigliere provinciale del secolo scorso (quando i consiglieri provinciali erano eletti dai cittadini), che oltre mezzo secolo fa frequento' il liceo a Mariano Buratti intitolato ed allora guidato da Raimondo Pesaresi, indimenticabile maestro di rigore morale e civile, di acribia e di parresia, di fedelta' al vero, al bene, alla giustizia e alla democrazia, a sua volta memore ed erede del lascito di pensiero e azione del suo antico maestro Gaetano De Santis, uno dei dodici docenti universitari che nel 1931 rifiutarono di giurare sottomissione al regime fascista.
Peppe Sini, responsabile del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo
Viterbo, 31 luglio 2026
4. MAESTRE. ANDREINA DE CLEMENTI: ANNARITA BUTTAFUOCO
[Dal Dizionario biografico degli italiani (2016), nel sito www.treccani.it, riproponiamo ancora una volta]
Annarita Buttafuoco nacque a Cagliari il 15 marzo 1951. La madre Raffaella Buttafuoco, in rotta con la famiglia, lascio' con lei la Sardegna per l'isola d'Elba, dove sarebbe nato il secondo figlio Marco. Malgrado le ristrettezze economiche, segui' un regolare corso di studi e frequento' il liceo classico Raffaele Foresi di Portoferraio, terminato il quale progetto' di iscriversi alla facolta' di Lettere di Firenze, alternando studio e lavoro presso un pensionato di suore. "Questo discorso che lei faceva pacatamente mi produceva via via un senso di tristezza. Dai colori luminosi dell'Elba pensarla chiusa tra le mura di un convento mi pareva un affronto a una ragazza cosi' intelligente e cosi' caldamente apprezzata nell'ambiente dove viveva". Cosi' racconta oggi Tilde Capomazza, allora quarantenne, regista televisiva, che offri' quindi ad Annarita di proseguire gli studi ospite della sua casa romana. Ebbe cosi' inizio un lungo, proficuo sodalizio, affettivo e intellettuale, durato dieci anni, che ne istrado' e accompagno' la formazione (Capomazza, 2015).
La stanca routine dell'universita' di Roma venne interrotta dall'incontro con l'antropologa Ida Magli e col suo lavoro su Gli uomini della penitenza (Bologna 1967), dove la storia del Medioevo era vista in chiave antropologica. Buttafuoco mutuo' questo approccio nella sua tesi sui Lineamenti antropologici del sanfedismo – discussa con Vittorio Giuntella e con la stessa Magli – con cui si laureo' nel 1974 col massimo dei voti.
Tanto l'ascendente di quest'ultima che l'argomento della ricerca sarebbero stati determinanti nell'indicare il cammino che stava per intraprendere.
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DWF Donna Woman Femme
Poco dopo, il nuovo libro di Ida Magli La donna, un problema aperto (Firenze 1974) forni' a Capomazza e a lei, nel 1975, lo spunto per la nascita di DWF, la prima rivista italiana dedicata, con qualche ritardo rispetto alle esperienze estere, agli women's studies. Attorno a loro si raccolse un drappello di intellettuali e docenti universitarie di varie discipline "unite da un forte interesse per le istanze politiche del movimento femminista, benche' nessuna di loro potesse dirsi vera e propria militante" (De Longis, 2004, p. 222). Magli entro' anche lei nella redazione, di sole donne, ma non chiusa a collaborazioni maschili.
Il sottotitolo, Rivista di studi antropologici, storici, sociali sulle donne era di per se' rivelatore del progetto culturale condiviso, un'opzione per l'interdisciplinarieta' e, in fatto di storiografia, per la storia sociale su modello Annales, che gia' da qualche tempo aveva soppiantato in Italia la storiografia politica di matrice crocio-gramsciana. Forte l'attenzione alla produzione d'Oltralpe, che occupo' per intero il quarto fascicolo della rivista, dedicato alla storia del lavoro delle donne; in un certo senso, "una scelta obbligata, in assenza di una crescita visibile della storia delle donne in Italia" (ibid., p. 234). In un contesto ancora cosi' sguarnito, il piglio pionieristico di DWF era destinato a suscitare reazioni contrastanti. Se pure dunque avesse tutte le carte in regola per richiamare su di se' una indiscriminata area di consenso, si vide invece ristretta in una sorta di segregazione bifronte: la cultura maschile, accademica e no, la ignoro' e irrise a lungo alla storia delle donne, mentre il movimento femminista, in prevalenza colonizzato dal differenzialismo, la accuso' di "essere al servizio di una cultura tradizionale e maschilista". Ad onta di queste ostilita', il pubblico delle lettrici cresceva a vista d'occhio e, dopo qualche anno, la tiratura avrebbe raggiunto le 3500-4000 copie e i circa 800 abbonati (ibid., p. 235).
Buttafuoco utilizzo' subito il primo numero per rendere pubblica la sua meditata vocazione di storica, con un intervento dal titolo rivelatore: Il tempo ritrovato. Riflessioni sul mestiere di storica, dove Proust andava a braccetto con Marc Bloch; in calce la qualifica di borsista della facolta' di magistero dell'Universita' di Siena, primo gradino di una probabile carriera universitaria.
