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[nonviolenza] Nonviolenza o barbarie. 99
- Subject: [nonviolenza] Nonviolenza o barbarie. 99
- From: Centro di ricerca per la pace Centro di ricerca per la pace <centropacevt at gmail.com>
- Date: Fri, 24 Jul 2026 06:37:49 +0200
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NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 99 del 24 luglio 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it
Sommario di questo numero:
1. L'umanita' comincia quando si cessa di uccidere
2. Sabato 25 luglio alla "Fattoria di Alice" l'incontro settimanale dell'Afesopsit (con due nuovi ricordi di Vito Ferrante)
3. Maria Luisa Boccia: Carla Lonzi
4. Tre minime descrizioni della nonviolenza e cinque perorazioni per il disarmo
5. La "Carta" del Movimento Nonviolento
1. EDITORIALE. L'UMANITA' COMINCIA QUANDO SI CESSA DI UCCIDERE
L'umanita' comincia quando si cessa di uccidere.
Solo salvando le vite si esce dalla preistoria.
Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Nonviolenza o barbarie.
2. INCONTRI. SABATO 25 LUGLIO ALLA "FATTORIA DI ALICE" L'INCONTRO SETTIMANALE DELL'AFESOPSIT (CON DUE NUOVI RICORDI DI VITO FERRANTE)
Sabato 25 luglio 2026 si svolgera' il consueto incontro settimanale dell'"Associazione familiari e sostenitori sofferenti psichici della Tuscia" (in sigla: Afesopsit) presso la propria storica sede, la "Fattoria di Alice" in strada Tuscanese 20 appena fuori Viterbo.
Dopo la condivisione del pasto - momento fondamentale di vicinanza, condivisione e dialogo - l'incontro proseguira' nel pomeriggio (con inizio all'incirca alle ore 14) con l'abituale esperienza partecipativa di riflessione e di testimonianza che ogni settimana coinvolge sia le persone impegnate nell'associazione che le persone ospiti, occasionali o abituali.
Ricordiamo ancora una volta che ogni ospite e' gradito, ogni persona che vuole partecipare e' accolta con la piu' viva cordialita'.
Tutto avviene nella gratuita' e nella condivisione, come e' sempre stata volonta' di Vito Ferrante (il fondatore di questa preziosa esperienza doi solidarieta' che ci ha lasciato il 29 aprile scorso) e come e' proprio dell'"Associazione familiari e sostenitori sofferenti psichici della Tuscia" che ne prosegue l'impegno di solidarieta' e di liberazione.
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Questo sabato in particolare ci si occupera' anche di diritti violati e di iniziative di solidarieta' da intraprendere con riferimento a vicende concrete; proseguiranno inoltre anche le consuete attivita' di riflessione, di studio e di espressione del sentire comune attraverso le risorse e le forme del gioco, dell'arte, della musica, della poesia.
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Ci vediamo quindi questo sabato, come ogni sabato, alla "Fattoria di Alice". Ogni persona e' benvenuta.
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Per contattare l'"Associazione familiari e sostenitori sofferenti psichici della Tuscia" (in sigla: Afesopsit) scrivere una e-mail a: info at ilboschettodeicorbezzoli.it, stefania0560 at hotmail.it
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Allegati in calce due nuovi ricordi di Vito Ferrante scritti da Antonella Litta e da Giulio Vittorangeli.
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Le amiche e gli amici di Vito Ferrante
Viterbo, 23 luglio 2026
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Allegato primo: Antonella Litta ricorda Vito Ferrante
Di Vito ho conosciuto prima la sua fama e poi lui.
La sua buona fama infatti precedette la nostra conoscenza.
Di Vito Ferrante avevo sentito parlare in piu' occasioni.
Mi veniva descritto come un uomo di grande tempra, convinto assertore ed operatore nel concreto di tante azioni e progetti volti all'affermazione della dignita' di ogni persona, in ogni situazione.
Sapevo di Vito che aveva cominciato da tantissimi anni e molto presto a prendersi cura delle persone, in particolare di quelle piu' fragili nell’anima, nella mente, nella psiche.
Sapevo che aveva dato vita ad una associazione di cui facevano parte persone sofferenti, i loro familiari, gli amici e chiunque volesse partecipare di questa speciale esperienza di aiuto reciproco, del prendersi cura vicendevole.
Un'esperienza che anche a Viterbo, tra ostacoli e fatiche di ogni genere - imposte anche da chi avrebbe dovuto invece facilitare ed aiutare -, faceva e continua a far vivere la freschezza e la liberta' dell'esperienza di cura legata al nome dello psichiatra Franco Basaglia che aveva letteralmente liberato dalle catene i pazienti psichiatrici non curati ma da sempre reclusi nei manicomi.
Porta infatti il suo nome la Legge 180 che ha sancito, nel 1978, la chiusura dei manicomi e la progressiva costruzione di un sistema basato sulla presa in carico territoriale, garantendo percorsi di cura rispettosi della dignita' e dei diritti delle persone con disturbi psichiatrici.
Nello stesso anno, con la Legge 833/1978, veniva istituito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), segnando un cambiamento radicale nell'approccio alla salute, inclusa quella mentale.
Sapere di questa realta' a Viterbo molto mi incuriosiva da piu' punti di vista ma per diverso tempo non ebbi occasione di venirvi in contatto. Feci la conoscenza di Vito in occasione della protesta svoltasi in piazza del Comune a Viterbo nel pieno dell'inverno del 2012, e proseguita per giorni e giorni con un presidio costante, anche di notte - e si dormiva al freddo nelle tende.
Vito mi dette la sensazione di un concentrato di energia, anche nella sua struttura fisica, il viso con i suoi folti baffi richiamava alla mia mente i tanti bei visi degli attivisti rivoluzionari del Sud America.
Anche il suono della sua voce era particolare, lo sguardo buono e scrutante al tempo stesso, forte la sua stretta di mano.
Dopo quel primo incontro ce ne furono altri. Alcuni legati ad iniziative che come Anpi svolgemmo presso la Fattoria di Alice e altri incontri piu' "interni" alla associazione a cui presi parte con interesse e anche curiosita'. La sensazione che ne ricavavo ogni volta era di una grande famiglia dove si esercitava la cura reciproca senza piu' confini tra sofferenti, amici, familiari e ospiti saltuari, come me.
Vito era il padre, il fratello e l'amico dentro questo gruppo di persone.
Il suo metodo di cura era basato sulla relazione che stabiliva con tutti e con ciascuno, sull'amicizia, la generosita', la disponibilita' e l'abbraccio che donava e riceveva.
Come medico trovavo conferma chiara e concreta in Vito che prima di ogni terapia farmacologica viene il riconoscimento dell'altro come persona e l'instaurare una relazione di bene, fiducia e non giudicante.
Questo ho imparato anche da Vito, questo ho visto nell'associazione da lui fondata e parte della sua stessa vita che ora continua anche nella sua assenza fisica.
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Allegato secondo: Giulio Vittorangeli ricorda Vito Ferrante
Ho conosciuto Vito Ferrante alla metà degli anni '80 del secolo scorso, anni che vedevano il protagonismo del popolo sudafricano nella lotta contro l'apartheid, lo scoppio della prima Intifada in Palestina, il riscatto del Centro America sotto l'impulso della Rivoluzione Sandinista.
L’ho conosciuto quando (se non ricordo male) come Associazione Italia-Nicaragua facemmo una iniziativa di solidarieta' con il popolo del Nicaragua, in quella che era allora la sezione di Pianoscarano del Partito Comunista, la mitica sezione Biferali, dal nome della banda partigiana di Viterbo.
Vito era un dirigente di quella sezione.
La conoscenza poi si approfondi' negli anni successivi, ed ho iniziato ad apprezzare le doti di Vito, quelle doti di cui tanti hanno parlato, il grande rigore morale e la sconfinata generosita'.
Poi con la sconfitta elettorale del Fronte Sandinista in Nicaragua, 1990, lo scioglimento del Partito Comunista, ci siamo persi di vista.
Dopo la fondazione di Afesopsit eravamo tornati a frequentarci, anche se saltuariamente, sapendo che le nostre strade correvano parallele legate dal valore della solidarieta'.
Lo invitai alla presentazione del nostro Progetto "Mulukuku, Nicaragua - Tenemos en la mente la salud!" per la formazione di operatori nel settore della salute mentale, a Viterbo nel novembre 2010.
Non potendo partecipare invio' un breve ma significativo messaggio di saluto.
In conclusione, non voglio usare la retorica e tanto meno frasi roboanti, Vito e' stato una persona normale e speciale allo stesso tempo, certamente con uno spessore e una sensibilita' sopra la media; ed e' per questa sua dimensione "umana" e "comune" che le sue parole continuano a risuonarci, non per commuoverci ma per muoverci, per incoraggiarci e quasi obbligarci a fare, a schierarci, a riappropriarci della nostra umanita', a coltivare speranze e utopie, a inseguire il sogno individuale e collettivo di liberta'.
3. MAESTRE. MARIA LUISA BOCCIA: CARLA LONZI
[Dal Dizionario biografico degli italiani (2015), nel sito www.treccani.it]
Carla Lonzi nacque a Firenze il 6 marzo 1931 da Agostino, artigiano, e Giulia Matteini, diplomata maestra, entrambi orfani. Era la prima figlia, accolta come "la creatura piu' attesa" (Lonzi, 1978, p. 18). Alla nascita di Lidia, seguita in pochi anni da Marta, Vittorio e Alfredo, Carla soffri' immensamente della perdita del privilegio di prima e unica figlia. Reagi' con una precoce ricerca di autonomia, scegliendo, a soli nove anni, il distacco dalla famiglia, andando a studiare al collegio di Badia di Rivoli, dove rimase fino al 1943. Fu un'esperienza formativa che rimase un riferimento significativo per tutta la vita. Nelle vite di sante, in particolare quelle di Therese Martin e Teresa d'Avila, avrebbe trovato rispecchiata quella esperienza. Nell'autunno del 1943 per decisione del padre lascio' il collegio, ma il ritorno a casa fu drammatico dal momento che non si accordava con l'autonomia a cui si era abituata.
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Gli studi, il matrimonio, la scrittura
Conclusi gli studi al liceo Michelangelo, nel 1950 si iscrisse alla facolta' di lettere. Nell'autunno 1952, a causa del riacuirsi del conflitto con la sorella Lidia, si trasferi' a Parigi, ma un'infiammazione polmonare la costrinse ad anticipare il ritorno a Firenze. Alle lezioni di Roberto Longhi conobbe Marisa Volpi, con la quale stabili' un rapporto intellettuale e umano, segnato dal fervore di fare e pensare insieme. Nel 1955 pubblicarono su Paragone un articolo su Ben Shan (n. 69, pp. 38-61). E' il primo scritto di Carla Lonzi sull'arte. Nel 1956 discusse la tesi I rapporti tra la scena e le arti figurative dalla fine dell'Ottocento. Un lavoro, molto apprezzato da Longhi, edito postumo da Olschki (Firenze 1996), avendo Lonzi rifiutato l'offerta di pubblicarlo e dare cosi' inizio alla professione accademica. Preferi' tornare a Roma, dove aveva soggiornato per la ricerca sulla tesi. Qui incontro' Mario Lena, chimico industriale, impegnato nel sindacato e nel Partito comunista (PCI). Dopo una breve convivenza nella capitale, si trasferirono in Toscana, e il 28 novembre 1958 si sposarono a Carrara. Carla era in attesa del figlio Battista che nacque a Viareggio l'8 giugno 1959.
Furono anni di grande isolamento, segnati da inquietudini e preoccupazioni economiche e professionali. Trovo' sostegno nella scrittura, come le era gia' accaduto da bambina. Dal 1958 al 1963 dedico' la maggior parte del suo tempo a scrivere poesie. Per Lonzi la scrittura fu sempre scavo nel vissuto e nell'animo, volto a cogliere "l'autenticita'" dell’io. "[...] all'interno di me una sconosciuta agonizzava. Tendevo l'orecchio per cercare di cogliere nella sua agonia la chiave di una verita' di cui mi accorgevo all'improvviso di essere priva. Mi fidavo solo di lei" (Lonzi, 1978, p. 1109).
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Lonzi critica d'arte: dagli esordi al rifiuto
Nell'autunno del 1959 si trasferi' a Milano, che divenne la sua citta' elettiva. Ma e' a Torino, presso la galleria Notizie che allesti' la prima mostra: La Gibigianna di Pinot Gallizio, nel giugno 1960. Da allora la professione di critica inizio' a rafforzarsi, mentre il matrimonio con Lena si deteriorava. A determinarne la conclusione fu l'incontro con Pietro Consagra nella primavera 1961. Il loro rapporto, destinato a durare, nonostante crisi e conflitti, fino alla morte di Lonzi, si consolido' nel 1964.
