[nonviolenza] Nonviolenza o barbarie. 119



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NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 119 del 13 agosto 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it

Sommario di questo numero:
1. Quando
2. Pace e liberta' per il popolo palestinese e per tutti i popoli del mondo. Un incontro di studio e di testimonianza a Viterbo contro tutte le guerre e per i diritti di tutti i popoli e di tutti gli esseri umani
3. 48 voci adespote di una Viterbo segreta ricordano Alfio Pannega, comunista libertario e nonviolento (parte terza e conclusiva)
4. Paola Villani: Luce D'Eramo
5. Segnalazioni librarie
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento

1. EDITORIALE. QUANDO

Quando si riconosce l'umanita' di ogni essere umano, comincia l'umanita'.
Quando si cessa di uccidere, comincia la civilta'.
Nonviolenza o barbarie.

2. INCONTRI. PACE E LIBERTA' PER IL POPOLO PALESTINESE E PER TUTTI I POPOLI DEL MONDO. UN INCONTRO DI STUDIO E DI TESTIMONIANZA A VITERBO CONTRO TUTTE LE GUERRE E PER I DIRITTI DI TUTTI I POPOLI E DI TUTTI GLI ESSERI UMANI

Ripetiamo ancora una volta alcuni fondamentali convincimenti:
- occorre abolire la guerra prima che la guerra abolisca l'umanita';
- occorre realizzare subito la pace, il disarmo, la smilitarizzazione;
- occorre difendere la vita, la dignita' e i diritti di tutti gli esseri umani;
- occorre difendere quest'unico mondo vivente unica casa comune dell'intera famiglia umana;
- occorre soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto;
- Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita' dalla catastrofe in corso.
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Mercoledi' 12 agosto 2026 si e' svolto a Viterbo presso il "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" un incontro di studio e di testimonianza a sostegno del popolo palestinese, affinche' cessino definitivamente la strage a Gaza e le violenze in Cisgiordania, e nasca immediatamente lo stato di Palestina a fianco di quello di Israele nei confini precedenti la guerra dei sei giorni del 1967.
Ed ovviamente le persone partecipanti all'incontro s'impegnano anche affinche' cessino le uccisioni in Libano; affinche' cessi la selvaggia repressione in Iran e la folle guerra scatenata da Israele e dagli Stati Uniti d'America contro l'Iran, e la sciagurata risposta dall'Iran contro gli altri paesi dell'area; affinche' cessino gli scellerati deliri imperiali che stanno portando a un conflitto generalizzato e onnicida; affinche' ovunque finalmente prevalga la pace e il rispetto di tutti i diritti umani per tutti gli esseri umani.
Contro tutte le guerre e a sostegno di tutti i popoli oppressi.
Tutta la nostra solidarieta' a tutte le vittime della violenza.
Tutta la nostra solidarieta' a tutte le persone che lottano nonviolentemente per la pace e i diritti umani di tutti gli esseri umani.
Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'.
Salvare le vite e' il primo dovere.
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Nel corso dell'incontro del 12 agosto sono stati anche presentati e commentati i seguenti recenti libri:
- Amedeo Cottino (a cura di), Qui c'era la nostra casa. I bambini di Gaza raccontano, Meltemi, Milano 2026, pp. 96.
- Nancy Fraser, Gaza come evento-mondo, Castelvecchi, Roma 2026, pp. 84.
- Ezzideen Shehab, Diario di un giovane medico. Appunti dal genocidio a Gaza, Mimesis, Sesto San Giovanni (Milano) 2026, pp. 162.
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L'incontro faceva parte di una serie che si protrae dalla fine del 2023 per approfondire la conoscenza del conflitto israelo-palestinese, degli altri conflitti in Medio Oriente e del contesto globale in cui si situano. Per agire concretamente ed efficacemente contro tutte le guerre e le uccisioni; per solidarizzare con tutte le vittime ed opporsi a tutti i carnefici; per cogliere la complessita' di tutti i conflitti ed opporsi a tutti i fanatismi; per opporsi alla violenza con la forza della verita' e della misericordia, con la scelta nitida e intransigente della nonviolenza che sola puo' salvare l'umanita' dalla catastrofe.
Ancora una volta e' stato rinnovato l'appello a tutte le istituzioni democratiche a sostenere la tregua in Medio Oriente; ad adoperarsi affinche' cessino tutte le uccisioni e siano soccorsi tutti i sopravvissuti; a sostenere il riconoscimento da parte di tutti gli stati rappresentati nell'Onu sia dello stato di Israele che dello stato di Palestina entro i confini precedenti la guerra dei sei giorni del 1967 e quindi smantellando tutte le colonie illegali in Cisgiordania; a chiedere la liberazione immediata e senza condizioni di Marwan Barghouti, il Nelson Mandela palestinese che puo' dare un contributo fondamentale al processo di pace e di riconciliazione.
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Alla solidarieta' con il popolo palestinese ovviamente si aggiunge particolarmente la solidarieta' con il popolo iraniano vittima sia della repressione del regime dittatoriale, sia della guerra scatenata dai governi criminali degli Stati Unti d'America e d'Israele: una guerra che puo' travolgere l'umanita' intera e che occorre quindi fermare immediatamente.
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Nel corso dell'incontro e' stato ancora una volta confermato anche pieno sostegno all'iniziativa "Per la pace nel cuore d'Europa" e quindi anche concretamente alle "Tre proposte a ogni persona di volonta' buona per la pace nel cuore d'Europa".
Parlamenti e governi di tutta Europa finalmente ascoltino la voce della ragione; ascoltino l'appello del papa per la pace disarmata e disarmante; ascoltino il dettato della legalita' costituzionale e del diritto internazionale.
Si torni al rispetto dell'articolo 11 della Costituzione della Repubblica italiana che recita: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla liberta' degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali".
Si torni al rispetto della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, che all'articolo 2 recita: "Ogni individuo ha diritto alla vita".
Si torni al rispetto della Carta delle Nazioni Unite che si apre con le parole: "Noi, popoli delle nazioni unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra".
Si torni al rispetto della Dichiarazione universale dei diritti umani, che all'articolo 3 recita: "Ogni individuo ha diritto alla vita, alla liberta' ed alla sicurezza della propria persona".
Occorre abolire la guerra che sempre e solo consiste dell'uccisione di esseri umani.
Occorre realizzare la pace disarmata e disarmante che sola salva tutte le vite.
La guerra e' nemica dell'umanita'.
Ogni vittima ha il volto di Abele.
Ogni essere umano ha diritto alla vita.
Salvare le vite e' il primo dovere.
Chiediamo coralmente la fine immediata della guerra nel cuore d'Europa.
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Ripetiamo ancora una volta alcune fondamentali verita'.
Ogni vittima ha il volto di Abele.
Siamo una sola famiglia umana in un unico mondo vivente.
Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita', alla solidarieta'.
Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.
Opporsi sempre a tutte le uccisioni.
Porsi sempre dalla parte di tutte le vittime contro tutti i carnefici.
Pace, disarmo, smilitarizzazione.
Salvare le vite e' il primo dovere.
Chi salva una vita salva il mondo.
Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita' dalla catastrofe.
Non "si vis pacem, para bellum", ma "si vis pacem, para pacem".
Non "fiat iustitia, pereat mundus", ma "vivat mundus et fiat iustitia".
Non "dulce et decorum est pro patria mori", ma "dulce et decorum est vivere et vivere sinere".

