[nonviolenza] Nonviolenza o barbarie. 125



======================
NONVIOLENZA O BARBARIE
======================
Numero 125 del 19 agosto 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it

Sommario di questo numero:
1. Come fermare questa tragica follia?
2. Fernanda
3. "Dalla parte dell'umanita', contro tutte le uccisioni". Il 18 agosto a Viterbo un incontro di riflessione con Paolo Arena
4. Jean-Marie Muller: Riflessione sulla violenza (parte seconda e conclusiva)
5. Alcuni ulteriori riferimenti utili
6. Segnalazioni librarie
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento

1. EDITORIALE. COME FERMARE QUESTA TRAGICA FOLLIA?

Le guerre che stanno divorando innumerevoli esseri umani.
Le guerre che stanno avvelenando e devastando quest'unico mondo vivente.
Le guerre che stanno distruggendo la ragione, la civilta', tutto cio' che vi e' di umano.
*
Come fermare questa tragica follia?
Come opporsi a questo inabissamento nel male?
Come impedire l'annichilimento dell'umanita'?
*
Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Salvare tutte le vite, fermare tutte le uccisioni.
La nonviolenza e' la via.
*
Nonviolenza o barbarie.

2. LUTTI. FERNANDA

E' deceduta a ferragosto e le abbiamo dato l'ultimo saluto ieri.
*
Due volte Fernanda mi accolse nella casa sua e di Claudio, e due volte le vidi fare un grande miracolo.
La prima volta fu diversi anni fa, e le vidi fare il miracolo del dono della riconciliazione, quando si lascia alle spalle ogni conflitto, ogni rabbia, ogni risentimento, ogni paura, e ci si riconosce esseri umani tra esseri umani - e come scrisse Umberto Saba "io non so piu' dolce cosa".
L'ultima volta fu pochi mesi fa, e le vidi compiere il miracolo del dono dell'accoglienza, della gentilezza soave e della sorgiva bonta' che riesce ancora a prevalere sulla sofferenza, quella grande sofferenza che rende ormai impossibile tradurre in parole i pensieri, ma quei pensieri il volto, i gesti, l'abbraccio li restituiscono integri e luminosi.
*
A claudio vorrei dire: che grande fortuna hai avuto ad avere una compagna come lei.
E che grande fortuna hai avuto ad avere una figlia e un figlio come questi che ti sono stati e ti sono e ti resteranno vicini come solo dei figli buoni come il pane sanno fare.
Ed insieme che grande sofferenza averla persa proprio quando di una buona amica, di una buona compagna, di una buona consorte si ha piu' bisogno.
Ma so che innumerevoli amici ti saranno vicini, e non solo in questi giorni di lutto ma per tutto il tempo a venire, e con loro innumerevoli volte potrai ricordarla ancora, e nel ricordarla amarla di nuovo e per sempre.

3. INCONTRI. "DALLA PARTE DELL'UMANITA', CONTRO TUTTE LE UCCISIONI". IL 18 AGOSTO A VITERBO UN INCONTRO DI RIFLESSIONE CON PAOLO ARENA