Tra il 1962 e il 1967 Lonzi curo' mostre dei piu' importanti artisti italiani e stranieri, principalmente alla galleria Notizie, ma anche a Milano, Firenze, Venezia. Tra le piu' significative la presentazione di Carla Accardi, alla XXXII Biennale di Venezia; le mostre di Jannis Kounellis e di Consagra, rispettivamente nel maggio e nel giugno 1967, alla galleria Ariete di Milano. Lonzi era una firma abituale di L'Approdo letterario, periodico della Rai, e di Marcatre', sulla quale pubblicava i Discorsi, dialoghi con artisti. Sempre in questi anni scrisse la monografia di Henri Rousseau (n. 148), e di George Seurat (n. 178), nella collana "Maestri del colore", dei Fratelli Fabbri Editori.
Nel dicembre 1967 ando' a vivere per sei mesi a Minneapolis con Consagra. Il soggiorno negli Stati Uniti fu dedicato al montaggio dei colloqui con 13 dei maggiori artisti attivi in Italia: Carla Accardi, Getulio Alviani, Enrico Castellani, Consagra, Luciano Fabro, Lucio Fontana, Jannis Kounellis, Mario Nigro, Giulio Paolini, Pino Pascali, Mimmo Rotella, Salvatore Scarpitta, Giulio Turcato, Cy Twombly. Prima di rientrare in Italia Lonzi fu operata a Boston per un tumore alla tiroide.
Autoritratto fu pubblicato da Di Donato nell'autunno 1969. E' il testo piu' importante di Lonzi critica, uno dei piu' belli ed originali sull'arte degli anni Sessanta. L'uso del registratore, all'epoca una assoluta novita', le consenti' di restituire la voce autentica dell'artista, senza il filtro linguistico del critico. L'attenzione alla soggettivita' femminile connota con forza il dialogo tra Lonzi e Accardi nel libro.
Dell'arte le interessava non l'opera, il prodotto, ma il manifestarsi dell'autenticita' dell'artista. E' questo il filo comune al suo lavoro di critica, alla scrittura poetica, al femminismo. Con la presa di coscienza femminista, Lonzi maturo' la convinzione che tra autenticita' e creativita' vi fosse una distinzione. L'affermazione della creativita' di alcuni, tramite un sistema culturale, produce, secondo Lonzi, proiezione e passivizzazione in chi ne fruisce come spettatore, spettatrice. Per questo mettere in discussione il ruolo del critico e' il passaggio necessario per sottrarre l'arte al "mito culturale" nel quale e' imbrigliata, e per permettere alla creativita' di ognuno/a di entrare in rapporto con il nucleo di autenticita' che vi e' nell'esperienza artistica.
Anche se l'ultimo articolo, La critica e' potere, e' del dicembre 1970 (in NAC. Notiziario d'arte contemporanea, n. 3, pp. 5-6), con Autoritratto Lonzi di fatto concluse la sua attività di critica, con un giudizio radicale: "L'atto critico completo e verificabile e' quello che fa parte della creazione artistica" (Lonzi, 1969, p. 3); per questo e' necessario negare il ruolo del critico, in quanto potere ed ideologia sull'arte e sugli artisti.
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L'incontro con il femminismo e la nascita di Rivolta femminile
Nello stesso periodo Lonzi diede forma ad una nuova, intensa, esperienza.
Nella primavera del 1970 si incontro' a Roma, per piu' giorni, con Accardi ed Elvira Banotti, per condividere l'emozione suscitata dall'insorgere del femminismo nel mondo. Ne scaturi' il Manifesto di Rivolta femminile, pubblicato a luglio, che sanciva la nascita dei primi gruppi femministi italiani. Lo scrisse Lonzi, e nello stesso anno scrisse Sputiamo su Hegel, un invito a prendere congedo dalla cultura patriarcale, rivolto innanzitutto alle donne, femministe e militanti politiche, che davano piu' credito alle teorie e alle forme di lotta degli uomini che non all'esperienza e alla storia del proprio sesso.
Per Lonzi il congedo fu una scelta di vita radicale. Interruppe la professione e rifiuto' ogni altra forma di attivita' e di vita pubblica, per dedicarsi interamente ai gruppi di Rivolta femminile, nati in molte citta', alla scrittura e alla cura della collana "Scritti di Rivolta femminile". Il segno di questa scelta fu il rifiuto dell'emancipazione, tratto comune alla generazione femminista degli anni Settanta che in essa vedeva una promessa mancata, perche' non liberava dall'identita' di genere tradizionale e non dava risposte alla ricerca di un differente modo di essere donna, non uomo.
Cio' che distinse Rivolta femminile da altri gruppi che si formarono in quegli anni fu l'estraneita' ai movimenti politici della sinistra. Nessuna di loro apparteneva alla generazione del Sessantotto, che costituiva l'area principale del femminismo e sui rapporti tra movimenti giovanili e femminismo Lonzi si espresse esplicitamente dieci anni dopo, in una lettera a L'Espresso del 5 febbraio 1978: "Si continua a dare per scontato che esista un rapporto diretto tra '68 e femminismo, questo sulla linea di far apparire sempre il femminismo come il reparto-donne di ideologie, rivoluzioni e rivolte degli uomini. [...] Ma il femminismo non e' un movimento giovanile, in particolare Rivolta femminile [...] che e' nata come gruppo nel luglio del '70, all'inizio ha espresso donne dai trenta ai trentacinque anni in avanti che con il ’68 non avevano niente a che vedere. D’altra parte per entrare in uno spirito femminista le giovani hanno dovuto scardinare non poco le parole d'ordine, i modi e i miti sessantotteschi. E' stato malgrado il '68 e non grazie al '68 che hanno potuto farlo" (Lonzi, 1985, p. 50).
Rivolta femminile fu il primo gruppo a praticare il separatismo. "Comunichiamo solo con donne", con questo annuncio si chiude il Manifesto. L'invenzione della pratica dell'autocoscienza, centrata sui rapporti tra donne, sulla presa di parola a partire dal vissuto, sulla costruzione di autonomia, nel privato e nel pubblico e' il contributo essenziale di Lonzi e Rivolta femminile al femminismo contemporaneo. Diversamente da altri gruppi, Rivolta non abbandono' questa pratica in rapporto alle circostanze. Piuttosto l'affino' ed approfondi', ad esempio attraverso la scrittura e la circolazione di testi. Fu anche il primo gruppo a cimentarsi con la necessita' di fare impresa, per garantirsi autonomia economica, creando una casa editrice.
Nella prima meta' degli anni Settanta l'espansione del femminismo si intreccio' con importanti mutamenti: la vittoria del No al referendum sul divorzio, i processi e le manifestazioni sull'aborto, la riforma del diritto di famiglia. Contemporaneamente, la sua espansione produsse un mutamento significativo nel femminismo, rappresentato dal passaggio dalla prolificazione dei gruppi e delle pratiche originali al recupero di modalita' piu' tradizionali della politica: la manifestazione, la rivendicazione della legge, il rapporto con le istituzioni, sia pure conflittuale. Rivolta femminile non si riconobbe nel movimento femminista di massa, anzi prese esplicitamente distanza, nei contenuti come nelle forme politiche.
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Gli scritti sulla sessualita' e l'autocoscienza
Nel luglio 1971 Lonzi scrisse un secondo testo, firmato dal gruppo, Sessualita' femminile e aborto (in Lonzi, 1974, pp. 67-75). Dopo un esplicito rifiuto di richiedere agli uomini di potere, ai legislatori, la decadenza del reato, sanzionata di fatto dagli aborti clandestini, nel testo Lonzi metteva in questione il nesso procreazione-sessualita', costruito dalla cultura patriarcale. "Libera maternita' e libera sessualita' devono trovare i loro significati all'interno della nostra presa di coscienza". In assenza di questo lavoro politico, anche la "libera scelta" di abortire non ha un contenuto liberatorio. (Lonzi, 1974, p. 69).
In La donna clitoridea e la donna vaginale (in Lonzi, 1974, pp. 77-140), a cui stava lavorando quell'estate, Lonzi elaboro', a partire dal suo vissuto, una lettura originale della sessualita' femminile, quella del piacere clitorideo. Nella Premessa esplicita le domande di fondo. "Perche' la donna non ha la risoluzione nell'orgasmo assicurata come l'uomo? Qual e' il suo funzionamento fisico-sessuale? E quello pschico-sessuale? Qual e' infine il suo sesso? Esistono donne clitoridee e donne vaginali. Chi sono? Chi siamo?" (Ivi, p. 9).
Come il Manifesto, questo scritto suscito' discussioni e polemiche, anche nei gruppi di Rivolta femminile. E apri' al confronto sulle differenze tra donne nel femminismo. In Rivolta femminile porto', in particolare, ad un approfondimento sull'autocoscienza (Significato dell'autocoscienza nei gruppi femministi (1972) in Lonzi, 1974, pp. 141-147): l'esigenza di mettere in questione il sistema patriarcale aveva fatto emergere "il senso di se'", il desiderio e la possibilita' di essere soggetto, senza identificarsi nella "Donna", ma senza dover negare la differenza dall'uomo.
In questo passaggio cruciale cambiarono anche i rapporti di Carla Lonzi dentro Rivolta femminile. Dal gennaio al giugno 1973 lascio' il gruppo, nel quale si sentiva troppo investita di un ruolo. Con l'acquisto di Turicchi, un podere nel Chianti, Carla trovo' un luogo che senti' "casa propria", dove trovare anche la "dimora per sempre» (Lonzi, 1978, p. 439).
Nel maggio del 1974 usci', nella collana "libretti verdi", la ristampa dei suoi scritti, inclusi i testi firmati da Rivolta femminile (Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti). L'anno dopo il libro fu tradotto in Argentina (Escupamos sobre Hegel) e in Germania (Die lust Frau zu sein). Nel giugno 1976 Michele Causse dell'Editions des femmes chiese un'intervista a Carla Lonzi sull'esperienza di Rivolta femminile, mostrando come essa fosse considerata un punto di riferimento, non solo in Italia, soprattutto in ragione degli scritti di Lonzi. Nel 1981 usci' l'edizione spagnola di Escupamos sobre Hegel presso Anagrama (Barcellona 1981). Questo riconoscimento all'estero contrasta con quanto avveniva in Italia. Il femminismo faceva notizia, ma l'interesse si fermava agli slogan e l'immagine che ne veniva restituita era quella dei cortei in gonne a fiori e zoccoli. Nei casi migliori era rappresentato come ideologia, volta all'affermazione di un sesso contro l'altro, riconducendolo nello schema della lotta politica centrata sul potere. Come denuncio' Lonzi, questo "conferma, e non mette in crisi cio' che noi vogliamo sovvertire" (in Chianese et al., 1977, p. 104).
Rivolta femminile presto' grande attenzione al discorso pubblico sul femminismo e in piu' occasioni provo' ad interloquire, senza riuscirvi. Nel gennaio 1975 Pier Paolo Pasolini su Il corriere della sera critico' il movimento per non aver affrontato il nodo della sessualita' e la correlazione coito-aborto. Lonzi invio' al giornale lo scritto Sessualita' femminile e aborto, con una lettera a Pasolini. Il giornale non pubblico' e Pasolini non rispose.
L'esigenza di far conoscere il pensiero e l'esperienza femminista porto' ad intensificare l'attivita' della casa editrice. Tra il 1977 e 1979 pubblico' oltre a testi individuali, due volumi di scritti collettivi, E' gia' politica e La presenza dell'uomo nel femminismo; nel 1980 inauguro' la nuova collana "Prototipi" con Vai pure, dialogo tra Lonzi e Consagra sul loro rapporto. Lonzi ne fu non solo autrice, ma anche curatrice editoriale.
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Il personale e' politico: da Diario di una femminista a Vai pure
Taci anzi parla. Diario di una femminista (Milano 1978) raccoglie in 1300 pagine le annotazioni di fatti, letture, pensieri, emozioni, dal 1972 al 1977, l'arco temporale in cui si svilupparono l'autocoscienza e l'esperienza di Rivolta femminile. La decisione di pubblicarlo fu difficile, per la consapevolezza che "pubblicare un diario e' svelare se stessi al di fuori delle convenzioni e trascinare altri in questa operazione. [...] Da qualche parte bisogna pur cominciare a demolire le false identita' che stanno appiccicate alle donne come un sudario" (in Lonzi, 1985, p. 51). Per Lonzi scrivere e' arricchire l'esistenza di possibilita', e la scrittura di un diario le fu particolarmente congeniale: "e' un libro che ho scritto senza pause come ho vissuto senza pause e che si e' concluso solo quando il periplo attorno alla mia identita' mi e' parso esaurito" (Ivi, p. 53).