Con tutte le ingenuita' del caso, quel testo ripercorreva a grandi linee – quasi un tracciato genealogico –, il lascito della storiografia francese, e anticipava alcuni dei temi caratterizzanti del suo profilo di studiosa: il difficile rapporto delle donne col tempo e la urgente necessita' di restituirle alla storia: "Lungi da me, ebbe a precisare più tardi, l'idea di "fondare la storia delle donne"", aveva soltanto cercato di mettere nero su bianco "un problema che in Italia non era mai stato posto per iscritto". E di accennare al tempo stesso al traguardo piu' ambizioso di "una prospettiva piu' ampia possibile, perche' finalmente la storia sia un'altra storia, conoscenza reale di tutto il passato umano" (Buttafuoco, 1990, p. 15).
Giovane com'era – aveva allora appena ventisei anni – era di fatto l'unica storica ma anche l'anima della rivista, alla quale sarebbe rimasta fedele fino all'ultimo e che avrebbe rappresentato un elemento di continuita' del suo percorso di vita. A DWF avrebbe affidato gran parte dei suoi lavori piu' significativi, mentre le molte recensioni, traduzioni, ecc., e la cura della biblioteca del centro studi nato con la rivista sarebbero stati la costante riprova di questa dedizione.
Fin dagli esordi, pero', il gruppo redazionale venne attraversato da tensioni presto sfociate in una rapida resa dei conti; e il quarto numero fu, al momento, anche l'ultimo. Causa scatenante, il dissenso sulla battaglia femminista per l'aborto manifestato da Ida Magli, che abbandono' la partita. Ma le promotrici non si rassegnarono alla chiusura e le pubblicazioni ripresero nell'ottobre 1976 come Nuova DWF, un sottotitolo appena piu' sobrio Quaderno di studi internazionali sulla donna, una nuova capofila, Bianca Maria Scarcia Amoretti, altre redattrici, carattere monografico di ciascun numero (Donne e trasmissione della cultura, Donne e ricerca storica, ecc.), mentre l'editore Bulzoni lascio' il campo dapprima a Coines, poi alla cooperativa autogestita Utopia.
Nel volgere di qualche anno, nel 1979, sarebbe stata Buttafuoco a prendere in mano le redini della rivista, continuando a dirigerla fino al 1986.
Nello stesso periodo, collaboro' a varie trasmissioni televisive, tra cui Si dice donna, progettata da Tilde Capomazza.
A prescindere da quella, certo spiacevole, rottura, Buttafuoco – a suo dire, fino ad allora "gender-blinded", – avrebbe riconosciuto a Ida Magli un merito affatto involontario: "E' attraverso di lei, che poi sono arrivata al femminismo [...] che lei ha sempre rifiutato" (ibid., p. 14) e che si fece organizzatrice e docente "entusiasta e appassionata" di quel "luogo di ricerca collettiva" che era il centro romano intitolato a Virginia Woolf (Bocchetti, 2001, p. 93).
Anche il Centro studi donnawomanfemme, una sorta di retrobottega della rivista, dove si tenevano seminari e interventi in vista dei numeri futuri, venne ben presto incluso in una rete omogenea poi confluita in un convegno nazionale svoltosi a Siena nel 1986 (Bono, 2001, p. 100).
I rapporti con le nuove formazioni femministe non escludevano quelli con la sinistra tradizionale, ormai riveduta e corretta. Nel 1978, venne eletta nel Consiglio nazionale dell'Unione donne italiane (UDI). Che in quel X congresso cambio' pelle, si libero' di antiche incrostazioni e rimodello' i suoi interessi attorno al ruolo della soggettivita' (Ombra, 2001, p. 109). Ma la permanenza in quel consesso duro' pochi mesi, una borsa di studio la chiamo' a Parigi, maturò il distacco da Roma e inizio' al contempo un assiduo pendolarismo milanese. E proprio a Milano, su incarico dell'Unione femminile nazionale (UFN), porto' a termine la sua opera piu' impegnativa.
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Eleonora Fonseca Pimentel
In DWF – nel numero monografico del 1977 Donna e ricerca storica (n. 3, pp. 51-92) – aveva frattanto pubblicato il suo primo saggio di ampio respiro: Eleonora Fonseca Pimentel: una donna nella rivoluzione. Una scelta fuori dal coro rispetto al paradigma allora dominante nella storiografia di punta, che preferiva privilegiare "le masse finora dimenticate" (Buttafuoco, 1990, p. 16), a scapito, e in spregio, delle figure eccezionali. In Eleonora – che gia' vantava un biografo d'eccezione in Benedetto Croce – Buttafuoco si era imbattuta studiando il sanfedismo ed era rimasta colpita dalla sua "particolare sensibilita' rispetto al problema del consenso popolare" (ibid.).