Martedi' 18 agosto 2026 presso il "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo si e' svolto un incontro di riflessione con la partecipazione di Paolo Arena.
*
Paolo Arena, critico e saggista, studioso di cinema, arti visive, weltliteratur, sistemi di pensiero, processi culturali, comunicazioni di massa e nuovi media, e' uno dei principali collaboratori del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo e fa parte della redazione di "Viterbo oltre il muro. Spazio di informazione nonviolenta", un'esperienza nata dagli incontri di formazione nonviolenta che per anni si sono svolti con cadenza settimanale a Viterbo; nel 2010 insieme a Marco Ambrosini e Marco Graziotti ha condotto un'ampia inchiesta sul tema "La nonviolenza oggi in Italia" con centinaia di interviste a molte delle piu' rappresentative figure dell'impegno nonviolento nel nostro paese. Ha tenuto apprezzate conferenze sul cinema di Tarkovskij all'Universita' di Roma "La Sapienza" e presso biblioteche pubbliche. Negli scorsi anni ha animato cicli di incontri di studio su Dante e su Seneca. Negli ultimi anni ha animato cicli di incontri di studio di storia della sociologia, di teoria del diritto, di elementi di economia politica, di storia linguistica dell'Italia contemporanea. Fa parte di un comitato che promuove il diritto allo studio con iniziative di solidarieta' concreta. E' tra i principali animatori delle iniziative commemorative di Alfio Pannega e curatore del costituendo "Archivio Alfio Pannega".
*
Nel corso dell'incontro si e' riflettuto ancora una volta sulle iniziative necessarie e doverose per contrastare la guerra e il razzismo, per difendere tutti i diritti umani di tutti gli esseri umani qui e ovunque, per preservare quest'unico mondo vivente di cui tutte e tutti siamo insieme parte e custodi.
Ed e' stato quindi espresso ancora una volta pieno sostegno alle tre iniziative in cui la storica struttura nonviolenta viterbese e' particolarmente impegnata in questo periodo: "Una persona, un voto"; "Per la pace nel cuore d'Europa"; "Per la liberazione di Marwan Barghouti, il Nelson Mandela palestinese".
Allegati in calce riproponiamo i testi dei relativi appelli.
*
Ogni vittima ha il volto di Abele.
Abolire la guerra prima che la guerra abolisca l'umanita'.
Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Salvare le vite e' il primo dovere.
La nonviolenza e' la via.
Nonviolenza o barbarie.
* * *
Allegato: Tre iniziative nonviolente che invitiamo a sostenere e diffondere
La prima iniziativa nonviolenta che invitiamo a sostenere e diffondere: l'appello "Una persona, un voto"
vi preghiamo di sottoscrivere e diffondere questo appello "Una persona, un voto" affinche' a tutte le persone che vivono nel nostro paese, e che nel nostro paese intendono restare, dopo un ragionevole lasso di tempo (e crediamo che sei mesi sia abbastanza) sia riconosciuto il diritto di voto in tutte le elezioni, senza il quale non vi e' democrazia ma un regime razzista e schiavista in conflitto con i valori fondanti della stessa Costituzione della Repubblica italiana.
Di seguito riproponiamo l'appello cosi' come gia' diffuso nel 2017.
*
Un appello all'Italia civile: sia riconosciuto il diritto di voto a tutte le persone che vivono in Italia
Il fondamento della democrazia e' il principio "una persona, un voto"; l'Italia essendo una repubblica democratica non puo' continuare a negare il primo diritto democratico a milioni di persone che vivono stabilmente qui.
Vivono stabilmente in Italia oltre cinque milioni di persone non native, che qui risiedono, qui lavorano, qui pagano le tasse, qui mandano a scuola i loro figli che crescono nella lingua e nella cultura del nostro paese; queste persone rispettano le nostre leggi, contribuiscono intensamente alla nostra economia, contribuiscono in misura determinante a sostenere il nostro sistema pensionistico, contribuiscono in modo decisivo ad impedire il declino demografico del nostro paese; sono insomma milioni di nostri effettivi conterranei che arrecano all'Italia ingenti benefici ma che tuttora sono privi del diritto di contribuire alle decisioni pubbliche che anche le loro vite riguardano.
Una persona, un voto. Il momento e' ora.
*
Per adesioni: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it
* * *
La seconda iniziativa nonviolenta che invitiamo a sostenere e diffondere: "per la pace nel cuore d'Europa", tre proposte
La prima proposta: scriviamo alle ambasciate russa ed ucraina per chiedere la pace nel cuore d'Europa.
Carissime e carissimi,
vi preghiamo di voler scrivere alle ambasciate russa ed ucraina per chiedere la pace nel cuore d'Europa.
Gli indirizzi di posta elettronica sono i seguenti: ambrusitalia at mid.ru, culturaroma at mid.ru, consitalia at mid.ru, emb_it at mfa.gov.ua, gc_it at mfa.gov.ua
Il messaggio che proponiamo e' il seguente:
"Gentilissimi ambasciatori di Russia ed Ucraina,
vi saremmo assai grati se voleste trasmettere questa richiesta di pace ai vostri governi.
Sia la pace nel cuore d'Europa.
Cessino immediatamente le uccisioni e le devastazioni.
Si passi immediatamente dal conflitto armato al negoziato diplomatico.
Si inviino aiuti umanitari a tutte le vittime della guerra che alla guerra sono sopravvissute.
Si costruisca un'Europa di pace disarmata e disarmante dall'Atlantico agli Urali.
La guerra e' nemica dell'umanita'.
Ogni vittima ha il volto di Abele.
Salvare le vite e' il primo dovere.
FIRMA, DATA, INDIRIZZO DEL MITTENTE".
Facciamo sentire la voce dell'umanita'.
Chi salva una vita salva il mondo.
*
La seconda proposta: diffondiamo ovunque la richiesta rivolta ai governi  di non uccidere piu'.
Alle persone amiche della nonviolenza, alle associazioni democratiche, alle istituzioni sollecite del bene comune, ai mezzi d'informazione, chiediamo di diffondere ovunque possibile questa richiesta rivolta ai governi di Russia ed Ucraina e con essi ai governi di tutti i paesi europei:
"Chiediamo ai governi di Russia e Ucraina di non uccidere piu' i cittadini di Russia e Ucraina.
Chiediamo ai governi di Russia e Ucraina di cessare immediatamente la guerra ed avviare immediatamente negoziati di pace.
Chiediamo a tutti i governi europei la pace disarmata e disarmante, che sola salva le vite, dall'Atlantico agli Urali.
Tutti gli esseri umani hanno diritto alla vita.
Ogni vittima ha il volto di Abele.
Salvare le vite e' il primo dovere.
Il movimento della societa' civile scaturito dall'appello 'per la pace nel cuore d'Europa'".
*
La terza proposta: sottoscriviamo e sosteniamo l'appello "per la pace nel cuore d'Europa".
Per la cessazione immediata della guerra in Ucraina e delle stragi e devastazioni di cui essa consiste; per un'Europa di pace disarmata e disarmante dall'Atlantico agli Urali; per la difesa dei diritti umani di tutti gli esseri umani, primo fra tutti il diritto a non essere uccisi.
Quante persone debbono ancora morire in Ucraina?
Ed in quale baratro si sta trascinando l'Europa e il mondo?
Ogni vittima ha il volto di Abele.
Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'.
La guerra e' nemica dell'umanita'.
Il momento di salvare tutte le vite umane e' adesso.
Il momento di abolire la guerra e' adesso.
Il momento del disarmo, sola legittima difesa dell'umanita' intera, e' adesso.
Il momento di risolvere tutti i conflitti con il rispetto della vita e dei diritti, con il dialogo, la comprensione, la solidarieta', la cura e la misericordia e' adesso.
Per la cessazione immediata della guerra in Ucraina e delle stragi e devastazioni di cui consiste.
Per un'Europa di pace disarmata e disarmante dall'Atlantico agli Urali.
Per la difesa dei diritti umani di tutti gli esseri umani, primo fra tutti il diritto a non essere uccisi.
Solo la pace salva le vite.
Salvare le vite e' il primo dovere.
*
Per adesioni: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it
* * *
La terza iniziativa nonviolenta che invitiamo a sostenere e diffondere: "per la liberazione di Marwan Barghouti, il Nelson Mandela palestinese"
Al Presidente dello Stato di Israele Yitzhak Herzog
Oggetto: richiesta di concessione della grazia a Marwan Barghouti, il Nelson Mandela palestinese
Egregio Presidente,
Le scriviamo per formularLe la richiesta di concessione della grazia a Marwan Barghouti, il Nelson Mandela palestinese.
Non c'e' bisogno che illustriamo a Lei cio' che Lei gia' sa perfettamente: ovvero che Marwan Barghouti puo' dare un contributo fondamentale e decisivo per la risoluzione pacifica, fondata sulla verita', la giustizia e la comprensione reciproca, del conflitto israelo-palestinese nel pieno rispetto di tutti i diritti di entrambi i popoli e di ogni persona.
Dinanzi alla tragedia tuttora in corso e' ragionevole pensare che la liberazione di Marwan Barghouti possa essere il passo indispensabile per avviare un circolo virtuoso dopo cosi' tante sofferenze.
Ignoriamo quali siano le precise e specifiche procedure istituzionali previste nell'ordinamento giuridico del suo Paese per attivare l'istituto della concessione della grazia, ma con questa lettera aperta La preghiamo di adoperarSi a questo fine che ci sembra essere, per usare il linguaggio di Gandhi, un vero e proprio "fine sovraordinato" rispetto a tante altre considerazioni.
Liberi Marwan Barghouti: il popolo di Israele, il popolo di Palestina, e tutti i popoli e le persone ragionevoli del mondo Gliene saranno per sempre grati.
Voglia gradire distinti saluti.
*
Per adesioni: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it