Quando usci' il diario il rapporto con Consagra attraversava una crisi profonda, che si acui' quando Consagra le propose di accettare la presenza di un'altra donna nella sua vita, disposta a prendersi cura di lui e del suo studio. Carla non oppose un rifiuto immediato, per affrontare la nuova situazione si affido', come sempre, alla scrittura. Del diario che tenne in quel periodo si conosce solo il titolo, Gelosia. Nella sua situazione vide riproporsi una costante del rapporto uomo donna: l'impossibilita' di andare a fondo, perché l'uomo trova appoggio in un'altra donna.
Per comprenderla inizio' una ricerca storico-letteraria, trovando un antecedente nelle commedie di Moliere. A colpirla in Les femmes savantes fu la messa in ridicolo delle donne intellettuali – les precieuses ridicules – che non si affidano all'uomo per pensare. Questa rappresentazione le risulto' vera ed attuale: "Il mondo delle Precieuses mi interessa e mi riguarda [...] aver espresso pubblicamente il desiderio di rifiutare o ritardare l'amore fisico, quindi una sospensione del gradimento del pene, e dall'aver preteso di giudicare le opere degli autori, quindi una intromissione nel mondo del fallo. Queste sono state due mosse autentiche e strategiche [...]. In fondo i miei scritti teorici toccano gli stessi due punti, con Sputiamo su Hegel e La donna clitoridea e la donna vaginale" (Lonzi, 1992, p. 14).
Nel maggio del 1980 Carla e Pietro si incontrarono per chiarire la loro situazione di coppia. Carla registro' i colloqui, come faceva sempre per le persone a cui teneva. L'intesa si rivelo' impossibile e Carla chiuse l'incontro con l'invito a Pietro: Vai pure. Ai primi di giugno parti' per Parigi, per continuare la sua ricerca sulle preziose. Poi trascorse l'estate a Turicchi. "Per me era proprio una rottura desiderata [...]. Ero veramente felice" (Lonzi, 1981, pp. 18-19). A fine estate su proposta di Consagra il loro rapporto riprese. Per Lonzi tuttavia la separazione non era stata una parentesi, non solo aveva messo a nudo le ragioni, insolute, di un contrasto, ma l'aveva caricata di nuove energie, mettendo fine all'antagonismo con l'uomo. Per questo decise di pubblicare il dialogo, con il consenso di Consagra.
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Epilogo
Poco dopo la pubblicazione del libro cominciarono forti dolori al viso. Non vi presto' molta attenzione, perche' era immersa nel lavoro. Alla ricerca sulle preziose si era infatti aggiunta la richiesta di scrivere un testo per il catalogo della mostra Identite' italienne, prevista al Centre Georges Pompidou di Parigi, a giugno. Lonzi esito' ad accettare, a tornare su un argomento che considerava per lei concluso. Decise di farlo, per il riconoscimento della qualita' del suo lavoro di critica e per riprendere, al presente, la questione di fondo: il processo autentico tra se' e l'opera che connota la creativita'. Nelle righe finali defini' la sua presenza in quel mondo: "una futura coscienza e non una complice negli anni '60 faceva il suo ingresso come critica d'arte nel campo della creativita'" (Lonzi, 1981, p. 31). Ne era uscita, avendo trovato nel femminismo l'espressione della sua creativita'; poteva riprendere parola sull'arte, forte di questo.
Per tutta l'estate la malattia non miglioro', ed in autunno accetto' di sottoporsi ai controlli. Fu operata di cancro al Canton hospital di Zurigo il 15 dicembre 1981. Torno' a Milano nel febbraio, ma non si riprese. A giugno le sue condizioni peggiorarono e venne ricoverata alla clinica Capitanio di Milano.
Mori' il 2 agosto 1982. Il suo corpo e' sepolto nel cimitero di Turicchi.
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Opere
Oltre a quelle citate si segnalano La solitudine del critico, in L'Avanti!, 13 dicembre 1963; C. Lonzi - T. Trini - M. Volpi, Tecniche e materiali, in Marcatre', 1968, n. 37-40, pp. 165-185; Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, Scritti di Rivolta femminile, Milano 1974; M.G. Chianesi et al, E' gia' politica, Scritti di Rivolta femminile, Milano 1977 (in partic. Intervista di Michelle Causse a Carla Lonzi, pp. 101-109; Itinerario di riflessioni, pp. 13-51); Mito della proposta culturale, in M. Lonzi - A. Jaquinta - C. Lonzi, La presenza dell'uomo nel femminismo, Scritti di Rivolta femminile, Milano 1978, pp. 137-154; Altro che riflusso! Il tifone femminista soffia da secoli, in Quotidiano donna, 30 settembre 1979; Con il problema dell'uomo alle spalle, in Ivi, 15 maggio 1981; Identite' italienne. L'art en Italie depuis 1959, a cura di Germano Celant, Centre Pompidou, Paris 1981, p. 31; Scacco ragionato. Poesie dal '58 al '63, Scritti di Rivolta femminile (postumo 1985); Armande sono io!, Scritti di Rivolta femminile (postumo 1992); I rapporti tra la scena e le arti figurative dalla fine dell'Ottocento, (postumo 1996).
*
Fonti e bibliografia
I movimenti femministi in Italia, a cura di R. Spagnoletti, Roma 1971; Femminismo e lotta di classe in Italia (1970-1973), a cura di B. Frabotta, Roma 1975; J. Kristeva, Donne cinesi, Milano 1975; L. Melandri, L'infamia originaria, Milano 1977; La politica del femminismo, a cura di B. Frabotta, Roma 1978; A. Calabro' - L. Grasso, Dal movimento femminista al femminismo diffuso, Milano 1985; M. Lonzi - A. Jaquinta, Biografia, in C. Lonzi, 1985, pp. 9-73; M.L. Boccia, Per una teoria dell'autenticità, in Memoria, 1987, n.19-20, pp. 85-108; Diotima, Il pensiero della differenza sessuale, Milano 1987; Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Torino 1987, pp. 29-35; M. L. Boccia, L'io in rivolta. Vissuto e pensiero di C. L., Milano 1990; Ead., Carla e Pietro, in Tuttestorie, 1996, n. 5, pp. 31-33; M. Bucci, C. L.: un ribaltamento di scena, in C. Lonzi, 1996, pp. V-XX; A. Piccirillo, La presenza di coscienza, in Femminismi a Torino, a cura di P. Zumaglino, Milano 1996; F. Lussana, Le donne e la modernizzazione: il neofemminismo degli anni Settanta, in Storia dell'Italia repubblicana, III, 2, Torino 1997, pp. 471-565; F. Restaino - A. Cavarero, Le filosofie femministe, Torino 1999, pp. 101-110; D. Spadaccini, Scrittura politica e scrittura mistica, in Dwf, 1999, n. 2-3, pp. 56-75; Centro studi e documentazione pensiero femminile, 100 titoli. Guida ragionata al femminismo degli anni Settanta, Ferrara 1998 (in partic. M.L. Boccia, Manifesto, pp. 58-64; E. Baeri, Sputiamo su Hegel, pp. 64-70); Lessico politico delle donne. Teorie del femminismo, a cura di M. Fraire, Milano 2002; A. Bravo - G. Fiume, Genesis, III (2004), n. 1: monografico: Anni Settanta, 2004; Il femminismo degli anni Settanta, a cura di T. Bertilotti - A. Scattigno, Roma 2005; A. Buttarelli, Me stessa non io. C. L. scrive il suo Diario, in Mancarsi. Assenza e rappresentazione del se' nella letteratura del Novecento, a cura di L. Graziano, Verona 2005, pp. 152-162; L. Jamurri, Un "mestiere fasullo": note su Autoritratto di C. L., in Donne d'arte. Storie e generazioni, a cura di M.A. Trasforini, Roma 2006, pp. 113-132; G. Providenti, Passaggi di esperienza. Autenticita' e liberazione in Carla Lonzi, 2006, http://host.uniroma3.it/dipartimenti/filosofia/culturali/simposio.htm (20 giugno 2015); M. Baldini, Le arti figurative all'"Approdo". C. L. un'allieva dissidente di Roberto Longhi, in Italianistica, XXXVIII (2009), 3, pp. 115-130; G. Zanchetti, Premessa e profezia. Crisi della creativita', crisi della critica e relazione secondo C. L., in Anni '70: l'arte dell'impegno, a cura di C. Casero - E. Di Raddo, Milano 2009, pp. 33-48; L. Conti - V. Fiorini - V. Martini, C. L. la duplice radicalita'. Dalla critica militante al femminismo di Rivolta, Pisa 2011; Ti darei un bacio. C. L., il pensiero dell'esperienza, a cura di M. Farneti, Ferrara 2011; Collettivo femminista Benazir, Frammenti di autocoscienza. Il percorso politico sulla sessualita' di un gruppo di giovani femministe, Roma 2012; A. Buttarelli, Sovrane. L'autorita' femminile al governo, Milano 2013, pp. 168-174; M. L. Boccia, Con C. L.. La mia opera e' la mia vita, Roma 2014.
4. REPETITA IUVANT. TRE MINIME DESCRIZIONI DELLA NONVIOLENZA E CINQUE PERORAZIONI PER IL DISARMO
I. Tre minime descrizioni della nonviolenza
1. La nonviolenza non indossa il frac
La nonviolenza non la trovi al ristorante.
Non la incontri al circolo dei nobili.
Non frequenta la scuola di buone maniere.
E' sempre fuori dall'inquadratura delle telecamere delle televisioni.
La nonviolenza non fa spettacolo.
La nonviolenza non vende consolazioni.
La nonviolenza non guarda la partita.
E' nel conflitto che la nonviolenza agisce.
Dove vi e' chi soffre, li' interviene la nonviolenza.
Dove vi e' ingiustizia, li' interviene la nonviolenza.
Non la trovi nei salotti e nelle aule.
Non la trovi tra chi veste buoni panni.
Non la trovi dove e' lustra l'epidermide e non brontola giammai lo stomaco.
La nonviolenza e' dove c'e' la lotta per far cessare tutte le violenze.
La nonviolenza e' l'umanita' in cammino per abolire ogni sopraffazione.
Non siede nel consiglio di amministrazione.
Non si abbuffa coi signori eccellentissimi.
Non ha l'automobile, non ha gli occhiali da sole, non ha il costume da bagno.
Condivide la sorte delle oppresse e degli oppressi.
Quando vince rinuncia a ogni potere.
Non esiste nella solitudine.
Sempre pensa alla liberta' del prossimo, sempre pensa al riscatto del vinto,
sempre pensa ad abbattere i regimi e di poi a riconciliare gli animi.
Sa che il male e' nella ricchezza, sa che il bene e' la condivisione;
sa che si puo' e si deve liberare ogni persona e quindi questo vuole:
la liberta' di tutte, la giustizia, la misericordia.
La nonviolenza e' l'antibarbarie.
La nonviolenza e' il riconoscimento della dignita' di ogni essere vivente.
La nonviolenza e' questa compassione: sentire insieme, voler essere insieme,
dialogo infinito, colloquio corale, miracolo dell'incontro e della nascita;
l'intera umanita' unita contro il male e la morte;
si', se possiamo dirlo in un soffio e in un sorriso: tutti per uno, uno per tutti.
La nonviolenza e' la lotta che salva.
Ha volto e voce di donna, sa mettere al mondo il mondo,
il suo tocco risana le ferite, i suoi gesti sono limpida acqua, i suoi atti recano luce;
sempre lotta per la verita' ed il bene, usa solo mezzi coerenti
con il fine della verita' e del bene.
Sa che il mondo e' gremito di persone, cosi' fragili, smarrite e sofferenti.
Sa che la sua lotta deve esser la piu' ferma; e deve essere la piu' delicata.
Quando la plebe all'opra china si rialza: li' e' la nonviolenza.
Quando lo schiavo dice adesso basta, li' e' la nonviolenza.
Quando le oppresse e gli oppressi cominciano a lottare
per un'umanita' di persone tutte libere ed eguali in diritti,
li', li' e' la nonviolenza.
Quando ti svegli ed entri nella lotta, la nonviolenza gia' ti viene incontro.