Ma non avrebbe forse ripreso i suoi studi settecenteschi se, inseguendo piste suggerite da altri studiosi, non si fosse imbattuta negli atti del processo di separazione di Eleonora dal marito, il capitano Pasquale Tria de Solis, conservati presso l'Archivio di Stato di Napoli. Dai documenti era emersa la storia di un matrimonio infelice – un vero "inferno domestico" – con un dissipatore delle limitate sostanze della moglie, ostile alle sue amicizie e alla sua attivita' intellettuale, solito a scenate pubbliche e a maltrattamenti che le erano costati l'aborto del secondo figlio. Il processo era andato per le lunghe ed era terminato solo perche' don Pasquale, forse persuaso da un esborso di denaro versato dal suocero, aveva deciso di ritirarsi. Sarebbe morto dieci anni dopo, nel 1795, quando Napoli era attraversata dai fermenti della imminente rivoluzione ed Eleonora si era da tempo incamminata nella nuova vita che l'avrebbe portata a dirigere l'organo principe della rivolta giacobina: Il Monitore Napoletano.
Una documentazione di questo genere rappresentava un'occasione imperdibile per scandagliare quella reciprocita' tra pubblico e privato, che tanto la appassionava.
Di Eleonora, le carte giudiziarie restituivano infatti un ritratto inedito, spogliato dall'aura eroica e libertaria e presago di un agire politico piu' complesso di quello fino allora conosciuto, pervaso di rispetto per le culture antagoniste: dal sanfedismo, cui riconosceva "forza e dignita'", alla religiosita' popolare, che le consigliavano "una politica quanto mai prudente" (Buttafuoco, 1977, p. 87). Un modo, insomma, di declinare la democrazia che apriva a Buttafuoco nuovi orizzonti di riflessione.
Sul triennio giacobino sarebbe tornata più volte, sia per esplorarne il versante "causa delle donne", a cui Fonseca era rimasta estranea (La causa delle donne. Cittadinanza e genere nel triennio "giacobino" italiano, in Modi di essere. Studi, riflessioni, interventi sulla cultura e la politica delle donne in onore di Elvira Badaracco, a cura di Annarita Buttafuoco, Bologna 1991, pp. 99–106), sia per immetterlo nelle genealogie storiche della democrazia e dell'emancipazione femminile.
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Le Mariuccine
Nel 1982, si tenne a Modena il primo convegno nazionale di storia delle donne Percorsi del femminismo e storia delle donne, presenti Sandra Cavallo, Vanessa Maher, Angela Groppi, la stessa Buttafuoco – che figurava tra le organizzatrici –, e tante altre, vale a dire la nuova generazione delle storiche cresciute col movimento degli anni Settanta. Il suo intervento su Il sentimento della politica denunciava senza mezzi termini "l'assenza quasi totale di una produzione di storia politica strettamente intesa connessa [...] al movimento" (Percorsi del femminismo e storia delle donne. Atti del Convegno di Modena, 2-4 aprile 1982, in Nuova DWF, 1983, suppl. al n. 22, monografico, p. 49) e, prendendo le distanze dal ricorso alle metodologie tradizionali, insisteva sul "tentativo di coniugare [...] la storia politica con la storia sociale" (ibid.). Tutt'altro che una dichiarazione di principio, perche' in quella stessa circostanza comunico' di aver avviato la ricerca sull'Asilo Mariuccia, pubblicata tre anni dopo presso Franco Angeli col titolo Le Mariuccine. Storia di un'istituzione laica: l'Asilo Mariuccia (Milano 1985).
L'Asilo, sorto a Milano nel 1902,e intestato a una delle figlie, morta a tredici anni, della fondatrice Ersilia Majno, si prefiggeva il recupero delle giovani prostitute ed era ispirato da due principi basilari: il rigetto della predestinazione genetica al crimine e alla prostituzione, teorizzata da Cesare Lombroso, e una rigorosa laicita', destinata a diluirsi in periodo fascista (Buttafuoco, 1985, p. 414).
Buttafuoco conferiva grande risalto al valore politico-sociale dell'istituzione, alla sua capacita' innovativa della cultura dell'epoca, al suo programmatico porsi a mo' di crocevia tra il socialismo riformista di ambiente milanese, ben rappresentato dai coniugi Ersilia Bronzini e Luigi Majno, e la politica giolittiana del primo quindicennio del Novecento. Alla ricostruzione degli esordi, degli sviluppi e del declino dell'Asilo faceva inoltre da sfondo "un grande affresco sociale dell'Italia, e in particolare di Milano" (Gagliani, 2001, p. 67).
Tuttavia non venivano taciuti i limiti di questa impresa. Perche', in effetti, il progetto pedagogico, l'obiettivo di restituire alla societa' una "donna nuova", a cui le giovani ospiti venivano ammaestrate, prevedeva "di riportare alla loro eta' anagrafica di bambine persone che l'avevano superata da tempo o che non l'avevano mai avuta [...] di voler fare tabula rasa del loro passato" (Buttafuoco, 1985, p. 301). E, di conseguenza, la stessa enfasi sul lavoro – una sorta di logo dell’Asilo –, era spesso e volentieri messa a rischio.