4. TESTI. JEAN-MARIE MULLER: RIFLESSIONE SULLA VIOLENZA (PARTE SECONDA E CONCLUSIVA)
[Da Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza. Una filosofia della pace, Plus - Pisa University Press, Pisa 2004 (traduzione italiana di Enrico Peyretti dell'edizione originale Le principe de non-violence. Parcours philosophique, Desclee de Brouwer, Paris 1995), riproponiamo il capitolo secondo: "Ri-flessione sulla violenza" (pp. 43-66). Ringraziamo di cuore Enrico Peyretti per averci messo a disposizione la sua traduzione e la casa editrice Plus - Pisa University Press per il suo consenso]

L'illusione di uccidere per vincere la morte
Nel suo libro Psicanalisi della situazione atomica, lo psichiatra e filosofo italiano Franco Fornari considera che noi assumiamo la vita e la morte con "una specie di cattiva fede" (30). Noi ci rifiutiamo di riconoscere "l'immanenza della morte in noi" e "ci rappresentiamo la morte come un fatto esteriore a noi stessi" (31): "in questo gioco della vita e della morte che si disputano la nostra esistenza, noi bariamo tenendo nascoste le carte della morte" (32).
L'angoscia della morte genera in noi la paura dell'altro, questo sconosciuto, questo straniero, indesiderabile, intruso. Di conseguenza, noi consideriamo l'altro come un nemico e gli attribuiamo l'intenzione di farci morire, quand'anche egli non manifesti nessuna ostilita' verso di noi. La paura crea il pericolo piu' spesso ancora di quanto il pericolo non crei la paura. L'uomo regredisce spesso nella situazione in cui si trovava quando, da piccolo, i rumori inoffensivi della notte gli facevano temere il peggio. Cosi', diventato l'altro colui che incarna la minaccia di morte che pesa su di noi, noi manteniamo l'illusione di sfuggire alla morte uccidendolo. "Allontanando da se' la morte - scrive Franco Fornari - gli uomini uccidono nella misura in cui, avendo posto la morte fuori da se stessi, la percepiscono come l'aggressione di un nemico che vuole ucciderli. E' per questo che ogni crimine e' ispirato dall'illusione di poter vincere la morte uccidendo il nemico" (33).
Franco Fornari si riferisce ai propositi espressi da Freud in un testo scritto all'inizio della seconda guerra mondiale e intitolato Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte: "Quando una decisione - scrive lo psichiatra austriaco - avra' messo fine al selvaggio scontro di questa guerra, ognuno dei combattenti vittoriosi ritornera' felice al suo focolare, ritrovera' la moglie e i figli, senza essere occupato ne' turbato dal pensiero dei nemici che avra' ucciso nel corpo a corpo o con un'arma a lunga gittata" (34). Cosi' l'uomo civilizzato non prova alcun sentimento di colpa di fronte all'omicidio. Freud fa notare che non era cosi' per l'uomo primitivo. "Il selvaggio - egli nota - non e' affatto un omicida impenitente. Quando torna vincitore dal sentiero di guerra non ha il diritto di entrare nel proprio villaggio ne' di toccare la sua donna prima di aver espiato i suoi omicidi di guerra con delle penitenze spesso lunghe e penose" (35). Freud conclude sottolineando che l'uomo primitivo dava cosi' prova di una "delicatezza morale che si e' perduta presso di noi, uomini civilizzati" (36).
Il filosofo cinese Lao Tzu esprime, nel capitolo 31 del Tao Te King, il medesimo obbligo, per colui che ha dovuto, costretto dalla necessita', ricorrere alla violenza contro il suo avversario, di prendere il lutto: "Per quanto molto brillanti, le armi non sono mai altro che strumenti di infelicita'; coloro che vivono le hanno giustamente in orrore. E' per questo che l'uomo del Tao non se ne occupa. [...] Per il nobile non ci sono armi che siano felici: lo strumento della disgrazia non e' il suo strumento. Egli vi ricorre suo malgrado, se e' necessario, amando sopra ogni cosa la quiete e la pace; anche nella vittoria egli non gioisce; perche' per gioirne, bisogna amare l'uccidere e colui che si compiace del massacro degli uomini, che cosa puo' realizzare nel mondo degli uomini? [...] Duolo e lamento per il massacro degli uomini, rito funebre per accogliere il vincitore".
Queste considerazioni di Lao Tzu sull'obbligo del lutto per l'uomo che ha ucciso il suo avversario non devono essere guardate con la disinvoltura divertita che si presta volentieri agli aneddoti edificanti su usi e costumi di un tempo passato. Conviene non soltanto prenderli sul serio, ma bisogna prenderli alla lettera. L'uomo veramente "civilizzato", se si e' trovato preso nella trappola delle necessita' che lo ha costretto a uccidere il suo avversario, non trova alcun gusto nel festeggiare una qualunque vittoria, non cerca di discolparsi con una qualunque giustificazione, ma  vuole prendere il lutto per colui che e' morto per mano sua. Le asserzioni di Lao Tzu e di Freud sono inconfutabili: dopo l'uccisione del nemico, la "civilta'" deve portare il lutto, mentre la "barbarie" incita a festeggiare la vittoria. Infatti, per festeggiare questa vittoria, "bisogna amare uccidere".
*
Le donne dietro la guerra