3. MEMORIA RESISTENTE. 48 VOCI ADESPOTE DI UNA VITERBO SEGRETA RICORDANO ALFIO PANNEGA, COMUNISTA LIBERTARIO E NONVIOLENTO (PARTE TERZA E CONCLUSIVA)

42. Gentilino Callarari ricorda Alfio Pannega

Co' Alfio m'aricordo le nottate
melli' a Pprartiggiardino pe' la festa
dell'Unità che mmezze 'mbriacate
cor vino bbono che ddava a la testa

e mmica che dicemme le stronzate
la verità dicemme chiara e onesta
che ttutte hanno da essa libberate
ch'è ora ormae che 'r popolo se desta

ha dda fini' tutto 'sto sfruttamento
e gguerre e ddittature e schiavitù
e ha dda veni' finarmente 'r momento

che ll'omo all'omo nu'll'ammazzi ppiù
e se possa campa' senza tormento
libbere tutte e cuccuruccuccù.

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43. Giustino Filicasse ricorda Alfio Pannega

Volesse bbene
nun adè 'na cosa dell'artro monno che mecquì si lo diche fae solo che rrida
nun adè arrennese e sta' zzitte mentre succedeno tutte 'ste sfraggelle

None, volesse bbene è commatte fino a la fine
pe' 'ffalle fini' tutte 'ste schifezze
e 'ffalla campa' bbene la ggente finarmente
senz'avecce ppiù né ffame né ffreddo né ppavura

Que' cce dicemme co' Alfio e cco ll'artre compagne 'na notte evvia de tant'anne fa
e que' emo cerco de fa' ffinché sse campa

Volesse bbene
se pò ffa' davero

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44. Miro Descheltri ricorda un aneddoto su Alfio Pannega

Questo aneddoto me lo raccontò un vecchio amico, con cui non ci vediamo ormai da molti anni, forse dal secolo scorso.
In un cinema di Viterbo forse negli anni Sessanta o Settanta si proiettava un film di cui non ricordava più né il titolo né l'argomento; ricordava solo che in una scena d'intensa drammaticità la protagonista femminile chiamava il protagonista maschile, l'uomo che amava e che evidentemente era esposto a un gravissimo pericolo, gridandone a gran voce il nome: "Alfio! Alfio!".
E dalla semioscurità della sala cinematografica si levò baritonale una voce: "Che ciavete 'l cartone?".
Irrefrenabile fu l'applauso di tutti i presenti. La persona che aveva parlato si alzò in piedi levando in alto le braccia e stringendosi le mani come un campione sportivo, inchinandosi ai presenti.
E' una storia che solo i viterbesi possono capire.

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45. Farello Runciglioni ricorda Alfio Pannega

Ricordare Alfio Pannega e' ricordare un tempo in cui gli oppressi avevano una chiara visione del mondo e lottavano per la pace, per il pane, per la terra, per la giustizia e per la liberta'.
Ricordare Alfio Pannega e' ricordare un tempo in cui sapevamo chi eravamo, da dove venivamo e dove andavamo: e venivamo da lontano e andavamo lontano.
La Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza antifascista era il nostro programma, politico e morale.
Ogni oppressa e ogni oppresso in tutto il mondo era una nostra sorella, un nostro fratello, una nostra compagna, un nostro compagno.
Tutte le lotte di liberazione erano una e la stessa: per costruire una societa' mondiale in cui da ogni persona fosse dato secondo le sue capacita', e ad ogni persona fosse dato secondo i suoi bisogni.
Il nostro canto era l'Internazionale.
Vivo ancora in quel tempo, dovessi pure essere l'ultimo.
Non ho dimenticato Alfio, non ho dimenticato nulla.