La nonviolenza e' una buona cosa.
E' questa buona cosa che fai tu quando fai la cosa giusta e necessaria.
*
2. Breve litania della nonviolenza
La nonviolenza non e' la luna nel pozzo.
La nonviolenza non e' la pappa nel piatto.
La nonviolenza non e' il galateo del pappagallo.
La nonviolenza e' la lotta contro la violenza.
La nonviolenza non e' la ciancia dei rassegnati.
La nonviolenza non e' il bignami degli ignoranti.
La nonviolenza non e' il giocattolo degli intellettuali.
La nonviolenza e' la lotta contro la violenza.
La nonviolenza non e' il cappotto di Gogol.
La nonviolenza non e' il cavallo a dondolo dei generali falliti.
La nonviolenza non e' la Danimarca senza il marcio.
La nonviolenza e' la lotta contro la violenza.
La nonviolenza non e' l'ascensore senza bottoni.
La nonviolenza non e' il colpo di carambola.
La nonviolenza non e' l'applauso alla fine dell'atto terzo.
La nonviolenza e' la lotta contro la violenza.
La nonviolenza non e' il museo dell'esotismo.
La nonviolenza non e' il salotto dei perdigiorno.
La nonviolenza non e' il barbiere di Siviglia.
La nonviolenza e' la lotta contro la violenza.
La nonviolenza non e' la spiritosaggine degli impotenti.
La nonviolenza non e' la sala dei professori.
La nonviolenza non e' il capello senza diavoli.
La nonviolenza e' la lotta contro la violenza.
La nonviolenza non e' il ricettario di Mamma Oca.
La nonviolenza non e' l'albero senza serpente.
La nonviolenza non e' il piagnisteo di chi si e' arreso.
La nonviolenza e' la lotta contro la violenza.
La nonviolenza non e' la quiete dopo la tempesta.
La nonviolenza non e' il bicchiere della staffa.
La nonviolenza non e' il vestito di gala.
La nonviolenza e' la lotta contro la violenza.
La nonviolenza non e' il sapone con gli gnocchi.
La nonviolenza non e' il film al rallentatore.
La nonviolenza non e' il semaforo sempre verde.
La nonviolenza e' la lotta contro la violenza.
La nonviolenza non e' il jolly pescato nel mazzo.
La nonviolenza non e' il buco senza la rete.
La nonviolenza non e' il fiume dove ti bagni due volte.
La nonviolenza e' la lotta contro la violenza.
La nonviolenza non e' l'abracadabra degli stenterelli.
La nonviolenza non e' il cilindro estratto dal coniglio.
La nonviolenza non e' il coro delle mummie del gabinetto.
La nonviolenza e' la lotta contro la violenza.
La nonviolenza non e' niente che si veda in televisione.
La nonviolenza non e' niente che si insegni dalle cattedre.
La nonviolenza non e' niente che si serva al bar.
La nonviolenza e' solo la lotta contro la violenza.
*
3. Della nonviolenza dispiegata al sole ad asciugare
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
Chiamiamo nonviolenza la politica necessaria.
Chiamiamo nonviolenza l'occhio che vede e piange.
Chiamiamo nonviolenza la lotta per l'abolizione di tutte le guerre.
Chiamiamo nonviolenza la lotta che abroga ogni servitu'.
Chiamiamo nonviolenza questo accampamento notturno nel deserto.
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
Chiamiamo nonviolenza l'amicizia che non tradisce.
Chiamiamo nonviolenza il ponte di corda teso sull'abisso.
Chiamiamo nonviolenza la fine della paura della morte.
Chiamiamo nonviolenza la fine della minaccia della morte.
Chiamiamo nonviolenza aver visto e alba e tramonto con limpido cuore.
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
Chiamiamo nonviolenza il tappeto volante.
Chiamiamo nonviolenza il voto unanime per la salvezza degli assenti.
Chiamiamo nonviolenza il cielo stellato.
Chiamiamo nonviolenza il rispetto della vita altrui.
Chiamiamo nonviolenza il sonno dei giusti e dei giusti la veglia.
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
Chiamiamo nonviolenza il silenzio che non spaventa.
Chiamiamo nonviolenza la telefonata che ferma l'esecuzione.
Chiamiamo nonviolenza il libro che ti fa ridere e piangere.
Chiamiamo nonviolenza il viaggio senza bagagli.
Chiamiamo nonviolenza il suono dell'arcobaleno.
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
Chiamiamo nonviolenza il pasto in comune.
Chiamiamo nonviolenza il miracolo della nascita.
Chiamiamo nonviolenza la voce che risponde.
Chiamiamo nonviolenza la porta che si apre allo straniero.
Chiamiamo nonviolenza la lotta contro la violenza.
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
Chiamiamo nonviolenza il dono e la rinuncia.
Chiamiamo nonviolenza la leggerezza sui corpi.
Chiamiamo nonviolenza la parola che suscita le praterie.
Chiamiamo nonviolenza il soffio che estingue gli incendi.
Chiamiamo nonviolenza l'infinito respiro del mare.
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
Chiamiamo nonviolenza l'umanita' come dovrebbe essere.
Chiamiamo nonviolenza la coscienza del limite.
Chiamiamo nonviolenza il ritrovamento dell'anello di Salomone.
Chiamiamo nonviolenza gl'immortali principi dell'Ottantanove.
Chiamiamo nonviolenza l'ironia e la pazienza.
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
Chiamiamo nonviolenza il riconoscimento della pluralita' delle persone e dei mondi.
Chiamiamo nonviolenza la distruzione di tutte le armi assassine.
Chiamiamo nonviolenza non nascondere la nostra ignoranza.
Chiamiamo nonviolenza rifiutarsi di mentire.
Chiamiamo nonviolenza la scelta di fare la cosa che salva le vite.
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
Chiamiamo nonviolenza una giornata di sole sulla strada.
Chiamiamo nonviolenza la scuola di Spartaco e della Rosa Rossa.
Chiamiamo nonviolenza la certezza morale del figlio della levatrice.
Chiamiamo nonviolenza la legge nuova del figlio del falegname.
Chiamiamo nonviolenza le tre ghinee di Virginia.
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
Chiamiamo nonviolenza questo atto di riconoscimento e di riconoscenza.
Chiamiamo nonviolenza il giro della borraccia.
Chiamiamo nonviolenza questo colloquio corale.
Chiamiamo nonviolenza la Resistenza antifascista.
Chiamiamo nonviolenza l'uscita dallo stato di minorita'.
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
Chiamiamo nonviolenza parlare e ascoltare.
Chiamiamo nonviolenza la stazione sempre aperta.
Chiamiamo nonviolenza lo specchio e la sorgente.
Chiamiamo nonviolenza sentire il dolore degli altri.
Chiamiamo nonviolenza prendersi cura del mondo.
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
* * *
II. Cinque perorazioni per il disarmo
1. La prima politica e' il disarmo
La prima politica e' il disarmo
sostituire all'arte dell'uccidere
quella severa di salvare le vite
Senza disarmo il mondo tutto muore
senza disarmo le nuvole si ghiacciano
le lacrime diventano veleno
si crepano i marmi ne escono draghi
Senza disarmo ogni parola mente
senza disarmo ogni albero si secca
l'aria non porta piu' i suoni
la polvere colma i polmoni
Senza disarmo piovono scorpioni
senza disarmo in ogni piatto e' vomito
dal rubinetto esce sale e vetro
le scarpe stritolano le ossa dei piedi
Solo il disarmo frena le valanghe
solo il disarmo risana le ferite
solo il disarmo salva le vite
Salvare le vite e' il primo dovere
salvare le vite
il primo dovere
*
2. Piccolo dittico delle armi e del disarmo
I.
Le armi sanno a cosa servono
le armi non sbagliano la mira
le armi odiano le persone
quando le ammazzano poi vanno all'osteria
a ubriacarsi e a cantare fino all'alba
Le armi bevono il sangue
le armi mettono briglie e sella alle persone
poi le cavalcano fino a sfiancarle
affondano gli speroni per godere dei sussulti
della carne che soffre
Le armi non sentono ragione
una sola cosa desiderano: uccidere
e poi ancora uccidere
uccidere le persone
tutte le persone
Le armi la sanno lunga
fanno bella figura in televisione
sorridono sempre
parlano di cose belle
promettono miliardi di posti di lavoro
e latte e miele gratis per tutti
Le armi hanno la loro religione
hanno la scienza esatta degli orologi
hanno l'arte sottile del pennello
e del bulino e la sapienza grande
di trasformare tutto in pietra e vento
e della loro religione l'unico
articolo di fede dice: nulla
e nulla e nulla e nulla e nulla e nulla
e tutto ha da tornare ad esser nulla
Le armi ci guardano dal balcone
mentre ci affaccendiamo per le strade
ci fischiano e poi fanno finta di niente
ci gettano qualche spicciolo qualche caramella
cerini accesi mozziconi scampoli
di tela e schizzi di vernice e polpette
con dentro minuscole schegge di vetro
Sanno il francese hanno tutti i dischi
raccontano di quando in mongolfiera
e delle proprieta' nelle colonie d'oltremare
e delle ville tutte marmi e stucchi
t'invitano nel loro palco all'opera
ti portano al campo dei miracoli
Sanno le armi come farsi amare
e passo dopo passo addurti dove
hanno allestito la sala del banchetto
II.
Senza disarmo i panni stesi non si asciugano
senza disarmo la pizza diventa carbone
senza disarmo hai freddo anche con tre cappotti
Senza disarmo il fazzoletto ti strappa la mano
senza disarmo la maniglia della porta ti da' la scossa
senza disarmo le scarpe ti mangiano i piedi
Senza disarmo l'aria t'avvelena
senza disarmo il caffe' diventa sterco
senza disarmo dallo specchio uno ti spara
Senza disarmo il letto e' tutto spine
senza disarmo scordi tutte le parole
senza disarmo e' buio anche di giorno
Senza disarmo ogni casa brucia
senza disarmo quel che tocchi ghiaccia
senza disarmo tutto e' aceto e grandine
Senza disarmo la guerra non finisce
Senza disarmo finisce l'umanita'
*
3. In quanto le armi
In quanto le armi servono a uccidere
le persone, l'esistenza delle armi
e' gia' una violazione dei diritti umani.
Solo il disarmo salva le vite
solo il disarmo rispetta e difende gli esseri umani
solo il disarmo riconosce e restituisce
umanita' all'umanita'.
Solo con il disarmo
la civilta' rinasce
il sole sorge ancora
fioriscono i meli
tornano umani gli esseri umani.
*
4. Del non uccidere argomento primo
Si assomigliano come due fratelli
Abele e Caino, nessuno dei due
sa chi sara' la vittima, chi l'assassino.
Non c'e' netto un confine
tra bene e male
e l'occhio non distingue
zucchero e sale.
In questo laborioso labirinto
che non ha uscita
non esser tu del novero di quelli
che ad altri strappano la breve vita.
Mantieni l'unica vera sapienza:
come vorresti esser trattato tu
le altre persone tratta.
Da te l'umanita' non sia disfatta.
Sull'orlo dell'abisso scegli sempre
di non uccidere, di opporti a ogni uccisione,
ad ogni guerra, ogni arma, ogni divisa:
ogni plotone e' di esecuzione.
Non c'e' netto un confine
tra bene e male
e l'occhio non distingue
zucchero e sale.
Si assomigliano come due fratelli
Abele e Caino, nessuno dei due
sa chi sara' la vittima, chi l'assassino.
*
5. Poiche' vi e' una sola umanita'
Poiche' vi e' una sola umanita'
noi dichiariamo che ogni essere umano
abbia rispetto e solidarieta'
da chiunque altro sia essere umano.
Nessun confine puo' la dignita'
diminuire umana, o il volto umano
sfregiare, o denegar la qualita'
umana propria di ogni essere umano.
Se l'edificio della civilta'
umana ha un senso, ed esso non e' vano,
nessuno allora osi levar la mano
contro chi chiede ospitalita'.
Se la giustizia e se la liberta'
non ciancia, bensi' pane quotidiano
hanno da essere, cosi' il lontano
come il vicino merita pieta'.
Nel condividere e' la verita'
ogni volto rispecchia il volto umano
nel mutuo aiuto e' la felicita'
ogni diritto e' un diritto umano.
Se vero e' che tutto finira'
non prevarra' la morte sull'umano
soltanto se la generosita'
sara' la legge di ogni essere umano.
La nonviolenza e' questa gaia scienza
che lotta per salvar tutte le vite
la nonviolenza e' questa lotta mite
e intransigente contro ogni violenza.