La guerra e' un affare di uomini. Non che le donne non ne siano coinvolte; al contrario, la guerra le riguarda direttamente, ma esse si sono tenute dietro la guerra, o, piu' esattamente, esse sono state tenute dietro la guerra, il piu' delle volte invisibili, come sono state tenute dietro gli uomini. Piu' degli uomini, probabilmente, le donne hanno sofferto della guerra, ma le loro sofferenze e le loro lacrime erano rassegnate, silenziose, come la loro vita. Anche quando hanno maledetto la guerra, non hanno protestato contro di essa. Fino ad oggi le donne hanno subito la violenza degli uomini senza osare rivoltarsi. Le donne sono state oppresse e dominate dagli uomini e, il piu' delle volte, esse gli sono state soggette. Generalmente, le donne hanno accettato le leggi degli uomini; hanno dunque accettato le leggi della guerra.
Cosi', le virtu' guerriere che fanno gli eroi appartengono gli uomini; esse sembrano mancare alle donne. Come se le donne non avessero le qualita' richieste per portare la spada e tener testa alla morte sui campi di battaglia, come se non fossero degne di condividere la gloria dei guerrieri e dovessero essere riservate per il loro riposo e la loro consolazione. Ma, rifiutando di sottomettersi al potere degli uomini, le donne rifiuteranno di imitare la loro violenza? Niente sarebbe peggio che se, in nome dell'uguaglianza, esse rivendicassero il loro posto nella guerra. Poiche' "danno la vita" agli esseri umani, le donne avrebbero forse una ripugnanza "naturale" a dare loro la morte? Guardando al loro statuto biologico, avrebbero esse una disposizione "naturale" a rifiutare la violenza e a preferire la nonviolenza? La violenza sarebbe dunque essenzialmente maschile e la nonviolenza essenzialmente femminile? Probabilmente e' meglio dire che la violenza e' essenzialmente maschile e che la nonviolenza e' essenzialmente maschile e femminile. Cosi', non e' certamente inutile sperare che, liberandosi dal giogo degli uomini, le donne portino un contributo decisivo alla cultura della nonviolenza. Ma importa ugualmente che l'uomo liberi l'elemento femminile che e' costitutivo del suo essere.
*
Colpevolezza e responsabilita'
L'uomo uccide per sfuggire all'angoscia della morte, ma, uccidendo, si trova davanti all'angoscia dell'omicidio. E' per questo che, nello stesso momento in cui uccide il suo nemico, l'uomo ha bisogno di giustificare il suo omicidio per negare il sentimento di colpa che si impadronisce di lui. Questo processo di giustificazione ha come conseguenza che l'uomo commette la violenza senza sentirla come tale. Egli puo' uccidere senza avere l'impressione di essere violento.
In realta' il bisogno imperativo che l'uomo prova di giustificare la propria violenza, manifesta che egli ha coscienza che essa non e' giusta.
E' per il fatto che egli si sente colpevole che ha bisogno di discolparsi e di protestare la sua innocenza giustificandosi. Egli ricorrera' dunque a dei sotterfugi che produrranno una deformazione e un indurimento della sua coscienza morale e cosi' potra' continuare ad agire senza sentirsi colpevole. Tutti i sistemi di legittimazione della violenza non sono nient'altro che dei sistemi di difesa dell'uomo che vuole proteggersi contro il sentimento di colpa che prova davanti alla propria violenza. Dire che la violenza ferisce l'umanita' di colui che la esercita non e' limitarsi ad affermare un principio metafisico astratto, ma e' esprimere una realta' psicologica che si inscrive nel vissuto dell'uomo violento. La violenza traumatizza letteralmente (traumatizzare, per la sua etimologia, significa ferire) colui che vi si abbandona. L'uomo ferisce se' stesso con la propria violenza, egli si ferisce nel piu' profondo del proprio essere e bisogna che si rivesta di una spessa corazza per non sentirne il dolore. La colpevolezza, piu' o meno repressa o piu' o meno confessata, dell'uomo che usa violenza contro il suo simile provoca in lui dell'angoscia. Le giustificazioni della violenza che gli sono offerte dall'ideologia dominante, hanno per scopo di permettergli di rassicurarsi e tranquillizzarsi. Se egli interiorizza queste giustificazioni, e' capace di convincersi che non ha fatto altro che il suo dovere e non soltanto puo' avere la coscienza tranquilla, ma puo' sentirsi fiero del compito che ha compiuto. Al contrario, se, malgrado tutto, egli ha coscienza che queste giustificazioni non sono che propaganda e che non puo' esserne soddisfatto, egli si trova solo di fronte al suo grave crimine, in preda ad una sofferenza che puo' invaderlo interamente. Questa sofferenza provocata dal trauma psichico subito puo' diventare mortale, cioe' egli puo' impazzirne. Appartengono alla guerra delle ferite che non si portano a tracolla. Cosi', gli attori e le vittime della violenza si trovano chiusi insieme nello stesso processo di avvilimento e di distruzione.
Poiche' si sente colpevole verso le vittime della propria violenza, l'uomo prova il bisogno di rigettarne la colpa sulla vittima stessa. Per rendersi innocente, l'individuo proietta il suo sentimento di colpa sul proprio nemico. E' lui il responsabile, e' lui il colpevole: "E' colpa sua". Anzitutto: "E' lui che ha cominciato!". E' sempre l'altro che ha cominciato. La violenza e' sempre una risposta alla violenza dell'altro-che-ha-cominciato. Allora: "Non ha altro che quel che si merita"; "Aveva solo da solo non cominciare". "Gli fa bene". Eh, no! Non e' proprio un far bene: fare violenza non e' mai fare bene a qualcuno, non e' mai fare il bene. Che l'altro abbia cominciato non e' una ragione per continuare. Se l'altro ha avuto torto nel cominciare, io non ho certamente ragione nel continuare. Se io continuo, ricomincera' per forza un raddoppiamento della violenza. E saremo l'uno e l'altro presi dentro una spirale di violenze senza fine.