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46. Annibale Scarpante: quattro ruminazioni ricordando Alfio Pannega

I. Sul franco parlare di Alfio Pannega
I giovani che occuparono l'area dell'ex-gazometro a Valle Faul a Viterbo nel 1993 e vi realizzarono il centro sociale erano perlopiù di provenienza urbana, studentesca e borghese, parlavano abitualmente l'italiano e il gergo giovanile diffusi dalla televisione.
Di Alfio molto li colpì il suo franco parlare, le frasi sentenziose, le interiezioni iperboliche, il dialetto ricco non solo sul piano lessicale ma anche morfologico e sintattico e prosodico, un linguaggio colorito e concreto legato all'esperienza operaia e contadina, un linguaggio in cui tutte le cose e i casi della vita si chiamano con il loro nome, senza eufemismi o esressioni generiche e astratte.
Molte volte dovetti dir loro che quel linguaggio non era una peculiarità di Alfio, ma il modo di parlare degli uomini adulti delle classi popolari sfruttate ed oppresse anche in città e il linguaggio di tutti gli uomini adulti nei paesi e nelle campagne, il linguaggio delle osterie e dei bar che alle osterie somigliavano, i luoghi della mia lontana gioventù.
Non era quella la pecularità di Alfio, anche se era un tratto assai appariscente insieme alla sua sorgiva gentilezza che si esprimeva in gesti e in parole ancor più commoventi dopo averlo ascoltato parlare  col lessico, il ritmo, il tono e la voce dei profeti biblici contro tutte le ingiustizie e le viltà.
Ben presto quei ragazzi scoprirono che non era nei segmenti talvolta fin grossolani e turpiloquenti di quel linguaggio il vero Alfio: scoprirono l'Alfio che a tutto e tutti prestava attenzione, l'Alfio generoso oltre ogni dire, l'Alfio militante antifascista nonviolento, l'Alfio poeta e dei più illustri poeti appassionato discepolo e solenne declamatore - Dante su tutti-, l'Alfio che quei ragazzi li amò tutti di un amore paterno trepidante e nutriente e da essi fu appassionatamente riamato.
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II. Sul lavoro della memoria
Ascoltando e leggendo i ricordi di Alfio di cui ogni viterbese serba nel cuore e sulla lingua un vasto repertorio, sovente si notano errori fattuali o contraddizioni flagranti. Eppure quei ricordi sono sinceri, e costituiscono e preservano una indubitabile interiore verità. Perché allora accade? Perché è così che lavora la memoria, atttraverso un continuo lavoro di filtro, di riaggiustamento, di semplificazione ma anche di arricchimento.
Per questo io dico che tutti i ricordi di Alfio sono veri, anche quelli evidentemente mitici. E' il mito che insegna, ed infatti così si concludevano tutte le favole esopiche: "o mythos deloi...".
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III. Niente amplificazioni, per favore
Quando si racconta di vicende passate e persone scomparse ci si sforzi di raccontare innanzitutto quel che si sa per esperienza diretta, e quanto si sa "de relato" dichiararlo tale.
Inoltre, di grazia, non si colga l'occasione commemorativa per proferire improperi nei confronti di reali o immaginari "nemici". Vale per la volgarità quel che disse una volta della stupidità il dottor Carlo Marx di Treviri: la stupidità non ha mai fatto bene a nessuno.
E analoganente, per favore, non si colga l'occasione commemorativa per lanciarsi in ricostruzioni fantasiose che non solo non giovano al recupero della verità storica, ma ingannando le persone (ovvero ferendole in ciò che hanno di più proprio: la facoltà di capire) costituiscono un'ingiustizia che a tutte le altre ingiustizie del mondo s'aggiunge e di cui nessuno sente il bisogno.
Se una cosa Alfio insegnava era la generosità, il rifiuto del risentimento, la solidarietà e il rispetto della verità. Era un militante per la liberazione dell'umanità, e condivideva quell'opinione che una volta espresse Leone Tolstoj: non crederò mai alla buona fede rivoluzionaria di chi si fa vuotare il vaso da notte da un altro.
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IV. Della memoria come bene comune
Ci torno sopra: non piace neanche a me vedere Alfio ridotto a maschera carnevalesca per attribuirgli i propri pregiudizi e stereotipi, violandone la verità e quindi la dignità. Ma questo accade, e quando accade in buona fede fa parte del processo che trasforma una figura in leggenda.
Non piace neanche a me ascoltare o leggere storie su Alfio la cui falsità o erroneità è così flagrante che ci si chiede come possano essere venute in mente a chi le proferisce; ma anche questo sovente accade, e non necessariamente per malizia o protervia.
E allora? Si devono accettare tutti i ricordi, anche quelli palesemente insostenibili? Certo che no.
E proprio per questo ci siamo adoperati nel corso di quest'anno a correggere le stonature e a ribadire ogni volta che fosse necessario ciò che di Alfio ci sembra sia stato sicuramente vero: la bontà, la dignità, la responsabilità, l'impegno intellettuale, morale e politico per la vita, i diritti e la liberazione di tutti gli esseri umani.
Però ci siamo anche adoperati affinché il ricordo restasse plurale, affinché la memoria di Alfio fosse realmente un bene comune e non venisse sequestrata da chicchessia, affinché ogni persona che lo conobbe dicesse liberamente quello che pensava, ricordava o credeva di ricordare di lui; e se sono state dette o scritte anche delle amenità o delle corbellerie, pazienza: sono un dono anch'esse.