5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.
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NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 99 del 24 luglio 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it
NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 99 del 24 luglio 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it
Sommario di questo numero:
1. L'umanita' comincia quando si cessa di uccidere
2. Sabato 25 luglio alla "Fattoria di Alice" l'incontro settimanale dell'Afesopsit (con due nuovi ricordi di Vito Ferrante)
3. Maria Luisa Boccia: Carla Lonzi
4. Tre minime descrizioni della nonviolenza e cinque perorazioni per il disarmo
5. La "Carta" del Movimento Nonviolento
1. EDITORIALE. L'UMANITA' COMINCIA QUANDO SI CESSA DI UCCIDERE
L'umanita' comincia quando si cessa di uccidere.
Solo salvando le vite si esce dalla preistoria.
Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Nonviolenza o barbarie.
2. INCONTRI. SABATO 25 LUGLIO ALLA "FATTORIA DI ALICE" L'INCONTRO SETTIMANALE DELL'AFESOPSIT (CON DUE NUOVI RICORDI DI VITO FERRANTE)
Sabato 25 luglio 2026 si svolgera' il consueto incontro settimanale dell'"Associazione familiari e sostenitori sofferenti psichici della Tuscia" (in sigla: Afesopsit) presso la propria storica sede, la "Fattoria di Alice" in strada Tuscanese 20 appena fuori Viterbo.
Dopo la condivisione del pasto - momento fondamentale di vicinanza, condivisione e dialogo - l'incontro proseguira' nel pomeriggio (con inizio all'incirca alle ore 14) con l'abituale esperienza partecipativa di riflessione e di testimonianza che ogni settimana coinvolge sia le persone impegnate nell'associazione che le persone ospiti, occasionali o abituali.
Ricordiamo ancora una volta che ogni ospite e' gradito, ogni persona che vuole partecipare e' accolta con la piu' viva cordialita'.
Tutto avviene nella gratuita' e nella condivisione, come e' sempre stata volonta' di Vito Ferrante (il fondatore di questa preziosa esperienza doi solidarieta' che ci ha lasciato il 29 aprile scorso) e come e' proprio dell'"Associazione familiari e sostenitori sofferenti psichici della Tuscia" che ne prosegue l'impegno di solidarieta' e di liberazione.
*
Questo sabato in particolare ci si occupera' anche di diritti violati e di iniziative di solidarieta' da intraprendere con riferimento a vicende concrete; proseguiranno inoltre anche le consuete attivita' di riflessione, di studio e di espressione del sentire comune attraverso le risorse e le forme del gioco, dell'arte, della musica, della poesia.
*
Ci vediamo quindi questo sabato, come ogni sabato, alla "Fattoria di Alice". Ogni persona e' benvenuta.
*
Per contattare l'"Associazione familiari e sostenitori sofferenti psichici della Tuscia" (in sigla: Afesopsit) scrivere una e-mail a: info at ilboschettodeicorbezzoli.it, stefania0560 at hotmail.it
*
Allegati in calce due nuovi ricordi di Vito Ferrante scritti da Antonella Litta e da Giulio Vittorangeli.
*
Le amiche e gli amici di Vito Ferrante
Viterbo, 23 luglio 2026
* * *
Allegato primo: Antonella Litta ricorda Vito Ferrante
Di Vito ho conosciuto prima la sua fama e poi lui.
La sua buona fama infatti precedette la nostra conoscenza.
Di Vito Ferrante avevo sentito parlare in piu' occasioni.
Mi veniva descritto come un uomo di grande tempra, convinto assertore ed operatore nel concreto di tante azioni e progetti volti all'affermazione della dignita' di ogni persona, in ogni situazione.
Sapevo di Vito che aveva cominciato da tantissimi anni e molto presto a prendersi cura delle persone, in particolare di quelle piu' fragili nell’anima, nella mente, nella psiche.
Sapevo che aveva dato vita ad una associazione di cui facevano parte persone sofferenti, i loro familiari, gli amici e chiunque volesse partecipare di questa speciale esperienza di aiuto reciproco, del prendersi cura vicendevole.
Un'esperienza che anche a Viterbo, tra ostacoli e fatiche di ogni genere - imposte anche da chi avrebbe dovuto invece facilitare ed aiutare -, faceva e continua a far vivere la freschezza e la liberta' dell'esperienza di cura legata al nome dello psichiatra Franco Basaglia che aveva letteralmente liberato dalle catene i pazienti psichiatrici non curati ma da sempre reclusi nei manicomi.
Porta infatti il suo nome la Legge 180 che ha sancito, nel 1978, la chiusura dei manicomi e la progressiva costruzione di un sistema basato sulla presa in carico territoriale, garantendo percorsi di cura rispettosi della dignita' e dei diritti delle persone con disturbi psichiatrici.
Nello stesso anno, con la Legge 833/1978, veniva istituito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), segnando un cambiamento radicale nell'approccio alla salute, inclusa quella mentale.
Sapere di questa realta' a Viterbo molto mi incuriosiva da piu' punti di vista ma per diverso tempo non ebbi occasione di venirvi in contatto. Feci la conoscenza di Vito in occasione della protesta svoltasi in piazza del Comune a Viterbo nel pieno dell'inverno del 2012, e proseguita per giorni e giorni con un presidio costante, anche di notte - e si dormiva al freddo nelle tende.
Vito mi dette la sensazione di un concentrato di energia, anche nella sua struttura fisica, il viso con i suoi folti baffi richiamava alla mia mente i tanti bei visi degli attivisti rivoluzionari del Sud America.
Anche il suono della sua voce era particolare, lo sguardo buono e scrutante al tempo stesso, forte la sua stretta di mano.
Dopo quel primo incontro ce ne furono altri. Alcuni legati ad iniziative che come Anpi svolgemmo presso la Fattoria di Alice e altri incontri piu' "interni" alla associazione a cui presi parte con interesse e anche curiosita'. La sensazione che ne ricavavo ogni volta era di una grande famiglia dove si esercitava la cura reciproca senza piu' confini tra sofferenti, amici, familiari e ospiti saltuari, come me.
Vito era il padre, il fratello e l'amico dentro questo gruppo di persone.
Il suo metodo di cura era basato sulla relazione che stabiliva con tutti e con ciascuno, sull'amicizia, la generosita', la disponibilita' e l'abbraccio che donava e riceveva.
Come medico trovavo conferma chiara e concreta in Vito che prima di ogni terapia farmacologica viene il riconoscimento dell'altro come persona e l'instaurare una relazione di bene, fiducia e non giudicante.
Questo ho imparato anche da Vito, questo ho visto nell'associazione da lui fondata e parte della sua stessa vita che ora continua anche nella sua assenza fisica.
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Allegato secondo: Giulio Vittorangeli ricorda Vito Ferrante
Ho conosciuto Vito Ferrante alla metà degli anni '80 del secolo scorso, anni che vedevano il protagonismo del popolo sudafricano nella lotta contro l'apartheid, lo scoppio della prima Intifada in Palestina, il riscatto del Centro America sotto l'impulso della Rivoluzione Sandinista.
L’ho conosciuto quando (se non ricordo male) come Associazione Italia-Nicaragua facemmo una iniziativa di solidarieta' con il popolo del Nicaragua, in quella che era allora la sezione di Pianoscarano del Partito Comunista, la mitica sezione Biferali, dal nome della banda partigiana di Viterbo.
Vito era un dirigente di quella sezione.
La conoscenza poi si approfondi' negli anni successivi, ed ho iniziato ad apprezzare le doti di Vito, quelle doti di cui tanti hanno parlato, il grande rigore morale e la sconfinata generosita'.
Poi con la sconfitta elettorale del Fronte Sandinista in Nicaragua, 1990, lo scioglimento del Partito Comunista, ci siamo persi di vista.
Dopo la fondazione di Afesopsit eravamo tornati a frequentarci, anche se saltuariamente, sapendo che le nostre strade correvano parallele legate dal valore della solidarieta'.
Lo invitai alla presentazione del nostro Progetto "Mulukuku, Nicaragua - Tenemos en la mente la salud!" per la formazione di operatori nel settore della salute mentale, a Viterbo nel novembre 2010.
Non potendo partecipare invio' un breve ma significativo messaggio di saluto.
In conclusione, non voglio usare la retorica e tanto meno frasi roboanti, Vito e' stato una persona normale e speciale allo stesso tempo, certamente con uno spessore e una sensibilita' sopra la media; ed e' per questa sua dimensione "umana" e "comune" che le sue parole continuano a risuonarci, non per commuoverci ma per muoverci, per incoraggiarci e quasi obbligarci a fare, a schierarci, a riappropriarci della nostra umanita', a coltivare speranze e utopie, a inseguire il sogno individuale e collettivo di liberta'.
3. MAESTRE. MARIA LUISA BOCCIA: CARLA LONZI
[Dal Dizionario biografico degli italiani (2015), nel sito www.treccani.it]
Carla Lonzi nacque a Firenze il 6 marzo 1931 da Agostino, artigiano, e Giulia Matteini, diplomata maestra, entrambi orfani. Era la prima figlia, accolta come "la creatura piu' attesa" (Lonzi, 1978, p. 18). Alla nascita di Lidia, seguita in pochi anni da Marta, Vittorio e Alfredo, Carla soffri' immensamente della perdita del privilegio di prima e unica figlia. Reagi' con una precoce ricerca di autonomia, scegliendo, a soli nove anni, il distacco dalla famiglia, andando a studiare al collegio di Badia di Rivoli, dove rimase fino al 1943. Fu un'esperienza formativa che rimase un riferimento significativo per tutta la vita. Nelle vite di sante, in particolare quelle di Therese Martin e Teresa d'Avila, avrebbe trovato rispecchiata quella esperienza. Nell'autunno del 1943 per decisione del padre lascio' il collegio, ma il ritorno a casa fu drammatico dal momento che non si accordava con l'autonomia a cui si era abituata.
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Gli studi, il matrimonio, la scrittura
Conclusi gli studi al liceo Michelangelo, nel 1950 si iscrisse alla facolta' di lettere. Nell'autunno 1952, a causa del riacuirsi del conflitto con la sorella Lidia, si trasferi' a Parigi, ma un'infiammazione polmonare la costrinse ad anticipare il ritorno a Firenze. Alle lezioni di Roberto Longhi conobbe Marisa Volpi, con la quale stabili' un rapporto intellettuale e umano, segnato dal fervore di fare e pensare insieme. Nel 1955 pubblicarono su Paragone un articolo su Ben Shan (n. 69, pp. 38-61). E' il primo scritto di Carla Lonzi sull'arte. Nel 1956 discusse la tesi I rapporti tra la scena e le arti figurative dalla fine dell'Ottocento. Un lavoro, molto apprezzato da Longhi, edito postumo da Olschki (Firenze 1996), avendo Lonzi rifiutato l'offerta di pubblicarlo e dare cosi' inizio alla professione accademica. Preferi' tornare a Roma, dove aveva soggiornato per la ricerca sulla tesi. Qui incontro' Mario Lena, chimico industriale, impegnato nel sindacato e nel Partito comunista (PCI). Dopo una breve convivenza nella capitale, si trasferirono in Toscana, e il 28 novembre 1958 si sposarono a Carrara. Carla era in attesa del figlio Battista che nacque a Viareggio l'8 giugno 1959.
Furono anni di grande isolamento, segnati da inquietudini e preoccupazioni economiche e professionali. Trovo' sostegno nella scrittura, come le era gia' accaduto da bambina. Dal 1958 al 1963 dedico' la maggior parte del suo tempo a scrivere poesie. Per Lonzi la scrittura fu sempre scavo nel vissuto e nell'animo, volto a cogliere "l'autenticita'" dell’io. "[...] all'interno di me una sconosciuta agonizzava. Tendevo l'orecchio per cercare di cogliere nella sua agonia la chiave di una verita' di cui mi accorgevo all'improvviso di essere priva. Mi fidavo solo di lei" (Lonzi, 1978, p. 1109).
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Lonzi critica d'arte: dagli esordi al rifiuto
Nell'autunno del 1959 si trasferi' a Milano, che divenne la sua citta' elettiva. Ma e' a Torino, presso la galleria Notizie che allesti' la prima mostra: La Gibigianna di Pinot Gallizio, nel giugno 1960. Da allora la professione di critica inizio' a rafforzarsi, mentre il matrimonio con Lena si deteriorava. A determinarne la conclusione fu l'incontro con Pietro Consagra nella primavera 1961. Il loro rapporto, destinato a durare, nonostante crisi e conflitti, fino alla morte di Lonzi, si consolido' nel 1964.