La legittimazione dell'omicidio che l'individuo si appresta a commettere si accompagna necessariamente alla criminalizzazione di colui che egli si prepara ad uccidere. La tesi della legittima difesa trova qui il suo fondamento. E' sempre per difendersi contro colui che vuole ucciderlo che l'individuo diventa omicida. E' obbligato ad uccidere per non essere ucciso e potere cosi' continuare a difendere i valori "sacri" della sua causa. Allora l'omicidio non e' piu' sentito come una colpa, ma come un atto di coraggio che merita di essere onorato come tale. Questo cambiamento, questa inversione di senso dell'atto omicida caratterizza la perversione omicida dell'uomo alienato da cio' che abbiamo chiamato l'"ideologia della violenza".
Il sentimento di colpa non deve precipitare l'uomo in una cattiva coscienza morbosa, ma deve fargli prendere coscienza della sua colpa allo scopo di inventare un nuovo comportamento che rispecchi la dinamica della vita che e' in lui. Il sentimento di colpa di fronte alla violenza e' la sorgente della responsabilita' personale dell'individuo; esso deve generare un bisogno di riparazione e non di giustificazione.
Generalmente, l'individuo non ricorre alla violenza in maniera isolata, ma lo fa in seno al gruppo sociale a cui appartiene. Allora, la legittimazione della violenza gli e' data da questa comunita' che non soltanto la giustifica, ma la onora, la glorifica e la  sacralizza invocando la difesa dei suoi valori e dei suoi interessi. Il piu' delle volte, l'individuo aliena la sua responsabilita' personale nella collettivita'. Dal momento che questa giustifica l'omicidio presentandolo come l'ultimo mezzo di difesa dell'uomo civile contro i barbari, l'individuo non si sente responsabile della propria violenza. Non soltanto non prova alcuna colpevolezza, ma ne sente la fierezza.
Risulta un'altra conseguenza di questi processi di legittimazione della violenza: poiche' non vive piu' la violenza come tale, l'uomo perde la possibilita' di controllare la sua propria violenza. Una volta giustificata la violenza, non ci sono piu' limiti al suo sviluppo. Inoltre, la legittimazione della violenza provoca una reazione a catena per la quale tutte le violenze si trovano legittimate. Cosi', in definitiva, l'uomo non giudica la violenza per cio' che essa e' in realta', ma secondo la rappresentazione che se ne fa. Dal momento che questa gli fa apparire la violenza come un mezzo giusto e legittimo per combattere l'ingiustizia, egli non provera' alcuna ripugnanza ad uccidere. Le giustificazioni della violenza sono altrettante "derivazioni" (nel senso che Vilfredo Pareto ha dato a questa parola), cioe' delle costruzioni logiche superficiali che nascondono i sentimenti, i desideri e le passioni che sono i veri motivi delle azioni degli individui e dei gruppi sociali; lo scopo ricercato e' dare un'apparenza logica a delle azioni non logiche. Per giustificare la sua violenza l'uomo fabbrica e produce  dei falsi; l'uomo violento e' un falsificatore.
La violenza, per assicurare la sua presa sugli spiriti si appoggia su una propaganda. La violenza deve essere rivestita di prestigio e, come sottolineato da Simone Weil, "niente e' piu' essenziale a una politica di prestigio che la propaganda" (37). Certo, per giustificare la violenza non si possono invocare che delle cattive ragioni, ma, precisa Simone Weil, "dei pretesti impregnati di contraddizione e di menzogna sono tuttavia abbastanza plausibili quando sono i pretesti dei piu' forti. [...] Essi bastano per fornire una scusa alle adulazioni dei vili, al silenzio e alla sottomissione degli infelici e per permettere al vincitore di dimenticare che egli commette dei crimini" (38). Questi cattivi pretesti sono molto utili alla violenza perche' reprimono il pensiero che vorrebbe formulare un'obiezione di coscienza: "Questa arte di conservare le apparenze sopprime o diminuisce lo slancio che l'indignazione darebbe e permette al vincitore di non essere indebolito dall'esitazione" (39). La propaganda dunque ha la funzione di dare ragione a quelli che esercitano la violenza, perche' "bisogna essere realmente convinti che si ha sempre ragione, che si possiede non soltanto il diritto del piu' forte, ma anche il diritto puro e semplice, e questo anche quando non ce n'e' per nulla" (40). L'essenza stessa della propaganda e' la menzogna che imputa al nemico tutti i difetti, tutti i misfatti, tutti i crimini.
Nello stesso tempo la propaganda ha per scopo di convincere i membri di un gruppo che essi possiedono le qualita' di cui gli altri sono sprovvisti. "Infatti - scrive Raymond Rehnicer - la lotta intraspecifica non diventa possibile che quando ogni gruppo belligerante attinge la sua forza di sopravvivenza dalla convinzione ferma e inalterabile della propria superiorita' rispetto agli altri gruppi" (41). La propaganda ha cosi' per effetto di creare e mantenere uno "spirito di corpo" che assicura la coesione del gruppo. Forti di questa pretesa superiorita', i membri del gruppo saranno tanto piu' convinti che e' legittimo, addirittura necessario, combattere fino alla morte gli altri gruppi al fine di assicurare la sicurezza e la prosperita' del proprio gruppo.