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47. Marco Aurelio Scardanelli: Il centro sociale di Alfio Pannega

Se la memoria non m'inganna, il centro sociale Valle Faul esisteva da poco quando subì la più squallida delle vigliaccherie di cui fu vittima.
Accadde questo: che una persona evidentemente perturbata penetrò in due chiese della città e con una bomboletta spray imbrattò pareti ed opere d'arte con scritte turpi e grottesche frutto del suo flagrante delirio. Non contento di questa ignobile impresa l'anonimo imbrattatore pensò bene di firmarsi col nome del centro sociale.
Fortunatamente nessuno a Viterbo credette neppure per un momento che il centro sociale di cui era anima e simbolo Alfio Pannega, il centro sociale che era nato per restituire alla città un bene pubblico da decenni abbandonato, il centro sociale che dava aiuto ed ospitalità a chiunque ne avesse bisogno, il centro sociale che lungo l'intero arco della sua esperienza si caratterizzò per la scelta meditata ed operante della nonviolenza, potesse aver fatto una simile porcheria, e quindi l'intera Viterbo riconobbe nel centro sociale un'altra vittima di quella infamia.
Ricordo che tutte le volte in cui con Alfio parlammo di quell'episodio (il cui autore credo sia restato ancor oggi ignoto) lui ne provava un'indignazione profonda. Alfio rispettava i sentimenti e le fedi di tutte le persone, amava con tutto il cuore la città e tutti i suoi monumenti, gioiva di ogni opera d'arte, era persuaso del dovere di tutti di prendersi cura del mondo intero, di non compiere alcun male, di contrastare il male facendo il bene.
Vi furono altri episodi di aggressione diretta al centro sociale, ed alcuni che avrebbero potuto avere esiti tremendi (una notte fu scagliato un ordigno incendiario verso la finestra aperta della casa di Alfio, ma per fortuna l'ignoto attentatore non centrò il bersaglio e colpì solo il muro; un'altra volta sempre nottetempo dalla strada fu esploso un colpo di pistola che colpì il bordo di una finestra...), ma forse nessun atto criminale fu così infame come quella aggressione indiretta.
Continuo a pensare che fu grazie alla presenza di Alfio come autorevole figura pienamente rappresentativa del senso e dei fini del centro sociale Valle Faul che l'intera Viterbo capì immediatamente che il centro sociale nulla aveva a che vedere con quel gesto sacrilego e demenziale.

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48. Alfonso Denocchiari ricorda Alfio Pannega

Se lo sarebbe creso 'r poro Arfietto
che li regazzi der centro sociale
pe' 'r centenaro arebbono architetto
tutte 'ste feste, 'sto gran carnovale?

Io nu' lo so, mma pppenzo che 'n pochetto
magara ce sperava, e bben' o mmale
essi ce lo sapevono e a stecchetto
tirorno su ppe' llui 'sta cattetrale.

Così cquell'omo che ffinché ccampava
nun ceva gnente e tutto arigavala
e ccampò ssempre 'n fonno a li scalini

j'è stato reso onore pe' 'n annata
e ddedicorno a esso la ggirata
er tre settemmre a ssera li facchini.

(parte terza - fine)

4. MAESTRE. PAOLA VILLANI: LUCE D'ERAMO
[Dal Dizionario biografico degli italiani (2016), nel sito www.treccani.it, riproponiamo ancora una volta]