Con buona pace dunque della generosita' e delle consapevolezze delle donne impegnate a vario titolo nell'Asilo, la distanza tra le loro esperienze di vita e quelle delle giovani ospiti risultava davvero incolmabile, anche e soprattutto in fatto di sessualita', che trovava quelle signore borghesi educate alla morale vittoriana affatto disarmate e percio' incapaci di offrire strumenti idonei ad affrontare il mondo esterno.
Vale a dire che nulla l'autrice concedeva alle mitologie. La messa a nudo delle fragilita' e delle inadeguatezze delle consigliere dell'Asilo e della stessa Ersilia Majno "ribalta[va] quel ritratto di gruppo eroico ed idealizzato che finora aveva contrassegnato il discorso storico femminista sull'emancipazionismo" (D'Amelia, 1986, p. 125).
Ad onta di cio', e in definitiva, i difetti e le sconfitte dell'Asilo non avevano, a suo avviso, inficiato il nucleo politico del progetto: dimostrare che "il problema della prostituzione poteva essere affrontato, che non era affatto un dato naturale, ineliminabile". E offrire, altresi', allo Stato un modello di laicizzazione dell'assistenza, sottratta ai filantropi e alla Chiesa e trasformata in "diritto del cittadino" (Buttafuoco, 1990, pp. 19-20).
Occorre aggiungere infine che un'indagine cosi' ampia e articolata sarebbe stata impensabile senza l'accesso all'archivio privato dei Majno, eccezionale per ricchezza e tipologia documentale, prime fra tutte le innumerevoli schede individuali delle ragazze, che recavano in dettaglio – e in una sorta di repertorio antifoucaultiano (Gibson, 1987) – le loro storie di vita, ma anche il dipanarsi del percorso esistenziale di Ersilia Majno, presidente dell'Unione femminile nazionale e gia' a capo del Comitato contro la tratta delle bianche, il cui agire politico appariva a Buttafuoco, che la fa giganteggiare nelle pagine del libro, cosi' intriso di affettivita' e dedizione da suggerirle la definizione di "leader morale".
La vicenda de Le Mariuccine, tratteggiata con mano sicura e indubbio talento storiografico, si guadagno' un riconoscimento immediato e durevole: il libro ha avuto al suo attivo tre edizioni, molte recensioni e reiterate riletture postume.
Che questo lavoro sia stato poi un autentico laboratorio metodologico lo dicono le proiezioni interpretative a cui Buttafuoco approdo' in momenti successivi, la sua constatazione di quanto gli effetti del reintegro delle donne nella storia politica potessero andare ben oltre la cosiddetta storia "aggiuntiva", a cominciare dalla genesi dello Stato sociale, da riconsegnare in toto alla cultura e alla pratica emancipazioniste (Buttafuoco, 1990, p. 29). Il suo revisionismo radicale le consenti' quindi di riscrivere da cima a fondo una pagina della storia nazionale, di sperimentare, insomma, l'altra storia preconizzata fin dai primordi del suo itinerario intellettuale.
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Dalle parole ai fatti
Il controverso rapporto delle donne col loro passato, la "rimozione di quest'ultimo dalla memoria collettiva", il loro rifiuto di "fondare una tradizione", di riconoscere le continuita' genealogiche e l'ereditarieta' del patrimonio comune vennero da lei costantemente stigmatizzati. Questa sorta di "diritto all'amnesia" le appariva un elemento di debolezza e una peculiarita' tutta nostra; le italiane, specifico' piu' volte "non danno testimonianza di se', vivono. E' la loro vita che e' documento". Tra le molte cause possibili – una soverchiante nell'ultima ondata del femminismo – spiccava l'esaltazione del movimento in atto e della sua assoluta unicita' (Buttafuoco, 1991).
E sulla falsariga dei progetti di documentazione sistematica e di trasmissione realizzati in Germania o negli Stati Uniti aveva incluso nel suo magazzino di storica lo scavo documentale, infaticabile organizzatrice com'era di archivi e biblioteche.
Il panorama storiografico non era proprio esaltante, e tuttavia la quotidianita' dei rapporti accademici le riservava frequenti incontri con una autorevole esponente della generazione precedente come Franca Pieroni Bortolotti. Ma al di la' di una naturale forma di rispetto, e malgrado il convergere delle tematiche care a entrambe – i movimenti femministi, l'Ottocento italiano –, le separava un'irriducibile discontinuita', anagrafica e culturale. L'ambiente storico-politico della loro formazione, le rispettive opzioni metodologiche e una diversa concezione della politica misuravano una distanza, che piu' tardi, e solo dopo la morte di Pieroni Bortolotti, sarebbe riuscita, per sua stessa ammissione, a ridurre (Buttafuoco, 1993).
Della storica fiorentina curo' e firmo' un'ampia introduzione alla raccolta postuma Sul movimento politico delle donne. Scritti inediti (Roma 1987), che non dissimulava significative divergenze interpretative, ma giovo' a farla entrare in maggior sintonia con l'altra.
Qualche anno dopo, vinto un concorso per professore associato, insegno' per un biennio Storia del Risorgimento presso l'Universita' di Perugia, finche', nel 1994, non pote' rientrare all'Universita' di Siena, dove insegno', nella sede di Arezzo, Storia dell'Europa contemporanea.