*
La sottomissione all'autorita'
L'uomo che esercita la violenza si trova non soltanto inserito, ma rinserrato nelle relazioni di dominio e di sottomissione, di comando e di obbedienza. Il piu' delle volte e' obbedendo agli ordini dell'autorita' supposta legittima nella collettivita' alla quale  appartiene, che l'individuo commette atti di violenza. E' per disciplina che l'uomo diventa torturatore, e' su comando che diventa uccisore. Per il soggetto obbediente, il comandamento universale della coscienza morale "Tu non ucciderai" si trova cancellato dal comandamento dell'autorita': "Tu ucciderai".
Molte esperienze hanno dimostrato che l'uomo e' capace di infliggere delle violenze particolarmente crudeli ad altri uomini privi di difesa, senza altro motivo che la sottomissione all'autorita'. Questa e' una scoperta di cui siamo lontani dall'aver tratto tutte le conseguenze, specialmente riguardo ad un'etica dell'esercizio del potere. Tra queste esperienze, quelle effettuate dallo psicosociologo americano Stanley Milgram, e da lui riferite nel libro Sottomissione all'autorita' sono forse le piu' significative. Un laboratorio di psicologia apparentemente conduce una ricerca sulla memoria e,  piu' precisamente, sugli effetti della punizione sul processo di apprendimento. A questo scopo recluta con degli annunci pubblicati sulla stampa locale delle persone che accettano di partecipare a questa ricerca. Il ricercatore chiede a ciascuna di queste persone d'infliggere a un "allievo" delle punizioni sempre piu' severe, mediante delle scariche elettriche d'intensita' crescente, ogni volta che costui commette un errore. In realta' "l'allievo" e' un attore che non riceve nessuna scarica elettrica, ma che deve esprimere una sofferenza e una protesta sempre piu' forti. A settantacinque volts geme, a centocinquanta supplica che si arresti l'esperimento, a duecentottantacinque volts la sua sola reazione e' un grido di agonia. "Per il soggetto, precisa Milgram, la situazione non e' un gioco, ma un conflitto intenso e del tutto reale. Da una parte la sofferenza manifesta dell'allievo lo spinge a fermarsi. Dall'altra parte lo sperimentatore, che e' l'autorita' legittima di fronte alla quale egli si ritiene impegnato, gli ingiunge di continuare. Ogni volta che esita a somministrare una scarica elettrica, egli riceve l'ordine di continuare. Per trarsi fuori da una situazione insostenibile egli deve dunque rompere con l'autorita'" (42). Mentre nessuna persona ha rifiutato di partecipare all'esperimento, si trova che circa i due terzi accettano di continuarlo fino al livello dello shock elettrico piu' elevato dello stimolatore. Milgram riassume cosi' l'insegnamento essenziale del suo studio: "Delle persone normali, prive di ogni ostilita', possono, compiendo semplicemente il loro compito, divenire gli agenti di un atroce processo di distruzione. Inoltre, anche quando non e' loro piu' possibile ignorare gli effetti funesti delle loro attivita' professionali, se l'autorita' gli domanda di agire contro le norme fondamentali della morale, sono rari quelli che possiedono le risorse interiori necessarie per resisterle" (43).
L'obbedienza alle ingiunzioni e agli ordini dell'autorita' e' uno dei fattori principali del comportamento umano. "Possiamo constatare, scrive Hannah Arendt, che l'istinto di sottomissione ad un uomo forte tiene, nella psicologia dell'uomo, un posto importante almeno quanto la volonta' di potenza e, da un punto di vista politico, forse piu' significativo" (44). Tra tutte le regole sociali interiorizzate dall'individuo dalla sua piu' tenera eta', il rispetto dell'autorita' occupa un posto centrale e preponderante. Tutto concorre, nella sua educazione, a convincere il bambino che l'obbedienza e' un dovere e una virtu' e che, di conseguenza, la disobbedienza e' una cattiva azione ed una colpa. Tuttavia, questo condizionamento non e' mai totale e, diventando adulto, l'uomo acquisisce una certa relativa autonomia personale e si da' certe regole di condotta in funzione di certi criteri morali che ha scelto lui stesso. Ma quando si trova incorporato in una organizzazione gerarchica, il suo modo di comportamento viene profondamente cambiato. Egli rischia allora di perdere l'essenziale delle sue acquisizioni personali; la sua vita intellettuale, morale e spirituale puo' subire una notevole regressione. L'individuo si trova posto in una situazione di dipendenza rispetto agli altri membri della collettivita' e, piu' ancora, in rapporto al capo. Secondo Freud, "piuttosto che un 'animale gregario', l'uomo e' un animale di orda, cioe' un elemento costitutivo di un'orda condotta da un capo" (45). Egli precisa: "L'individuo rinuncia al suo ideale dell'io, a favore dell'ideale incarnato dal capo" (46). Nella sottomissione dell'individuo all'autorita', esiste nello stesso tempo una parte di costrizione, risultato di molteplici pressioni, e una parte di consenso – ed e' molto difficile dire qual e' la misura esatta di ognuna di queste due parti. La propensione dell'individuo alla sottomissione si trova fortemente rafforzata dalle ricompense che onorano l'obbedienza e dalle punizioni che sanzionano la disobbedienza.