Lucette Mangione (Luce d'Eramo) nacque il 17 giugno 1925 a Reims, da Publio e Maria Concetta Straccamore. Il padre, ingegnere ma anche pittore, dopo l'impegno come pilota nella prima guerra mondiale, in Francia svolgeva la professione di costruttore. Insieme con la moglie, segretaria del Fascio, si occupava dell'assistenza degli italiani all'estero, con la fondazione e direzione di una Casa degli Italiani. La tenacia e dedizione dei coniugi Mangione lasciarono un forte segno nella formazione della personalita' di Lucette, la quale – pur dopo la rottura con l'appartenenza fascista della sua famiglia – ricordo' piu' volte quell'impegno.
Era l'inizio di una biografia intensa: il trasferimento in Italia, l'esperienza della seconda guerra mondiale, il tentato suicidio, l'internamento a Dachau, la fuga dal Lager, e negli anni successivi i numerosi viaggi in Europa, Russia e Giappone, e poi l'impegno nel giornalismo e nelle inchieste. Questa forte presenza al suo tempo costitui' il portrait-modello di una nuova figura femminile, affermatasi negli ultimi decenni del Novecento ma della quale d'Eramo, insieme a poche altre, si sarebbe offerta, specie nel panorama italiano, come antesignana. Luce appartiene, infatti, al manipolo di donne molto bene istruite le quali, giovanissime o adolescenti durante il secondo conflitto mondiale, si affacciarono al mondo della scrittura negli anni immediatamente successivi, quasi "iniziate" alla letteratura da quella esperienza storica: una selezionata galleria (da Anna Maria Ortese a Elsa Morante, alla sua amica Amelia Rosselli o anche Oriana Fallaci per citare le piu' note), alla quale si aggiunge, in ambito europeo, il piu' ampio gruppo di scrittrici che tessono la memoria femminile ebraica della persecuzione nazifascista (da Frida Misul a Etty Hillesum, Luciana Nissim, Liana Millu o Edith Bruck, e naturalmente Hannah Arendt), autrici alle quali d'Eramo si sarebbe a piu' riprese dedicata.
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L'esperienza della guerra e le prime prove narrative
Negli anni Trenta la famiglia Mangione si trasferi' a Parigi, per rientrare definitivamente in Italia nel 1938: fu un gran turbamento per la adolescente Lucette, che in Italia divenne "Luce" e si iscrisse al liceo Conti Gentili di Alatri prima di trasferirsi con la famiglia a Roma e terminare gli studi presso il liceo Umberto I (oggi "Pilo Albertelli").
Nel 1942 inizio' a frequentare la facolta' di lettere dell'Universita' di Padova e il Gruppo universitario fascista (Guf). Tuttavia si laureo' solo dopo la guerra, a Roma, nel 1951, discutendo una tesi in lettere sulla Poetica di Leopardi, e nel 1954, in filosofia, sulla Singolare autonomia del giudizio nelle "Critiche" di Kant: un doppio titolo di studio che rispecchia anche la duplice anima di Luce d'Eramo, per la quale scrivere e' "un atto di conoscenza portato avanti con fantasia"; una narratrice, e lettrice, sempre tesa da "un'incredibile curiosita' umana" (cfr. Io sono un'aliena, Roma 1999, rispett. pp. 14 e 78) verso una letteratura come strumento di comprensione del reale, "moltiplicazione fantascientifica di facolta' conoscitive dell'animo umano", come spiegava nella relazione al convegno Per la narrativa tra Novecento e nuovo millennio, organizzato dal mensile Letture il 29 ottobre 1997 (testo datt. conservato in Archivio del Novecento - Universita' di Roma "La Sapienza", Fondo D'Eramo, serie Corrispondenza).
Luce si dedico' alla scrittura sin da giovanissima. Nell'autobiografia Io sono un'aliena narra infatti di un primo scritto, La teoria del divino equilibrio, composto durante l'ultimo anno di liceo e consegnato a Giovanni Gentile al termine di una sua lezione. I primi racconti compiuti si collocano pero' al 1943 e nascono dal drammatico laboratorio narrativo della guerra. A quell'anno risale infatti Il 25 luglio, rimasto a lungo inedito e inserito solo nell'edizione Mondadori dei Racconti quasi di guerra. 1943-1956 (Milano 1999), nonche' Il coraggio del diavolo, rimasto inedito come "piccolo documento privato d'un duro momento storico", sofferta riflessione teologica, atto di accusa e ribellione ma anche principio di un'interrogazione sulla fede destinata ad attraversare gran parte dei suoi scritti, seppure con differenti conclusioni. In una breve biografia intima del 1995, Il sogno di trascendenza nel mio viaggio narrativo, d'Eramo ripercorse la storia di quel suo "desiderio cristiano", che prendeva abbrivo dalla lettura della Commedia dantesca e soprattutto di Dostoevskij, rispetto al quale la giovane diciottenne Lucette avvertiva tutta l'ambivalenza dell'attrazione per l'"Idiota" come anche per Ivan Karamazov. Fu quindi su sollecitazione di quelle letture che nacque il coraggio del diavolo.
Si era, intanto, alla vigilia della sua decisiva esperienza tedesca, un inquietante tour nella desolante Germania del "male" che segno' indelebilmente – anche sul piano fisico – l'intellettuale e la scrittrice. Nel febbraio 1944, infatti, la figlia del sottosegretario all'Aviazione della Repubblica di Salo', turbata dalle notizie sui crimini nei Lager nazisti, in un'ansia di verita' e di verifica, parti' come lavoratrice volontaria presso la IG Farben di Frankfurt-Hoechst. La scoperta di quella realta' di soprusi e oppressioni la trasformo', fino a farla divenire attivista della Resistenza; in seguito a uno sciopero venne incarcerata; rimpatriata grazie alla sua appartenenza a una famiglia fascista, decise di rinunciare ai privilegi e sali' volontariamente su un convoglio di deportati nel Lager di Dachau, dal quale presto riusci' a fuggire. Durante un soggiorno a Magonza, rimase vittima di un incidente: il 27 febbraio 1945, mentre cercava di soccorrere le vittime di un'incursione aerea fra le macerie, il crollo di un muro la lascio' paralizzata.