Nel frattempo la cultura femminista italiana cominciava a dare i suoi frutti e gia' nel 1981 vide la luce il primo numero di Memoria. Rivista di storia delle donne, un'esperienza che sarebbe giunta a termine nel 1993 lasciando un segno in questo ambito di studi.
Sull'onda poi del successo di due affollati convegni – Ragnatela di rapporti (Bologna 1986) e La ricerca delle donne (Modena 1987) – che funsero da manifesto programmatico (Cabibbo, 2001, pp. 40 e 52), venne fondata a Roma, nel 1989, la Societa' italiana delle storiche, con sede a Bologna presso il Centro di documentazione delle donne. Benche' dapprima dubbiosa (Buttafuoco, 1993), Buttafuoco figuro' tra le socie fondatrici, assieme, tra le altre, a Maura Palazzi, la prima presidente, Marina D'Amelia, Angela Groppi, Anna Rossi-Doria, Dianella Gagliani, Lucia Ferrante, Nadia Filippini. Ne ebbe a sua volta la presidenza tra il 1991 e il 1995, quando riusci' a realizzare una delle imprese di cui andava piu' orgogliosa, la Scuola estiva di storia delle donne, ospitata nella splendida dimora senese della certosa di Pontignano. Il rettore Luigi Berlinguer delego' lei a rappresentare l'universita', in accordo con la Societa' delle storiche, responsabile scientifica della Scuola.
La Scuola aveva un carattere stanziale e seminariale, e reclutava anche dall'estero docenti che condividevano una settimana di vita comune con una sessantina e piu' di donne di varie eta' e condizione; una formula inusitata e innovativa, che decostruiva i codici, i soggetti e i ruoli del processo di apprendimento, e un'occasione pressoche' unica di conoscenza e di socializzazione. La Scuola, che con questa formula ebbe una lunga vita, fu subito accolta con grande entusiasmo e venne imitata da altre istituzioni.
In quegli anni Novanta, Buttafuoco visse una fase di grandi cambiamenti, sia affettivi – contrasse un duraturo legame con lo storico Camillo Brezzi –, che professionali: fu eletta presidente dell'Unione femminile nazionale per il 1993-96 e, nel 1994, istitui' gli Archivi riuniti delle donne, dove confluirono i carteggi della famiglia Majno, di donne eminenti come Ada Sacchi e Tullia Carettoni Romagnoli e, da ultimo, delle sorelle antifasciste Adele e Bianca Ceva.
Sempre nel 1994, designata erede testamentaria e garante del suo patrimonio economico, scientifico e politico dalla giornalista socialista Elvira Badaracco, promosse la Fondazione a lei intitolata, dalla quale attinse i materiali per la mostra Riguardarsi sul manifesto politico del femminismo degli anni Settanta, realizzata l'anno dopo a Milano in tandem con Emma Baeri.
Nel 1997 la scrittrice Alba de Cespedes, che aveva conosciuto la sua grande stagione nel dopoguerra, si rivolse all'archivio della Fondazione per depositarvi la sterminata documentazione in suo possesso e, a breve distanza dalla sua morte, Buttafuoco si reco' a Parigi assieme all'italianista Marina Zancan per avviare le procedure di sistemazione di questo lascito, in un secondo tempo ceduto in dono alla Fondazione Mondadori. Sulla figura di de Cespedes vennero quindi allestiti da entrambi gli istituti una mostra documentaria e un convegno internazionale.
L'amicizia con Zancan contava gia' circa un decennio; alla fine degli anni Ottanta avevano curato insieme il volume collettaneo Svelamento. Sibilla Aleramo: una biografia intellettuale (Milano 1988), al quale Buttafuoco aveva collaborato con il saggio Vite esemplari. Donne nuove di primo Novecento (pp. 139-162), dove alla celebre scrittrice veniva abbinata l'amata Ersilia Majno, figure esemplari entrambe, scrisse, di "sante laiche".
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Gli ultimi scritti
Questa febbrile operosita' non la distoglieva dal lavoro di ricerca, per il quale riprese e approfondi' i suoi temi ricorrenti: il triennio giacobino, le colpe dell'emancipazionismo nei confronti della storia, fino alla scarsa "consapevolezza del proprio ruolo in relazione alla vita politica" (Buttafuoco, 1991, p. 64) e, in primis, il problema della cittadinanza, affrontato da ottiche diverse: la mostra Cittadine. Il voto alle donne in due secoli di discussioni, immagini, racconti, biografie (Arezzo primo luglio - 28 sett. 1996), in occasione del quinto anniversario del voto alle donne e la pubblicazione di Tra cittadinanza politica e cittadinanza sociale. Progetti ed esperienze del movimento politico delle donne nell'Italia liberale (in Il dilemma della cittadinanza. Diritti e doveri delle donne, a cura di G. Bonacchi - A. Groppi, Bari 1993, pp. 104-127) e Questioni di cittadinanza. Donne e diritti sociali nell'Italia liberale (Siena 1995). Fino all'ultimo scritto, Cittadine italiane al voto, apparso nel 1997 nella rivista Passato e presente (n. 40, pp. 5-11), nel quale l'emancipazionismo, la rimozione della storia e la cittadinanza, o meglio quella malcerta cittadinanza goduta dalle donne, erano figli di una capacita' politica depotenziata, poiche', mediante il voto, le donne "entra[va]no in un sistema pensato e strutturato senza di loro". Fin dal tempo del movimento suffragista, infatti, sapevano bene che votare era solo un primo passo; e che l'acquisto della cittadinanza piena implicava "una [ri]definizione della stessa accezione di politica", volta a conferire valore politico alle "competenze femminili" tradizionali, abbattere quella barriera tra pubblico e privato, che viceversa – con la formula della "essenziale funzione familiare" – era rispuntata surrettiziamente nella nostra Costituzione, pur cosi' ricettiva dei diritti e della dignita' delle donne. Ma la precondizione necessaria a conseguirla coincideva col ripristino della "memoria negata".