L'uomo che esercita la violenza per obbedienza all'autorita' si accontenta generalmente di "fare il suo dovere". Egli non vuole considerare altro che il valore morale indiscutibile di questa regola di condotta, e si sforza di occultare l'immoralita' di cio' che fa. Il valore morale dell'obbedienza predomina sulla immoralita' dell'ordine. Il soggetto puo' allora convincersi che egli fa bene ad obbedire, anche se cio' che fa e' male. Mentre egli obbedisce, e' preoccupato anzitutto dallo scrupolo di eseguire come si deve l'ordine ricevuto, in maniera di soddisfare l'autorita' che gli ha dato fiducia. L'occupazione tecnica tende a cancellare nel soggetto ubbidiente ogni preoccupazione etica.
L'obbedienza strumentalizza colui che si sottomette agli ordini dell'autorita'. Il soggetto obbediente si rimette all'autorita' per decidere sulla sua condotta e sulla legittimita' di essa. Per l'individuo sottomesso, la legittimita' dell'ordine dato e' fondata sulla legittimita' dell'autorita', e la legittimita' dell'atto comandato e' fondata sulla legittimita' dell'ordine. Colui che obbedisce, poiche' agisce sotto la copertura dell'autorita', non si sente responsabile delle conseguenze dei suoi atti. Egli ne attribuisce tutta la responsabilita' all'autorita' stessa. Cosi', l'uomo e' capace di rinunciare ad ogni giudizio sulla propria condotta, col protesto di ubbidire agli ordini dei suoi superiori. "L'uomo, scrive Stanley Milgram, e' incline ad accettare le definizioni dell'azione fornite dall'autorita' legittima. Detto in altre parole: benche' il soggetto compia l'azione, egli permette all'autorita' di decidere del suo significato. E' questa abdicazione ideologica che costituisce il fondamento cognitivo essenziale dell'obbedienza" (47).
L'uomo trova nella sottomissione una certa sicurezza che dovrebbe abbandonare se prendesse il sentiero ripido della disobbedienza aperta. Anzitutto, l'obbedienza garantisce all'individuo il restare integrato nel gruppo, nella comunita', nella societa'. Rompere con l'autorita' e' escludersi dalla collettivita' nella quale si trovano i mezzi per vivere in un relativo benessere; rifiutare di obbedire e' esporsi sicuramente a subire tutti i dispiaceri della scomunica e dell'esclusione. Poi, e soprattutto, nel sottomettersi all'autorita' l'individuo ha il senso di essere da essa protetto. Piu' ancora, egli ha in qualche modo il senso di partecipare al potere al quale si sottomette. "La mia obbedienza, scrive Erich Fromm, mi integra al potere che io venero e questo mi da' un'impressione di forza" (48). Percio', rompere con il potere e' ritrovarsi senza potere, solo, abbandonato, debole, impotente, almeno fino a che il potere sia disfatto, cio' che richiede molto tempo. Nessuno ha la sicurezza di sopravvivere al potere che egli contesta, ma che si prepara a stroncarlo. Tuttavia, riguardo all'esigenza morale non puo' esservi alcun dubbio: quando c'e' conflitto tra l'esigenza della coscienza e l'obbligo del comando, l'individuo deve rompere con l'autorita' e rifiutarsi di obbedire. L'obiezione di coscienza e' allora la sola via che permette all'individuo di preservare la sua autonomia, la sua responsabilita' e la sua liberta'.
*
Note
30. Franco Fornari, Psychanalyse de la situation atomique, Paris, Gallimard, 1969, p. 12; edizione originale italiana, Psicanalisi della situazione atomica, Rizzoli, Milano 1970.
31. Idem, ibidem, p. 12-13.
32. Idem, ibidem, p. 13.
33. Idem, ibidem, p. 23.
34. Sigmund Freud, Essais de psychanalyse, Paris, Petite Bibliotheque Payot, 1981, p. 34; traduzione italiana dall'originale contenuta in Freud e Einstein, Riflessioni a due sulle sorti del mondo, nuova edizione di Perche' la guerra?, prefazione di Ernesto Balducci, Bollati Boringhieri, Torino 1990, p. 54.
35. Idem, ibidem.
36. Idem, ibidem, p. 35; traduzione italiana citata, p. 54.
37. Simone Weil, L'enracinement. Prelude a' une declaration des devoirs envers l'etre humain, Paris, Gallimard, 1962, pp. 33-34; tr. it. di Franco Fortini, La prima radice. Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l'essere umano, Leonardo, Milano 1996.
38. Simone Weil, Ecrits de Londres et dernieres lettres, Paris, Gallimard, 1957, p. 40.
39. Simone Weil, Attente de Dieu, op. cit., p. 143; tr. it. di O. Nemi, Rusconi, Milano 1991.
40. Simone Weil, L'enracinement, op. cit., p. 33.
41. Raymond Rehnicer, L'adieu a' Sarajevo, Paris, Desclee de Brouwer, 1993, p. 42.
42. Stanley Milgram,  Soumission a' l'autorite', Paris, Calmann-Levy, 1974, p. 20; originale Stanley Milgram, Obedience to Authority. An Experimental View, Harper & Row, 1975; tr. it. S. Milgram, Obbedienza all'autorita', Bompiani, Milano 1975; S. Milgram, Obbedienza all'autorita', Einaudi, Torino 2003.
43. Idem, ibidem, p. 22.
44. Hannah Arendt, Du mensonge a' la violence, Essais de politique contemporaine, Paris, Calmann-Levy, 1969, p. 148.
45. Sigmund Freud, Essais de psychanalyse, op. cit., p. 148.
46. Idem, ibidem, p. 158.
47. Stanley Milgram,  Soumission a' l'autorite', op. cit., p. 181.
48. Erich Fromm, De la desobeissance, Paris, Robert Laffont, 1983, p. 17; tr. it. La disobbedienza e altri saggi, Mondadori, Milano.