Rientrata in Italia nel 1945, ormai invalida, Luce trascorse molto tempo in ospedale, al Putti di Bologna, dove conobbe e sposo' nel 1946 Pacifico d'Eramo – con il nome del quale firmo' le sue opere: un bersagliere ferito con il quale ebbe nel 1947 il figlio Marco (giornalista e scrittore) e dal quale si separo' nel 1953.
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La scrittura e i racconti
Negli anni Cinquanta l'attivita' narrativa – inaugurata con Idilli in coro (Milano 1951) – si intensifico', accanto a un crescente impegno pubblicistico. Intanto conobbe e frequento' Elsa Morante e soprattutto Alberto Moravia, al quale dedico' un'intervista che ne restituisce il critico e l'uomo, in un "incontro" raccontato nel 1967 ma pubblicato dopo quasi trent'anni. Fu inoltre Moravia che nel 1956 pubblico' su Nuovi Argomenti (la rivista fondata insieme ad Alberto Carocci e diretta fino al 1964) un suo racconto, Thomasbraeu, poi confluito in Deviazione (Milano 1979). Nel 1954 vinse il premio per la narrativa dell'editore Gastaldi che le pubblico' La straniera (ibid.), seguito dalla raccolta di racconti Il convoglio dei Lituani (ibid. 1958), poi inserito in Racconti quasi di guerra (cit.). Al 1959 data l'esordio nella saggistica con Raskolnikov e il marxismo. Note a un libro di Moravia (ibid.; nuova ed., Catania 1997).
Intanto, durante il suo soggiorno a Milano, divenne amica di Camilla Cederna, dando inizio a un rapporto duraturo che ispiro', poi, il libro-inchiesta sulla scomparsa di Giangiacomo Feltrinelli, Cruciverba politico. Come funziona in Italia la strategia della diversione (Rimini 1974), una riflessione intorno al "caso Cederna", ai sospetti avanzati da quest'ultima in merito all'oscuro e "mostruoso assassinio" dell'editore e soprattutto una indagine sulla manipolazione dell'opinione pubblica a mezzo stampa.
Al principio degli anni Sessanta, dopo un viaggio in Germania (soggiorno' a Glashuetten, nel Taunus, vicino Francoforte, presso la dottoressa Ellen Marder che l'aveva curata nel 1945) si stabili' a Roma. L'attivita' pubblicistica, con la collaborazione a La Fiera letteraria, Nuova Antologia, Studi cattolici, Tempo presente, si affiancava alla narrativa, con la prima opera edita con Rizzoli, il lungo racconto Finche' la testa vive (Milano 1964), narrazione del suo rapporto con il male, il dolore e il corpo, e della sua indomita lotta con una "deviazione" fisica dalla quale non si dara' mai vinta, in una continua tensione straniante che riusciva a condurla sempre fuori da se'.
Come gia' in Idilli in coro, la gioia di vivere che attraversava quelle pagine era in fondo una forma di ribellione, una "deviazione" di liberta' rispetto a un'invalidita' che l'ha travagliata lungo l'intera esistenza. Da questo agonico confronto d'Eramo usci' vincitrice anche quando, alla fine degli anni Sessanta, ebbe un aggravamento, con lunghi ricoveri a Pietra Ligure, nell'arco di quel difficile biennio (1969-70) che defini' "il periodo della capsula spaziale".
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L'incontro con Silone
Gli anni Sessanta, dunque, furono segnati da intensi e significativi rapporti: Cesare Zavattini, Alberto Moravia e soprattutto Ignazio Silone, che la tenne impegnata nella redazione di un'ampia monografia, L'opera di Ignazio Silone. Saggio critico e guida bibliografica (Milano 1971), cui seguirono numerosi altri saggi, articoli e interviste, poi raccolti in volume (Ignazio Silone, Rimini 1994). In una sovrapposizione tra il critico e il suo autore, Silone, piu' che oggetto di studio, divenne amico e modello di scrittura e di morale.
L'idea di un primo studio siloniano nacque nell'estate del 1967: destinato a segnare una svolta nella storia della critica siloniana ma ancor piu' a definire il profilo di d'Eramo studiosa e saggista, si trattava di un ampio studio critico comprensivo di una raccolta bibliografica, estesa in particolare alla pubblicistica internazionale. Nel mese di ottobre il lavoro era gia' avviato; ma era solo l'inizio di una lunga vicenda editoriale che si concluse, dopo significativi interventi correttivi rispetto alla prima stesura, nel novembre 1971.
Gli anni Settanta si aprirono nel segno di un piu' marcato realismo e di una "svolta", segnata dalla lettura-incontro dell'autore di Fontamara e dall'esperienza del figlio Marco nei movimenti studenteschi del 1968. I viaggi e i frequenti soggiorni a Parigi, ma anche la scrittura giornalistica sulla stampa quotidiana e periodica (dal 1979 collaboro' anche a La Quinzaine litteraire), testimoniano l'intensita' di quel periodo. Oltre che alla monografia su Cesare Zavattini (inedita), gia' preceduta da un'ampia Intervista (in La Fiera letteraria, 23 febbraio 1967) e da un articolo apparso in Studi cattolici (Cesare Zavattini, agosto 1970), d'Eramo lavorava anche a traduzioni, altri saggi, e al citato libro-inchiesta Cruciverba politico.
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La stagione dei romanzi