In queste poche ma dense pagine, Buttafuoco si cimento' insomma con un vero e proprio affondo – piu' tardi ricordato come "il testamento" di Annarita (Gagliani, 2001, p. 71) –, sui dilemmi su cui si era arrovellata nel corso della sua esistenza, breve ma intensa, bruciante di "passione laica".
Mori' ad Arezzo il 26 maggio 1999, a soli quarantotto anni.
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Opere
Per l'elenco completo delle opere di A. B. in aggiunta a quelle citate nel testo e di seguito si rimanda al sito www.storiadelledonne.it
Il tempo ritrovato. Riflessioni sul mestiere di storica, in DWF, 1975, n. 1, pp. 37-47; Introduzione a F. Pieroni Bortolotti, Sul movimento politico delle donne. Scritti inediti, Roma 1987, pp. IX-LXIII; La filantropia come politica. Esperienze dell'emancipazionismo italiano nel Novecento, in Ragnatele di rapporti. Patronage e reti di relazioni nella storia delle donne, a cura di L. Ferrante - M. Palazzi - G. Pomata, Torino 1988, pp.166-187; Virtu' civiche e virtu' domestiche. Letture del ruolo femminile nel triennio rivoluzionario, in L'Italia nella rivoluzione, 1789-1799, a cura di G. Benassati - L. Rossi, Casalecchio di Reno 1990, pp. 81-88; Vuoti di memoria. Sulla storiografia politica in Italia, in Memoria, 1991, n. 31, pp. 65, 67; Vie per la cittadinanza. Associazionismo politico femminile in Lombardia tra Ottocento e Novecento, in Donna lombarda, 1860-1945, a cura di A. Gigli Marchetti - F. Torcellan, Milano 1992, pp. 21-45; Passaggi. La SIS (1991-1995 e oltre), Relazione della presidente uscente del 24 settembre 1995, in Agenda, 1996, n. 17, pp. 57-77; Riguardarsi. Manifesti del movimento politico delle donne in Italia (catal. Milano 1996), a cura di A. Buttafuoco - E. Baeri, Siena 1997.
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Fonti e bibliografia
R. Macrelli, Le Mariuccine, in DWF, 1986, n. 1, pp. 133-137; M. D'Amelia, Le Mariuccine, in Passato e presente, genn.-apr. 1986, pp. 229-231; L'emancipazionismo italiano tra ideologia e pratica, in Memoria, 1986, n. 16, pp. 115-129; M. Gibson, Le Mariuccine, in Journal of Social History, 1987, n. 4, pp. 837-839; Giornale di Bordo. Intervista di L. Fortini a A.B., Roma 17 maggio 1993, CD di proprieta' di R. De Longis; V. Maher, Le Mariuccine, in Social History, 1987, n. 2, p. 280; A. De Clementi, Il lungo filo di Mnemosine, in Il Manifesto, 27 maggio 1999; E. Baeri, Occhi ridenti sul passato e sul presente, in ibid.; M. De Giorgio, Le donne riscoperte da A. B., in L'Unita', 27 maggio 1999; L. Berlinguer, La mia amica Annarita e la sua passione laica, in L'Unita', 28 maggio 1999; S. Bartoloni - A.M. Crispino, In memoria di un'amica: A. B., in Leggendaria, 2000, n. 15-16, pp. 32-33; DWF, 2000, n. 48, monografico: Una donna del suo genere: A. B. (in partic. Inedita e interrotta, intervista ad A. B. a cura di T. Capomazza raccolta nel 1994, pp. 6-42; E. Baeri, Legami e nodi, pp. 43-56); P. Gabrielli, Programmi, passioni, ritratti singoli e di gruppo. Il movimento politico delle donne negli studi di A. B., in Italia contemporanea, 2000, n. 220-221, pp. 431-462; A. B. Ritratto di una storica, a cura di A. Rossi-Doria, Roma 2001 (in partic. M. De Giorgio, Una storica della nostra eta', pp. 13-31; S. Cabibbo, Il "mestiere di storica" e la Societa' italiana delle Storiche, pp.31-54; D. Gagliani, Itinerari della ricerca storica. Questioni di cittadinanza e di politica, pp. 55-76; E. Vezzosi, Itinerari della ricerca storica. Le politiche sociali nella dimensione internazionale, pp. 77-91; A. Bocchetti, Il buio, i rischi e l'oro. Il centro Culturale Virginia Woolf, pp. 93-97; P. Bono, Non di piccola misura (la rivista e il centro studi DWF), pp. 99-108; M. Ombra, Un reciproco innamoramento. L'UDI., pp.109-114); M. Gibson, Annarita Buttafuoco and Women's History in Italy. Introduction,in Journal of Modern Italian Studies, VII (2002), 1, pp.1-16; P. Gabrielli, Protagonists and Politics in Italian Women's Movement: a Reflection on the Work of A. B., ibid., pp. 74-84; R. De Longis, Tra femminismo e storiografia: i primi anni di "DWF", in Storiche di ieri e di oggi. Dalle autrici dell'Ottocento alle riviste di storia delle donne, a cura di M. Palazzi - I. Porciani, Roma 2004, pp. 223-240; T. Capomazza, informazioni rilasciate all'a. nel dicembre 2015.