5. REPETITA IUVANT. ALCUNI ULTERIORI RIFERIMENTI UTILI

Segnaliamo il sito della "Casa delle donne" di Milano: www.casadonnemilano.it
Segnaliamo il sito della "Casa internazionale delle donne" di Roma: www.casainternazionaledelledonne.org
Segnaliamo il sito delle "Donne in rete contro la violenza": www.direcontrolaviolenza.it
Segnaliamo il sito de "Il paese delle donne on line": www.womenews.net
Segnaliamo il sito della "Libreria delle donne di Milano": www.libreriadelledonne.it
Segnaliamo il sito della "Libera universita' delle donne" di Milano: www.universitadelledonne.it
Segnaliamo il sito di "Noi donne": www.noidonne.org
Segnaliamo il sito di "Non una di meno": www.nonunadimeno.wordpress.com

6. SEGNALAZIONI LIBRARIE

Riletture
- Piero Cipriano, Basaglia e le metamorfosi della psichiatria, Eleuthera, Milano 2018, pp. 328.
- Massimo Mila, Breve storia della musica, Einaudi, Torino 1963, 1977, pp. 478.
*
Riedizioni
- Paolo Biondani, La ragazza di Gladio e altre storie nere, Rcs, Milano 2024, 2026, pp. 304, euro 9,99.
- Luciano Canfora, La crisi dell'utopia. Aristofane contro Platone, Laterza, Bari-Roma 2014, Rcs, Milano 2026, pp. X + 454, euro 10,99.
*
Classici
- Dario Puccini, Romancero della resistenza spagnola 1936-1965, Laterza, Roma-Bari 1970, 1974, 2 voll., pp. 600.
- Ignazio Silone, Romanzi e saggi, Mondadori, Milano 1998-1999, due volumi (vol. I: pp. CX + 1578; vol. II: pp. LXXXIV + 1692).

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.

======================
NONVIOLENZA O BARBARIE
======================
Numero 125 del 19 agosto 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it