Tra il 1962 e il 1967 Lonzi curo' mostre dei piu' importanti artisti italiani e stranieri, principalmente alla galleria Notizie, ma anche a Milano, Firenze, Venezia. Tra le piu' significative la presentazione di Carla Accardi, alla XXXII Biennale di Venezia; le mostre di Jannis Kounellis e di Consagra, rispettivamente nel maggio e nel giugno 1967, alla galleria Ariete di Milano. Lonzi era una firma abituale di L'Approdo letterario, periodico della Rai, e di Marcatre', sulla quale pubblicava i Discorsi, dialoghi con artisti. Sempre in questi anni scrisse la monografia di Henri Rousseau (n. 148), e di George Seurat (n. 178), nella collana "Maestri del colore", dei Fratelli Fabbri Editori.
Nel dicembre 1967 ando' a vivere per sei mesi a Minneapolis con Consagra. Il soggiorno negli Stati Uniti fu dedicato al montaggio dei colloqui con 13 dei maggiori artisti attivi in Italia: Carla Accardi, Getulio Alviani, Enrico Castellani, Consagra, Luciano Fabro, Lucio Fontana, Jannis Kounellis, Mario Nigro, Giulio Paolini, Pino Pascali, Mimmo Rotella, Salvatore Scarpitta, Giulio Turcato, Cy Twombly. Prima di rientrare in Italia Lonzi fu operata a Boston per un tumore alla tiroide.
Autoritratto fu pubblicato da Di Donato nell'autunno 1969. E' il testo piu' importante di Lonzi critica, uno dei piu' belli ed originali sull'arte degli anni Sessanta. L'uso del registratore, all'epoca una assoluta novita', le consenti' di restituire la voce autentica dell'artista, senza il filtro linguistico del critico. L'attenzione alla soggettivita' femminile connota con forza il dialogo tra Lonzi e Accardi nel libro.
Dell'arte le interessava non l'opera, il prodotto, ma il manifestarsi dell'autenticita' dell'artista. E' questo il filo comune al suo lavoro di critica, alla scrittura poetica, al femminismo. Con la presa di coscienza femminista, Lonzi maturo' la convinzione che tra autenticita' e creativita' vi fosse una distinzione. L'affermazione della creativita' di alcuni, tramite un sistema culturale, produce, secondo Lonzi, proiezione e passivizzazione in chi ne fruisce come spettatore, spettatrice. Per questo mettere in discussione il ruolo del critico e' il passaggio necessario per sottrarre l'arte al "mito culturale" nel quale e' imbrigliata, e per permettere alla creativita' di ognuno/a di entrare in rapporto con il nucleo di autenticita' che vi e' nell'esperienza artistica.
Anche se l'ultimo articolo, La critica e' potere, e' del dicembre 1970 (in NAC. Notiziario d'arte contemporanea, n. 3, pp. 5-6), con Autoritratto Lonzi di fatto concluse la sua attività di critica, con un giudizio radicale: "L'atto critico completo e verificabile e' quello che fa parte della creazione artistica" (Lonzi, 1969, p. 3); per questo e' necessario negare il ruolo del critico, in quanto potere ed ideologia sull'arte e sugli artisti.
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L'incontro con il femminismo e la nascita di Rivolta femminile
Nello stesso periodo Lonzi diede forma ad una nuova, intensa, esperienza.
Nella primavera del 1970 si incontro' a Roma, per piu' giorni, con Accardi ed Elvira Banotti, per condividere l'emozione suscitata dall'insorgere del femminismo nel mondo. Ne scaturi' il Manifesto di Rivolta femminile, pubblicato a luglio, che sanciva la nascita dei primi gruppi femministi italiani. Lo scrisse Lonzi, e nello stesso anno scrisse Sputiamo su Hegel, un invito a prendere congedo dalla cultura patriarcale, rivolto innanzitutto alle donne, femministe e militanti politiche, che davano piu' credito alle teorie e alle forme di lotta degli uomini che non all'esperienza e alla storia del proprio sesso.
Per Lonzi il congedo fu una scelta di vita radicale. Interruppe la professione e rifiuto' ogni altra forma di attivita' e di vita pubblica, per dedicarsi interamente ai gruppi di Rivolta femminile, nati in molte citta', alla scrittura e alla cura della collana "Scritti di Rivolta femminile". Il segno di questa scelta fu il rifiuto dell'emancipazione, tratto comune alla generazione femminista degli anni Settanta che in essa vedeva una promessa mancata, perche' non liberava dall'identita' di genere tradizionale e non dava risposte alla ricerca di un differente modo di essere donna, non uomo.
Cio' che distinse Rivolta femminile da altri gruppi che si formarono in quegli anni fu l'estraneita' ai movimenti politici della sinistra. Nessuna di loro apparteneva alla generazione del Sessantotto, che costituiva l'area principale del femminismo e sui rapporti tra movimenti giovanili e femminismo Lonzi si espresse esplicitamente dieci anni dopo, in una lettera a L'Espresso del 5 febbraio 1978: "Si continua a dare per scontato che esista un rapporto diretto tra '68 e femminismo, questo sulla linea di far apparire sempre il femminismo come il reparto-donne di ideologie, rivoluzioni e rivolte degli uomini. [...] Ma il femminismo non e' un movimento giovanile, in particolare Rivolta femminile [...] che e' nata come gruppo nel luglio del '70, all'inizio ha espresso donne dai trenta ai trentacinque anni in avanti che con il ’68 non avevano niente a che vedere. D’altra parte per entrare in uno spirito femminista le giovani hanno dovuto scardinare non poco le parole d'ordine, i modi e i miti sessantotteschi. E' stato malgrado il '68 e non grazie al '68 che hanno potuto farlo" (Lonzi, 1985, p. 50).
Rivolta femminile fu il primo gruppo a praticare il separatismo. "Comunichiamo solo con donne", con questo annuncio si chiude il Manifesto. L'invenzione della pratica dell'autocoscienza, centrata sui rapporti tra donne, sulla presa di parola a partire dal vissuto, sulla costruzione di autonomia, nel privato e nel pubblico e' il contributo essenziale di Lonzi e Rivolta femminile al femminismo contemporaneo. Diversamente da altri gruppi, Rivolta non abbandono' questa pratica in rapporto alle circostanze. Piuttosto l'affino' ed approfondi', ad esempio attraverso la scrittura e la circolazione di testi. Fu anche il primo gruppo a cimentarsi con la necessita' di fare impresa, per garantirsi autonomia economica, creando una casa editrice.
Nella prima meta' degli anni Settanta l'espansione del femminismo si intreccio' con importanti mutamenti: la vittoria del No al referendum sul divorzio, i processi e le manifestazioni sull'aborto, la riforma del diritto di famiglia. Contemporaneamente, la sua espansione produsse un mutamento significativo nel femminismo, rappresentato dal passaggio dalla prolificazione dei gruppi e delle pratiche originali al recupero di modalita' piu' tradizionali della politica: la manifestazione, la rivendicazione della legge, il rapporto con le istituzioni, sia pure conflittuale. Rivolta femminile non si riconobbe nel movimento femminista di massa, anzi prese esplicitamente distanza, nei contenuti come nelle forme politiche.
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Gli scritti sulla sessualita' e l'autocoscienza
Nel luglio 1971 Lonzi scrisse un secondo testo, firmato dal gruppo, Sessualita' femminile e aborto (in Lonzi, 1974, pp. 67-75). Dopo un esplicito rifiuto di richiedere agli uomini di potere, ai legislatori, la decadenza del reato, sanzionata di fatto dagli aborti clandestini, nel testo Lonzi metteva in questione il nesso procreazione-sessualita', costruito dalla cultura patriarcale. "Libera maternita' e libera sessualita' devono trovare i loro significati all'interno della nostra presa di coscienza". In assenza di questo lavoro politico, anche la "libera scelta" di abortire non ha un contenuto liberatorio. (Lonzi, 1974, p. 69).
In La donna clitoridea e la donna vaginale (in Lonzi, 1974, pp. 77-140), a cui stava lavorando quell'estate, Lonzi elaboro', a partire dal suo vissuto, una lettura originale della sessualita' femminile, quella del piacere clitorideo. Nella Premessa esplicita le domande di fondo. "Perche' la donna non ha la risoluzione nell'orgasmo assicurata come l'uomo? Qual e' il suo funzionamento fisico-sessuale? E quello pschico-sessuale? Qual e' infine il suo sesso? Esistono donne clitoridee e donne vaginali. Chi sono? Chi siamo?" (Ivi, p. 9).
Come il Manifesto, questo scritto suscito' discussioni e polemiche, anche nei gruppi di Rivolta femminile. E apri' al confronto sulle differenze tra donne nel femminismo. In Rivolta femminile porto', in particolare, ad un approfondimento sull'autocoscienza (Significato dell'autocoscienza nei gruppi femministi (1972) in Lonzi, 1974, pp. 141-147): l'esigenza di mettere in questione il sistema patriarcale aveva fatto emergere "il senso di se'", il desiderio e la possibilita' di essere soggetto, senza identificarsi nella "Donna", ma senza dover negare la differenza dall'uomo.
In questo passaggio cruciale cambiarono anche i rapporti di Carla Lonzi dentro Rivolta femminile. Dal gennaio al giugno 1973 lascio' il gruppo, nel quale si sentiva troppo investita di un ruolo. Con l'acquisto di Turicchi, un podere nel Chianti, Carla trovo' un luogo che senti' "casa propria", dove trovare anche la "dimora per sempre» (Lonzi, 1978, p. 439).
Nel maggio del 1974 usci', nella collana "libretti verdi", la ristampa dei suoi scritti, inclusi i testi firmati da Rivolta femminile (Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti). L'anno dopo il libro fu tradotto in Argentina (Escupamos sobre Hegel) e in Germania (Die lust Frau zu sein). Nel giugno 1976 Michele Causse dell'Editions des femmes chiese un'intervista a Carla Lonzi sull'esperienza di Rivolta femminile, mostrando come essa fosse considerata un punto di riferimento, non solo in Italia, soprattutto in ragione degli scritti di Lonzi. Nel 1981 usci' l'edizione spagnola di Escupamos sobre Hegel presso Anagrama (Barcellona 1981). Questo riconoscimento all'estero contrasta con quanto avveniva in Italia. Il femminismo faceva notizia, ma l'interesse si fermava agli slogan e l'immagine che ne veniva restituita era quella dei cortei in gonne a fiori e zoccoli. Nei casi migliori era rappresentato come ideologia, volta all'affermazione di un sesso contro l'altro, riconducendolo nello schema della lotta politica centrata sul potere. Come denuncio' Lonzi, questo "conferma, e non mette in crisi cio' che noi vogliamo sovvertire" (in Chianese et al., 1977, p. 104).
Rivolta femminile presto' grande attenzione al discorso pubblico sul femminismo e in piu' occasioni provo' ad interloquire, senza riuscirvi. Nel gennaio 1975 Pier Paolo Pasolini su Il corriere della sera critico' il movimento per non aver affrontato il nodo della sessualita' e la correlazione coito-aborto. Lonzi invio' al giornale lo scritto Sessualita' femminile e aborto, con una lettera a Pasolini. Il giornale non pubblico' e Pasolini non rispose.
L'esigenza di far conoscere il pensiero e l'esperienza femminista porto' ad intensificare l'attivita' della casa editrice. Tra il 1977 e 1979 pubblico' oltre a testi individuali, due volumi di scritti collettivi, E' gia' politica e La presenza dell'uomo nel femminismo; nel 1980 inauguro' la nuova collana "Prototipi" con Vai pure, dialogo tra Lonzi e Consagra sul loro rapporto. Lonzi ne fu non solo autrice, ma anche curatrice editoriale.
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Il personale e' politico: da Diario di una femminista a Vai pure
Taci anzi parla. Diario di una femminista (Milano 1978) raccoglie in 1300 pagine le annotazioni di fatti, letture, pensieri, emozioni, dal 1972 al 1977, l'arco temporale in cui si svilupparono l'autocoscienza e l'esperienza di Rivolta femminile. La decisione di pubblicarlo fu difficile, per la consapevolezza che "pubblicare un diario e' svelare se stessi al di fuori delle convenzioni e trascinare altri in questa operazione. [...] Da qualche parte bisogna pur cominciare a demolire le false identita' che stanno appiccicate alle donne come un sudario" (in Lonzi, 1985, p. 51). Per Lonzi scrivere e' arricchire l'esistenza di possibilita', e la scrittura di un diario le fu particolarmente congeniale: "e' un libro che ho scritto senza pause come ho vissuto senza pause e che si e' concluso solo quando il periplo attorno alla mia identita' mi e' parso esaurito" (Ivi, p. 53).