Alla fine degli anni Settanta, dopo un lungo lavoro di scavo, Luce d'Eramo diede alle stampe la sua prima grande opera narrativa, Deviazione, romanzo che accese il "caso d'Eramo" (ed. cit., Milano 1979; ibid. 1995, riproposto poi, per i tipi di Feltrinelli, con introd. di N. Fusini e postf. con un profilo bio-bibliografico di M. d'Eramo, ibid. 2012). Tradotto in francese, giapponese, tedesco e spagnolo, Deviazione ispiro' il film di Renate Stegmueller e Raimund Koplin intitolato Luce, Wanda, Jelena. Es war nicht ihr Krieg (1994). Il volume raccoglie racconti presentati in successione seguendo l'ordine cronologico di composizione (Thomasbraeu, Asilo a Dachau, Finche' la testa vive, Nel Ch 89, La Deviazione); ma ha il suo centro narrativo nell'esperienza vissuta in Germania durante l'ultimo anno del conflitto, pur nella moltiplicazione dei punti di vista di un Io che si racconta in prima o in terza persona e si guarda allo "specchio della mente" in tempi e contesti diversi. Attraverso le pagine di Deviazione si sviluppano le vicende biografiche della giovanissima protagonista Lucia, che parti' per verificare, per smentire, ma anche per penetrare (con Hannah Arendt) la banalita' del male, quel tema che tanto ha attraversato la letteratura e la riflessione del Novecento, Simone Weil in testa.
Dopo Deviazione, d'Eramo narratrice approdo' al romanzo: sembra che quella resa dei conti con se stessa e col proprio passato l'abbia come liberata alla narrativa. Gli anni Ottanta segnarono, infatti, la sua stagione piu' feconda, condotta nel segno del realismo. La pratica della letteratura si affiancava a una sempre piu' intensa pratica della vita: al lungo soggiorno a Berlino nel 1980, ospite del Deutscher Akademischer Austausch-Dienst per un corso semestrale sul romanzo italiano all'Institut fur Romanische Philologie della Freie Universitaet, avrebbero fatto seguito altri viaggi (Spagna, Amsterdam, New York, Russia) con i suoi amici piu' cari, l'italianista Corinne Lucas, Daniella Ambrosino e il marito di lei, il fisico teorico Giorgio Parisi.
A soli due anni da Deviazione e in un singolare intreccio di testi sul piano cronologico ma anche tematico e contenutistico, Nucleo Zero (Milano 1981) modifica temi, registri e modalita' narrative. L'autobiografia, sia pur condotta sempre con "il rigore della cronaca", si ribalta qui in antibiografismo: "Qui io proprio non c'entravo per niente: mi sono annullata nei personaggi". In questo testo sulla ribellione collettiva, nel tentativo di comprendere come si possa diventare terrorista, Nucleo zero e' tra i primi titoli della narrativa italiana dedicati alla lotta armata dei comunisti estremisti, che d'Eramo cerca di penetrare e mettere in scena in tutte le loro contraddizioni e soprattutto nel difficile rapporto con i media. Il romanzo – quasi opera fuori tempo per la sua stessa adesione al presente – fu alla base di un radiodramma nel 1982 (diretto da Giandomenico Curi) e di un film televisivo per la regia di Carlo Lizzani nel 1984. Come gia' era avvenuto per l'inchiesta Cruciverba politico, nel romanzo grande attenzione e' riservata a una riflessione sui mezzi di comunicazione e sul loro rapporto oppositivo – nonche' pericolosamente creativo – con l'attualita', la storia, all'interno di quella che nel 1967 gia' Guy Debord aveva definito, nel suo fortunato saggio, La societa' dello spettacolo.
Lo stesso tema del terrorismo, nella sua carica di "deviazione" rispetto ai poteri dominanti, torna in un altro racconto dell'81, Tra i pensieri di una terrorista rossa, un "testo improbabile" che si finge rinvenuto nell'anno 2127 e si svolge lungo il filo di una fantascientifica distopia che anticipa il grande romanzo Partiranno (poi in Tutti i racconti).
Era nel dichiarato intento di "farsi una ragione degli avvenimenti" che proseguiva una intensa attivita' giornalistica, su testate anche molto diverse per postazioni ideologiche come l'Unita', il manifesto, ma anche – piu' tardi – Avvenire. E fu proprio il quotidiano promosso dalla Conferenza episcopale italiana (CEI) a inserire Luce d'Eramo (insieme con Gianfranco Ravasi, Fulvio Panzeri e Roberto Righetto) nella giuria del premio letterario "Racconta la fine del mondo", indetto nell'estate 1995. In quella giuria d'Eramo entrava come esperta riconosciuta, grazie soprattutto al romanzo Partiranno (Milano 1986), che narra dello sbarco di extraterrestri simili ad animali a Roma, negli anni Sessanta. La presenza degli alieni clandestini provenienti dal pianeta Nnoberavez, e la loro interazione con gli umani e il loro habitat, corre lungo le pagine di diario della zoologa Paola Rodi. L'opera conferma la tensione dell'Autrice verso spazi e tempi straniati e stranianti: all'altrove temporale dei suoi viaggi nella memoria si sostituisce l'altrove spaziale. Partiranno, quindi, si inserisce in un fortunato filone della science fiction che raccoglieva anche le suggestioni delle missioni spaziali degli anni Sessanta, dai primi razzi Sputnik al primo astronauta, allo sbarco sulla Luna nel luglio 1969.
Il 27 agosto 1966 sul Corriere della sera apparve in prima pagina un'immagine destinata a fare storia: la foto della terra vista dalla distanza lunare scattata dal Lunar Orbiter. Erano i mesi nei quali Luce d'Eramo iniziava una fitta riflessione sulla vita extraterrestre. I suoi articoli ospitati in La Fiera letteraria, Nuova Antologia e Studi cattolici si muovono entro la sfera letteraria, ma non trascurano questioni teoriche piu' vaste. Partendo dal dibattito teologico nato in seno alla Chiesa cattolica, e richiamando un fortunato articolo di Domenico Grasso (La teologia e la pluralita' di mondi abitati, in Civilta' cattolica, IV [1952], n. 103, pp. 255-265) nel tentativo di conciliazione tra vite aliene e religione, Luce d'Eramo si trovo' a difendere – in ambito letterario – le ragioni della letteratura fantascientifica. Le missioni spaziali, restituite al grande pubblico grazie alle prime immagini