[ucraina] L’Ucraina perde il suo gigante d’acciaio



Missili, blackout e porti chiusi: l’Ucraina perde il suo gigante dell’acciaio La chiusura definitiva dell’acciaieria ArcelorMittal di Kryvyi Rih segna un punto di svolta nella guerra economica contro l’Ucraina: non più solo colpi alle linee del fronte, ma un attacco diretto al cuore industriale del Paese. Come spiega il Corriere della Sera, lo stop del più grande impianto siderurgico ucraino, dopo quattro attacchi missilistici russi in cinque settimane, non è una semplice sospensione temporanea, ma il crollo di un pilastro della resistenza economica di Kiev.

Un colpo al cuore industriale
L’articolo del Corriere ricorda che Kryvyi Rih, nel 2021, produceva 4,9 milioni di tonnellate di acciaio, scese a 1,7 milioni nel 2025. Con lo stop annunciato il 25 settembre 2026, l’Ucraina perde l’ultimo grande polo siderurgico ancora operativo.

Il Corriere sottolinea tre dimensioni del danno.

1) Produzione: crolla la capacità di produrre acciaio per infrastrutture, ferrovie, ponti e reti energetiche.

2) Salari: 12.500 dipendenti diretti e 3.500 lavoratori delle imprese appaltatrici rischiano il licenziamento o la ricollocazione forzata.

3) Entrate fiscali: meno acciaio prodotto e meno export significano meno gettito per lo Stato, proprio mentre il governo deve finanziare la guerra e la ricostruzione.

La spirale degli attacchi russi
Secondo il Corriere della Sera, quattro attacchi missilistici in cinque settimane hanno colpito direttamente lo stabilimento, causando 5 morti e 17 feriti tra i dipendenti. L’ultimo attacco, il 21 settembre, ha reso impossibile garantire la sicurezza del personale.

ArcelorMittal ha comunicato a Kiev che non era più possibile “operare in modo sicuro e sostenibile” e ha deciso di fermare la produzione, registrando una svalutazione contabile di circa 1 miliardo di dollari.

La triple morsa: missili, porti e restrizioni UE
Il Corriere evidenzia come l’industria metallurgica ucraina sia schiacciata da tre fattori simultanei:

1) attacchi russi mirati su acciaierie, porti e nodi logistici;

2) blocco de facto dei porti del Mar Nero, con costi di trasporto aumentati del 50–60% rispetto alle rotte marittime);

3) restrizioni commerciali dell’UE, in particolare quote all’import e il meccanismo CBAM, che riducono l’accesso al mercato europeo. Vedere https://taxation-customs.ec.europa.eu/carbon-border-adjustment-mechanism_en

La richiesta di protezione non ascoltata
Il Financial Times, citato dal Corriere, ha visto una lettera in cui ArcelorMittal ricorda di aver chiesto almeno sei volte protezione al governo ucraino dall’inizio della guerra. La questione sarebbe stata discussa anche direttamente tra i vertici del gruppo e il presidente Volodymyr Zelensky.

Il nodo politico è chiaro: proteggere l’impianto significa tutelare la base economica del Paese, ma le difese aeree devono scegliere tra città, centrali elettriche, porti e siti industriali.

Prospettive: preservare per il dopoguerra
ArcelorMittal ha dichiarato di voler preservare le infrastrutture dello stabilimento, nella speranza di poter riavviare la produzione “quando tornerà la pace”. Tuttavia, come nota il Corriere della Sera, non basterà riparare gli altiforni: serviranno difese aeree adeguate, energia affidabile, trasporti sostenibili e accesso ai mercati, altrimenti ogni investimento rischia di essere vanificato da nuovi attacchi.

La chiusura di Kryvyi Rih non è solo una notizia industriale: è il segnale che la guerra economica russa sta colpendo dove fa più male, trasformando l’Ucraina da paese produttore a paese dipendente dagli aiuti esteri per i materiali di base.

ID-Z-AM61