Quando usci' il diario il rapporto con Consagra attraversava una crisi profonda, che si acui' quando Consagra le propose di accettare la presenza di un'altra donna nella sua vita, disposta a prendersi cura di lui e del suo studio. Carla non oppose un rifiuto immediato, per affrontare la nuova situazione si affido', come sempre, alla scrittura. Del diario che tenne in quel periodo si conosce solo il titolo, Gelosia. Nella sua situazione vide riproporsi una costante del rapporto uomo donna: l'impossibilita' di andare a fondo, perché l'uomo trova appoggio in un'altra donna.
Per comprenderla inizio' una ricerca storico-letteraria, trovando un antecedente nelle commedie di Moliere. A colpirla in Les femmes savantes fu la messa in ridicolo delle donne intellettuali – les precieuses ridicules – che non si affidano all'uomo per pensare. Questa rappresentazione le risulto' vera ed attuale: "Il mondo delle Precieuses mi interessa e mi riguarda [...] aver espresso pubblicamente il desiderio di rifiutare o ritardare l'amore fisico, quindi una sospensione del gradimento del pene, e dall'aver preteso di giudicare le opere degli autori, quindi una intromissione nel mondo del fallo. Queste sono state due mosse autentiche e strategiche [...]. In fondo i miei scritti teorici toccano gli stessi due punti, con Sputiamo su Hegel e La donna clitoridea e la donna vaginale" (Lonzi, 1992, p. 14).
Nel maggio del 1980 Carla e Pietro si incontrarono per chiarire la loro situazione di coppia. Carla registro' i colloqui, come faceva sempre per le persone a cui teneva. L'intesa si rivelo' impossibile e Carla chiuse l'incontro con l'invito a Pietro: Vai pure. Ai primi di giugno parti' per Parigi, per continuare la sua ricerca sulle preziose. Poi trascorse l'estate a Turicchi. "Per me era proprio una rottura desiderata [...]. Ero veramente felice" (Lonzi, 1981, pp. 18-19). A fine estate su proposta di Consagra il loro rapporto riprese. Per Lonzi tuttavia la separazione non era stata una parentesi, non solo aveva messo a nudo le ragioni, insolute, di un contrasto, ma l'aveva caricata di nuove energie, mettendo fine all'antagonismo con l'uomo. Per questo decise di pubblicare il dialogo, con il consenso di Consagra.
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Epilogo
Poco dopo la pubblicazione del libro cominciarono forti dolori al viso. Non vi presto' molta attenzione, perche' era immersa nel lavoro. Alla ricerca sulle preziose si era infatti aggiunta la richiesta di scrivere un testo per il catalogo della mostra Identite' italienne, prevista al Centre Georges Pompidou di Parigi, a giugno. Lonzi esito' ad accettare, a tornare su un argomento che considerava per lei concluso. Decise di farlo, per il riconoscimento della qualita' del suo lavoro di critica e per riprendere, al presente, la questione di fondo: il processo autentico tra se' e l'opera che connota la creativita'. Nelle righe finali defini' la sua presenza in quel mondo: "una futura coscienza e non una complice negli anni '60 faceva il suo ingresso come critica d'arte nel campo della creativita'" (Lonzi, 1981, p. 31). Ne era uscita, avendo trovato nel femminismo l'espressione della sua creativita'; poteva riprendere parola sull'arte, forte di questo.
Per tutta l'estate la malattia non miglioro', ed in autunno accetto' di sottoporsi ai controlli. Fu operata di cancro al Canton hospital di Zurigo il 15 dicembre 1981. Torno' a Milano nel febbraio, ma non si riprese. A giugno le sue condizioni peggiorarono e venne ricoverata alla clinica Capitanio di Milano.
Mori' il 2 agosto 1982. Il suo corpo e' sepolto nel cimitero di Turicchi.
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Opere
Oltre a quelle citate si segnalano La solitudine del critico, in L'Avanti!, 13 dicembre 1963; C. Lonzi - T. Trini - M. Volpi, Tecniche e materiali, in Marcatre', 1968, n. 37-40, pp. 165-185; Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti, Scritti di Rivolta femminile, Milano 1974; M.G. Chianesi et al, E' gia' politica, Scritti di Rivolta femminile, Milano 1977 (in partic. Intervista di Michelle Causse a Carla Lonzi, pp. 101-109; Itinerario di riflessioni, pp. 13-51); Mito della proposta culturale, in M. Lonzi - A. Jaquinta - C. Lonzi, La presenza dell'uomo nel femminismo, Scritti di Rivolta femminile, Milano 1978, pp. 137-154; Altro che riflusso! Il tifone femminista soffia da secoli, in Quotidiano donna, 30 settembre 1979; Con il problema dell'uomo alle spalle, in Ivi, 15 maggio 1981; Identite' italienne. L'art en Italie depuis 1959, a cura di Germano Celant, Centre Pompidou, Paris 1981, p. 31; Scacco ragionato. Poesie dal '58 al '63, Scritti di Rivolta femminile (postumo 1985); Armande sono io!, Scritti di Rivolta femminile (postumo 1992); I rapporti tra la scena e le arti figurative dalla fine dell'Ottocento, (postumo 1996).
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Fonti e bibliografia
I movimenti femministi in Italia, a cura di R. Spagnoletti, Roma 1971; Femminismo e lotta di classe in Italia (1970-1973), a cura di B. Frabotta, Roma 1975; J. Kristeva, Donne cinesi, Milano 1975; L. Melandri, L'infamia originaria, Milano 1977; La politica del femminismo, a cura di B. Frabotta, Roma 1978; A. Calabro' - L. Grasso, Dal movimento femminista al femminismo diffuso, Milano 1985; M. Lonzi - A. Jaquinta, Biografia, in C. Lonzi, 1985, pp. 9-73; M.L. Boccia, Per una teoria dell'autenticità, in Memoria, 1987, n.19-20, pp. 85-108; Diotima, Il pensiero della differenza sessuale, Milano 1987; Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Torino 1987, pp. 29-35; M. L. Boccia, L'io in rivolta. Vissuto e pensiero di C. L., Milano 1990; Ead., Carla e Pietro, in Tuttestorie, 1996, n. 5, pp. 31-33; M. Bucci, C. L.: un ribaltamento di scena, in C. Lonzi, 1996, pp. V-XX; A. Piccirillo, La presenza di coscienza, in Femminismi a Torino, a cura di P. Zumaglino, Milano 1996; F. Lussana, Le donne e la modernizzazione: il neofemminismo degli anni Settanta, in Storia dell'Italia repubblicana, III, 2, Torino 1997, pp. 471-565; F. Restaino - A. Cavarero, Le filosofie femministe, Torino 1999, pp. 101-110; D. Spadaccini, Scrittura politica e scrittura mistica, in Dwf, 1999, n. 2-3, pp. 56-75; Centro studi e documentazione pensiero femminile, 100 titoli. Guida ragionata al femminismo degli anni Settanta, Ferrara 1998 (in partic. M.L. Boccia, Manifesto, pp. 58-64; E. Baeri, Sputiamo su Hegel, pp. 64-70); Lessico politico delle donne. Teorie del femminismo, a cura di M. Fraire, Milano 2002; A. Bravo - G. Fiume, Genesis, III (2004), n. 1: monografico: Anni Settanta, 2004; Il femminismo degli anni Settanta, a cura di T. Bertilotti - A. Scattigno, Roma 2005; A. Buttarelli, Me stessa non io. C. L. scrive il suo Diario, in Mancarsi. Assenza e rappresentazione del se' nella letteratura del Novecento, a cura di L. Graziano, Verona 2005, pp. 152-162; L. Jamurri, Un "mestiere fasullo": note su Autoritratto di C. L., in Donne d'arte. Storie e generazioni, a cura di M.A. Trasforini, Roma 2006, pp. 113-132; G. Providenti, Passaggi di esperienza. Autenticita' e liberazione in Carla Lonzi, 2006, http://host.uniroma3.it/dipartimenti/filosofia/culturali/simposio.htm (20 giugno 2015); M. Baldini, Le arti figurative all'"Approdo". C. L. un'allieva dissidente di Roberto Longhi, in Italianistica, XXXVIII (2009), 3, pp. 115-130; G. Zanchetti, Premessa e profezia. Crisi della creativita', crisi della critica e relazione secondo C. L., in Anni '70: l'arte dell'impegno, a cura di C. Casero - E. Di Raddo, Milano 2009, pp. 33-48; L. Conti - V. Fiorini - V. Martini, C. L. la duplice radicalita'. Dalla critica militante al femminismo di Rivolta, Pisa 2011; Ti darei un bacio. C. L., il pensiero dell'esperienza, a cura di M. Farneti, Ferrara 2011; Collettivo femminista Benazir, Frammenti di autocoscienza. Il percorso politico sulla sessualita' di un gruppo di giovani femministe, Roma 2012; A. Buttarelli, Sovrane. L'autorita' femminile al governo, Milano 2013, pp. 168-174; M. L. Boccia, Con C. L.. La mia opera e' la mia vita, Roma 2014.
4. REPETITA IUVANT. TRE MINIME DESCRIZIONI DELLA NONVIOLENZA E CINQUE PERORAZIONI PER IL DISARMO
I. Tre minime descrizioni della nonviolenza
1. La nonviolenza non indossa il frac
La nonviolenza non la trovi al ristorante.
Non la incontri al circolo dei nobili.
Non frequenta la scuola di buone maniere.
E' sempre fuori dall'inquadratura delle telecamere delle televisioni.
La nonviolenza non fa spettacolo.
La nonviolenza non vende consolazioni.
La nonviolenza non guarda la partita.
E' nel conflitto che la nonviolenza agisce.
Dove vi e' chi soffre, li' interviene la nonviolenza.
Dove vi e' ingiustizia, li' interviene la nonviolenza.
Non la trovi nei salotti e nelle aule.
Non la trovi tra chi veste buoni panni.
Non la trovi dove e' lustra l'epidermide e non brontola giammai lo stomaco.
La nonviolenza e' dove c'e' la lotta per far cessare tutte le violenze.
La nonviolenza e' l'umanita' in cammino per abolire ogni sopraffazione.
Non siede nel consiglio di amministrazione.
Non si abbuffa coi signori eccellentissimi.
Non ha l'automobile, non ha gli occhiali da sole, non ha il costume da bagno.
Condivide la sorte delle oppresse e degli oppressi.
Quando vince rinuncia a ogni potere.
Non esiste nella solitudine.
Sempre pensa alla liberta' del prossimo, sempre pensa al riscatto del vinto,
sempre pensa ad abbattere i regimi e di poi a riconciliare gli animi.
Sa che il male e' nella ricchezza, sa che il bene e' la condivisione;
sa che si puo' e si deve liberare ogni persona e quindi questo vuole:
la liberta' di tutte, la giustizia, la misericordia.
La nonviolenza e' l'antibarbarie.
La nonviolenza e' il riconoscimento della dignita' di ogni essere vivente.
La nonviolenza e' questa compassione: sentire insieme, voler essere insieme,
dialogo infinito, colloquio corale, miracolo dell'incontro e della nascita;
l'intera umanita' unita contro il male e la morte;
si', se possiamo dirlo in un soffio e in un sorriso: tutti per uno, uno per tutti.
La nonviolenza e' la lotta che salva.
Ha volto e voce di donna, sa mettere al mondo il mondo,
il suo tocco risana le ferite, i suoi gesti sono limpida acqua, i suoi atti recano luce;
sempre lotta per la verita' ed il bene, usa solo mezzi coerenti
con il fine della verita' e del bene.
Sa che il mondo e' gremito di persone, cosi' fragili, smarrite e sofferenti.
Sa che la sua lotta deve esser la piu' ferma; e deve essere la piu' delicata.
Quando la plebe all'opra china si rialza: li' e' la nonviolenza.
Quando lo schiavo dice adesso basta, li' e' la nonviolenza.
Quando le oppresse e gli oppressi cominciano a lottare
per un'umanita' di persone tutte libere ed eguali in diritti,
li', li' e' la nonviolenza.
Quando ti svegli ed entri nella lotta, la nonviolenza gia' ti viene incontro.
La nonviolenza e' una buona cosa.
E' questa buona cosa che fai tu quando fai la cosa giusta e necessaria.