5. SEGNALAZIONI LIBRARIE
Riletture
- Adolfo Bioy Casares, Con e senza amore, Sei, Torino 1984, pp. 270.
- Adolfo Bioy Casares, Diario della guerra al maiale, Bompiani, Milano 1971, pp. 248.
- Adolfo Bioy Casares, Dormire al sole, Einaudi, Torino 1979, pp.IV + 250.
- Adolfo Bioy Casares, Il lato dell'ombra e altre storie fantastiche, Editori Riuniti, Roma 1984, pp. 292.
- Adolfo Bioy Casares, Il sogno degli eroi, Bompiani, Milano 1968, pp. 236.
- Adolfo Bioy Casares, La invencion de Morel. El gran Serafin, Catedra, Madrid 1991, pp. 350.
- Adolfo Bioy Casares, La trama celeste, Alianza, Madrid 1991, pp. 184.
- Adolfo Bioy Casares, L'avventura di un fotografo a La Plata, Sur, Roma 2021, pp. 224.
- Adolfo Bioy Casares, L'invenzione di Morel, Bompiani, Milano 1966, 1974, pp. 152.
- Adolfo Bioy Casares, L'orologiaio di Faust, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1990, pp. XXXVI + 192.
- Adolfo Bioy Casares, Plan de evasion, Plaza & Janes, Barcelona 1994, pp. 192.
- Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares, Cronache di Bustos Domecq, Einaudi, Torino 1975, pp. X + 110.
- Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, Nuovi racconti di Bustos Domecq, Ricci, Parma-Milano 1985, pp. 178.
- Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, Sei probemi per don Isidro Parodi, Editori Riuniti, Roma 1978, pp. 172.
- Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, Un modello per la morte, Editori Riuniti, Roma 1980, pp. 92.
- Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, Hugo Santiago, Gli altri, Shakespeare & company, Brescia 1981, pp. 80.
- Silvina Ocampo y Adolfo Bioy Casares, Los que aman, odian, Tusquets, Barcelona 1989, 1990, pp. 158.
- Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares, Racconti brevi e straordinari, Ricci, Parma-Milano 1973, pp. 156.
- Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, I signori del mistero. Antologia dei migliori racconti polizieschi, Editori Riuniti, Roma 1982, pp. 366.
- Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, La cattedrale della paura. Due secoli di racconti polizieschi, Editori Riuniti, Roma 1983, pp. 288.
- Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, Libro del cielo e dell'inferno, Adelphi, Milano 2011, pp. 300.
- Jorge Luis Borges, Silvina Ocampo, Adolfo Bioy Casares, Antologia della letteratura fantastica, Editori Riuniti, Roma 1981, pp. XXII + 606.
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Maestre
- Hannah Arendt, Il concetto d'amore in Agostino, Se, Milano 1992, pp. 168.
- Hannah Arendt, La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano 1964, 1993, pp. 318.
- Hannah Arendt, La vita della mente, Il Mulino, Bologna 1987, 1993, pp. 630.
- Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Comunita', Milano 1967, 1999, Einaudi, Torino 2004, Mondadori, Milano 2010, pp. LXXXIV + 710.
- Hannah Arendt, Rahel Varnhagen, Il Saggiatore, Milano 1988, 2004, pp. XLVI + 292 (+ un inserto fotografico di 16 pp.).
- Hannah Arendt, Sulla rivoluzione, Comunita', Milano 1983, 1996, pp. LXXVIII + 342.
- Hannah Arendt, Tra passato e futuro, Garzanti, Milano 1991, pp. 312.
- Hannah Arendt, Vita Activa. La condizione umana, Bompiani, Milano 1964, 1994, pp. XXXIV + 286.
- Hannah Arendt, Antologia, Feltrinelli, Milano 2006, pp. XXXVIII + 246.
- Hannah Arendt, Il pensiero secondo. Pagine scelte, Rcs, Milano 1999, pp. II + 238.