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2. Breve litania della nonviolenza
La nonviolenza non e' la luna nel pozzo.
La nonviolenza non e' la pappa nel piatto.
La nonviolenza non e' il galateo del pappagallo.
La nonviolenza e' la lotta contro la violenza.
La nonviolenza non e' la ciancia dei rassegnati.
La nonviolenza non e' il bignami degli ignoranti.
La nonviolenza non e' il giocattolo degli intellettuali.
La nonviolenza e' la lotta contro la violenza.
La nonviolenza non e' il cappotto di Gogol.
La nonviolenza non e' il cavallo a dondolo dei generali falliti.
La nonviolenza non e' la Danimarca senza il marcio.
La nonviolenza e' la lotta contro la violenza.
La nonviolenza non e' l'ascensore senza bottoni.
La nonviolenza non e' il colpo di carambola.
La nonviolenza non e' l'applauso alla fine dell'atto terzo.
La nonviolenza e' la lotta contro la violenza.
La nonviolenza non e' il museo dell'esotismo.
La nonviolenza non e' il salotto dei perdigiorno.
La nonviolenza non e' il barbiere di Siviglia.
La nonviolenza e' la lotta contro la violenza.
La nonviolenza non e' la spiritosaggine degli impotenti.
La nonviolenza non e' la sala dei professori.
La nonviolenza non e' il capello senza diavoli.
La nonviolenza e' la lotta contro la violenza.
La nonviolenza non e' il ricettario di Mamma Oca.
La nonviolenza non e' l'albero senza serpente.
La nonviolenza non e' il piagnisteo di chi si e' arreso.
La nonviolenza e' la lotta contro la violenza.
La nonviolenza non e' la quiete dopo la tempesta.
La nonviolenza non e' il bicchiere della staffa.
La nonviolenza non e' il vestito di gala.
La nonviolenza e' la lotta contro la violenza.
La nonviolenza non e' il sapone con gli gnocchi.
La nonviolenza non e' il film al rallentatore.
La nonviolenza non e' il semaforo sempre verde.
La nonviolenza e' la lotta contro la violenza.
La nonviolenza non e' il jolly pescato nel mazzo.
La nonviolenza non e' il buco senza la rete.
La nonviolenza non e' il fiume dove ti bagni due volte.
La nonviolenza e' la lotta contro la violenza.
La nonviolenza non e' l'abracadabra degli stenterelli.
La nonviolenza non e' il cilindro estratto dal coniglio.
La nonviolenza non e' il coro delle mummie del gabinetto.
La nonviolenza e' la lotta contro la violenza.
La nonviolenza non e' niente che si veda in televisione.
La nonviolenza non e' niente che si insegni dalle cattedre.
La nonviolenza non e' niente che si serva al bar.
La nonviolenza e' solo la lotta contro la violenza.
*
3. Della nonviolenza dispiegata al sole ad asciugare
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
Chiamiamo nonviolenza la politica necessaria.
Chiamiamo nonviolenza l'occhio che vede e piange.
Chiamiamo nonviolenza la lotta per l'abolizione di tutte le guerre.
Chiamiamo nonviolenza la lotta che abroga ogni servitu'.
Chiamiamo nonviolenza questo accampamento notturno nel deserto.
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
Chiamiamo nonviolenza l'amicizia che non tradisce.
Chiamiamo nonviolenza il ponte di corda teso sull'abisso.
Chiamiamo nonviolenza la fine della paura della morte.
Chiamiamo nonviolenza la fine della minaccia della morte.
Chiamiamo nonviolenza aver visto e alba e tramonto con limpido cuore.
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
Chiamiamo nonviolenza il tappeto volante.
Chiamiamo nonviolenza il voto unanime per la salvezza degli assenti.
Chiamiamo nonviolenza il cielo stellato.
Chiamiamo nonviolenza il rispetto della vita altrui.
Chiamiamo nonviolenza il sonno dei giusti e dei giusti la veglia.
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
Chiamiamo nonviolenza il silenzio che non spaventa.
Chiamiamo nonviolenza la telefonata che ferma l'esecuzione.
Chiamiamo nonviolenza il libro che ti fa ridere e piangere.
Chiamiamo nonviolenza il viaggio senza bagagli.
Chiamiamo nonviolenza il suono dell'arcobaleno.
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
Chiamiamo nonviolenza il pasto in comune.
Chiamiamo nonviolenza il miracolo della nascita.
Chiamiamo nonviolenza la voce che risponde.
Chiamiamo nonviolenza la porta che si apre allo straniero.
Chiamiamo nonviolenza la lotta contro la violenza.
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
Chiamiamo nonviolenza il dono e la rinuncia.
Chiamiamo nonviolenza la leggerezza sui corpi.
Chiamiamo nonviolenza la parola che suscita le praterie.
Chiamiamo nonviolenza il soffio che estingue gli incendi.
Chiamiamo nonviolenza l'infinito respiro del mare.
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
Chiamiamo nonviolenza l'umanita' come dovrebbe essere.
Chiamiamo nonviolenza la coscienza del limite.
Chiamiamo nonviolenza il ritrovamento dell'anello di Salomone.
Chiamiamo nonviolenza gl'immortali principi dell'Ottantanove.
Chiamiamo nonviolenza l'ironia e la pazienza.
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
Chiamiamo nonviolenza il riconoscimento della pluralita' delle persone e dei mondi.
Chiamiamo nonviolenza la distruzione di tutte le armi assassine.
Chiamiamo nonviolenza non nascondere la nostra ignoranza.
Chiamiamo nonviolenza rifiutarsi di mentire.
Chiamiamo nonviolenza la scelta di fare la cosa che salva le vite.
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
Chiamiamo nonviolenza una giornata di sole sulla strada.
Chiamiamo nonviolenza la scuola di Spartaco e della Rosa Rossa.
Chiamiamo nonviolenza la certezza morale del figlio della levatrice.
Chiamiamo nonviolenza la legge nuova del figlio del falegname.
Chiamiamo nonviolenza le tre ghinee di Virginia.
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
Chiamiamo nonviolenza questo atto di riconoscimento e di riconoscenza.
Chiamiamo nonviolenza il giro della borraccia.
Chiamiamo nonviolenza questo colloquio corale.
Chiamiamo nonviolenza la Resistenza antifascista.
Chiamiamo nonviolenza l'uscita dallo stato di minorita'.
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
Chiamiamo nonviolenza parlare e ascoltare.
Chiamiamo nonviolenza la stazione sempre aperta.
Chiamiamo nonviolenza lo specchio e la sorgente.
Chiamiamo nonviolenza sentire il dolore degli altri.
Chiamiamo nonviolenza prendersi cura del mondo.
Chiamiamo nonviolenza il movimento di liberazione delle donne, e null'altro.
* * *
II. Cinque perorazioni per il disarmo
1. La prima politica e' il disarmo
La prima politica e' il disarmo
sostituire all'arte dell'uccidere
quella severa di salvare le vite
Senza disarmo il mondo tutto muore
senza disarmo le nuvole si ghiacciano
le lacrime diventano veleno
si crepano i marmi ne escono draghi
Senza disarmo ogni parola mente
senza disarmo ogni albero si secca
l'aria non porta piu' i suoni
la polvere colma i polmoni
Senza disarmo piovono scorpioni
senza disarmo in ogni piatto e' vomito
dal rubinetto esce sale e vetro
le scarpe stritolano le ossa dei piedi
Solo il disarmo frena le valanghe
solo il disarmo risana le ferite
solo il disarmo salva le vite
Salvare le vite e' il primo dovere
salvare le vite
il primo dovere
*
2. Piccolo dittico delle armi e del disarmo
I.
Le armi sanno a cosa servono
le armi non sbagliano la mira
le armi odiano le persone
quando le ammazzano poi vanno all'osteria
a ubriacarsi e a cantare fino all'alba
Le armi bevono il sangue
le armi mettono briglie e sella alle persone
poi le cavalcano fino a sfiancarle
affondano gli speroni per godere dei sussulti
della carne che soffre
Le armi non sentono ragione
una sola cosa desiderano: uccidere
e poi ancora uccidere
uccidere le persone
tutte le persone
Le armi la sanno lunga
fanno bella figura in televisione
sorridono sempre
parlano di cose belle
promettono miliardi di posti di lavoro
e latte e miele gratis per tutti
Le armi hanno la loro religione
hanno la scienza esatta degli orologi
hanno l'arte sottile del pennello
e del bulino e la sapienza grande
di trasformare tutto in pietra e vento
e della loro religione l'unico
articolo di fede dice: nulla
e nulla e nulla e nulla e nulla e nulla
e tutto ha da tornare ad esser nulla
Le armi ci guardano dal balcone
mentre ci affaccendiamo per le strade
ci fischiano e poi fanno finta di niente
ci gettano qualche spicciolo qualche caramella
cerini accesi mozziconi scampoli
di tela e schizzi di vernice e polpette
con dentro minuscole schegge di vetro
Sanno il francese hanno tutti i dischi
raccontano di quando in mongolfiera
e delle proprieta' nelle colonie d'oltremare
e delle ville tutte marmi e stucchi
t'invitano nel loro palco all'opera
ti portano al campo dei miracoli
Sanno le armi come farsi amare
e passo dopo passo addurti dove
hanno allestito la sala del banchetto
II.
Senza disarmo i panni stesi non si asciugano
senza disarmo la pizza diventa carbone
senza disarmo hai freddo anche con tre cappotti
Senza disarmo il fazzoletto ti strappa la mano
senza disarmo la maniglia della porta ti da' la scossa
senza disarmo le scarpe ti mangiano i piedi
Senza disarmo l'aria t'avvelena
senza disarmo il caffe' diventa sterco
senza disarmo dallo specchio uno ti spara
Senza disarmo il letto e' tutto spine
senza disarmo scordi tutte le parole
senza disarmo e' buio anche di giorno
Senza disarmo ogni casa brucia
senza disarmo quel che tocchi ghiaccia
senza disarmo tutto e' aceto e grandine
Senza disarmo la guerra non finisce
Senza disarmo finisce l'umanita'
*
3. In quanto le armi
In quanto le armi servono a uccidere
le persone, l'esistenza delle armi
e' gia' una violazione dei diritti umani.
Solo il disarmo salva le vite
solo il disarmo rispetta e difende gli esseri umani
solo il disarmo riconosce e restituisce
umanita' all'umanita'.
Solo con il disarmo
la civilta' rinasce
il sole sorge ancora
fioriscono i meli
tornano umani gli esseri umani.
*
4. Del non uccidere argomento primo
Si assomigliano come due fratelli
Abele e Caino, nessuno dei due
sa chi sara' la vittima, chi l'assassino.
Non c'e' netto un confine
tra bene e male
e l'occhio non distingue
zucchero e sale.
In questo laborioso labirinto
che non ha uscita
non esser tu del novero di quelli
che ad altri strappano la breve vita.
Mantieni l'unica vera sapienza:
come vorresti esser trattato tu
le altre persone tratta.
Da te l'umanita' non sia disfatta.
Sull'orlo dell'abisso scegli sempre
di non uccidere, di opporti a ogni uccisione,
ad ogni guerra, ogni arma, ogni divisa:
ogni plotone e' di esecuzione.
Non c'e' netto un confine
tra bene e male
e l'occhio non distingue
zucchero e sale.
Si assomigliano come due fratelli
Abele e Caino, nessuno dei due
sa chi sara' la vittima, chi l'assassino.
*
5. Poiche' vi e' una sola umanita'
Poiche' vi e' una sola umanita'
noi dichiariamo che ogni essere umano
abbia rispetto e solidarieta'
da chiunque altro sia essere umano.
Nessun confine puo' la dignita'
diminuire umana, o il volto umano
sfregiare, o denegar la qualita'
umana propria di ogni essere umano.
Se l'edificio della civilta'
umana ha un senso, ed esso non e' vano,
nessuno allora osi levar la mano
contro chi chiede ospitalita'.
Se la giustizia e se la liberta'
non ciancia, bensi' pane quotidiano
hanno da essere, cosi' il lontano
come il vicino merita pieta'.
Nel condividere e' la verita'
ogni volto rispecchia il volto umano
nel mutuo aiuto e' la felicita'
ogni diritto e' un diritto umano.
Se vero e' che tutto finira'
non prevarra' la morte sull'umano
soltanto se la generosita'
sara' la legge di ogni essere umano.
La nonviolenza e' questa gaia scienza
che lotta per salvar tutte le vite
la nonviolenza e' questa lotta mite
e intransigente contro ogni violenza.
5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.
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NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 99 del 24 luglio 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it
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