- Hannah Arendt, Archivio Arendt. 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001, pp. 272.
- Hannah Arendt, Archivio Arendt. 2. 1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003, pp. XXVI + 230.
- Hannah Arendt, Alcune questioni di filosofia morale, trad. it., Einaudi, Torino 2003, pp. X + 116.
- Hannah Arendt, Antisemitismo e identita' ebraica. Scritti 1941-1945, Comunita', Torino 2002, Einaudi, Torino 2025, pp. XXX + 200.
- Hannah Arendt, Che cos'e' la politica, Comunita', Milano 1995, 1997, Einaudi, Torino 2001, 2006, pp. XIV + 194.
- Hannah Arendt, Disobbedienza civile, Chiarelettere, Milano 2017, 2019, pp. XXIV + 72.
- Hannah Arendt, Ebraismo e modernita', Unicopli, Milano 1986, Feltrinelli, Milano 1993, pp. 232.
- Hannah Arendt, Humanitas mundi. Scritti su Karl Jaspers, Mimesis, Milano-Udine 2015, pp. 102.
- Hannah Arendt, Il futuro alle spalle, Il Mulino, Bologna 1981, 1995, pp. X + 166.
- Hannah Arendt, Illuminismo e questione ebraica, Cronopio, Napoli 2009, pp. 48.
- Hannah Arendt, Il pescatore di perle. Walter Benjamin 1892-1940, Mondadori, Milano 1993, pp. VI + 106.
- Hannah Arendt, Il razzismo prima del razzismo, Castelvecchi, Roma 2018, pp. 80.
- Hannah Arendt, La lingua materna, Mimesis, Milano-Udine 1993, 2005, 2019, pp. 114.
- Hannah Arendt, La menzogna in politica, Marietti 1820, Bologna 2006, 2018, 2019, pp. XXXVIII + 88.
- Hannah Arendt, La rivoluzione ungherese e l'imperialismo totalitario, Raffaello Cortina Editore, Milano 2024, pp. L + 114.
- Hannah Arendt, L'ebreo come paria. Una tradizione nascosta, Giuntina, Firenze 2017, pp. 68.
- Hannah Arendt, L'umanita' in tempi bui, Cortina, Milano 2006, 2019, pp. 90.
- Hannah Arendt, Marx e la tradizione del pensiero politico occidentale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2016, pp. 168.
- Hannah Arendt, Per un'etica della responsabilita'. Lezioni di teoria politica, Mimesis, Milano-Udine 2017, pp. 152.
- Hannah Arendt, Politica ebraica, Cronopio, Napoli 2013, pp. 312.
- Hannah Arendt, Politica e menzogna, Sugarco, Milano 1985, pp. 288.
- Hannah Arendt, Responsabilita' e giudizio, Einaudi, Torino 2004, pp. XXXII + 238.
- Hannah Arendt, Ritorno in Germania, Donzelli, Roma 1996, pp. 64.
- Hannah Arendt, Rosa Luxemburg, Mimesis, Milano-Udine 2022, pp. 138.
- Hannah Arendt, Socrate, Raffaello Cortina Editore, Milano 2015, pp. 126.
- Hannah Arendt, Sulla violenza, Guanda, Parma 1996, pp. 96.
- Hannah Arendt, Sul Secondo sesso di Simone de Beauvoir, Farina Editore, 2022, 2024, pp. 40.
- Hannah Arendt, Verita' e politica, Bollati Boringhieri, Torino 1995, pp. 98.
- Hannah Arendt, Verita' e umanita', Mimesis, Milano-Udine 2014, pp. 76.
- Hannah Arendt, Quaderni e diari, Neri Pozza, 2007, pp. 656.
- Hannah Arendt - Karl Jaspers, Carteggio 1926-1969. Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989, pp. XXIV + 248.
- Hannah Arendt - Mary McCarthy, Tra amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy 1949-1975, Sellerio, Palermo 1999, pp. 720.
- Hannah Arendt - Kurt Blumenfeld, Carteggio 1933-1963, Ombre corte, Verona 2015, pp. 280.
- Hannah Arendt - Martin Heidegger, Lettere 1925-1975, Einaudi, Torino 2000, 2007, pp. VI + 320 (+ un inserto fotografico di 16 pp.).
- Hannah Arendt - Joachim Fest, Eichmann o la banalita' del male. Interviste, lettere, documenti, Giuntina, Firenze 2013, 2014, pp. 222.
- Hannah Arendt - Walter Benjamin, L'angelo della storia. Testi, lettere, documenti, Giuntina, Firenze 2017, 2018, pp. 270.
- Hannah Arendt - Guenther Anders, Scrivimi qualcosa di te. Lettere e documenti, Carocci, Roma 2017, pp. XII + 194.
- Hannah Arendt, L'amicizia e la Shoah. Corrispondenza con Leni Yahil, Edb, Bologna 2017, pp. 112.
- Hannah Arendt, Guenther Stern-Anders, Le Elegie duinesi di R. M. Rilke, Asterios, Trieste 2014, 2019, pp. 80.
6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.
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NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 107 del primo agosto 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it