satellitari, sembravano fornire una prova tangibile di una seconda rivoluzione copernicana che si imponeva ora con evidenza concreta e insieme con una forte carica simbolica. Era un radicale ribaltamento del punto di vista, che si prestava ad alcuni scrittori (Luce d'Eramo ma anche Guido Morselli), quasi come "argomento" filosofico, confutazione di quelle che apparivano comode soluzioni ermeneutiche ed etiche di un soggettivismo che doveva cedere invece il posto a un piu' oggettivo umanesimo della "riduzione" e della "solidarieta'". Il "desiderio di alienita'" piu' volte affermato dall'Autrice come programma anche letterario trovava fondamento all'interno di un piu' ampio contesto di riflessioni teoriche che corrono sottotraccia lungo il "secolo breve": il concetto di differance elaborato da Jacques Derrida, la metafora del divenire minoritari formulata da Gilles Deleuze e Félix Guattari, o la nozione di straniero dibattuta da Julia Kristeva.
In d'Eramo, pero', "alienita'" si fa presto sinonimo di "trascendenza". Nell'esplicito riferimento a Partiranno si declinava una riflessione inviata il 28 aprile 1998 a Ferruccio Parazzoli sul tema della fede. In preparazione di una conferenza da tenere a Vasto il 16 maggio 1998 e alla vigilia della pubblicazione dell'inchiesta Il gioco del mondo, nella quale Parazzoli dava voce ad autori come Lalla Romano, Vincenzo Consolo, Giuseppe Pontiggia e Antonio Tabucchi, d'Eramo gli inviava alcuni appunti privati, che sembrano richiamare Giordano Bruno, o piu' ancora il Leopardi delle Operette morali o della Ginestra. Gli "argomenti" di questa personalissima religiosita' si svolgono nel dichiarato richiamo alla sua narrazione "cosmica" sul pianeta Nnaboverez.
Partiranno, dunque, il suo romanzo piu' amato, si rivela centrale all'interno della biografia letteraria di Luce d'Eramo. Segna, inoltre, il suo ingresso ufficiale all'interno della repubblica di scrittori di science fiction e fantasy, sul filo di un interesse a lungo coltivato e che, in quegli anni Ottanta, contava una crescente messe di titoli e di autori italiani: Francesca Duranti, Valerio Manfredi, Michele Mari, Roberto Pazzi, Pier Luigi Berbotto, Roberto Vacca, tutti attivi tra il 1984 e il 1986, proprio mentre Fruttero e Lucentini animavano la collana "i Massimi della fantascienza" per Mondadori. Sono gli anni nei quali d'Eramo collaboro' a futuro europa, nuova sf, pianeta; scrisse le introduzioni a Storie d'ordinario infinito di Ugo Malaguti (Bologna 1989) e a La croce di ghiaccio di Lino Aldani (Bologna 1990). Fu anche ospite frequente e conosciuta dell'Italcon, il convegno annuale di science fiction organizzato dall'Associazione World SF Italia. Nell'edizione del 1986, tenutasi a Montepulciano, si ritrovo' a difendere la fantascienza come "genere" contro le accuse mosse da Alberto Moravia insieme con Dario Bellezza e Alain Elkann. Nell'edizione dell'Italcon 1994, svoltasi a Courmayeur, d'Eramo pronuncio' una relazione che divenne poi il celebre articolo apparso su l'Unita' e che diede il titolo alla sua ultima autobiografia, Io sono un'aliena (1999).
Non tradi' mai tali interessi di studi e scrittura: quale prosecuzione di Partiranno puo' intendersi il racconto La galassia di Nacolden, apparso nello stesso anno (in l'Unita', 20 giugno 1986) e ora compreso, con il titolo Intervista a un extraterrestre il 17 giugno 1986, insieme al racconto Una proposta risolutiva (in Pianeta Italia. Gli autori della World sf italiana, a cura di L. Aldani - U. Malaguti, Bologna 1989, pp. 285-293) nella raccolta Sei racconti estremi (poi in Tutti i racconti, cit., rispett. pp. 344-347 e 352-357). Se in Intervista a un extraterrestre d'Eramo immagina un incontro con il protagonista di Partiranno Nacolden, in Una proposta risolutiva si finge relatore a un convegno del futuro, nell'anno 2134, al cospetto di un mondo di anziani, con un tasso di suicidi in pericoloso aumento. Anche d'Eramo, dunque, come avrebbe fatto il citato concorso letterario "Racconta la fine del mondo", si provava in una "classica visione fantascientifica, per esempio di Primo Levi, per non dire di tutti coloro che, angosciati dal presente, hanno cercato nell'ignoto domani il volto degli errori d'oggi, cosi' da correggerli per tempo" (Primo Levi come modello, in Avvenire, 16 luglio 1995).
"Deviazione", "altro", "diversita'" sono lemmi cari al lessico della d'Eramo, proprio nel segno di un realismo che, rigoroso e portato alle estreme conseguenze, non poteva non condurre lontano dall'Io, in cerca di essenze e di sguardi "altri", "luoghi" e "punti di vista" che siano "alieni", per usare una espressione attinta al lessico marxista – ed esistenzialista anche – ma rovesciato di segno. L'alienazione, d'altronde, e' un campo semantico che, pur con sensi e significati peculiari, attraversa gran parte della vita e dell'opera della attrezzata laureata in filosofia Luce d'Eramo.
Nonostante gli insistiti problemi di salute, l'attivita' narrativa e saggistica non rallento': nel 1989 apparve l'antologia, curata assieme a Gabriella Sobrino, Europa in versi. La poesia femminile del '900 (Roma 1989). Nel 1992 torno' a viaggiare e ando' a Tokyo per tenere una conferenza su Silone alla Gaigodoi University, Bunkyo-ku. L'esperienza in estremo Oriente torna nel romanzo dell'anno successivo, Ultima luna (Milano 1993), articolata narrazione sulla vecchiaia e sulla morte. Nel rapporto tra l'ottantenne Alfonsina e il figlio Bruno, da poco rientrato dal Giappone, si intrecciano i fili di sentimenti e valori cari all'Autrice, la solitudine della senescenza, oltre che la testarda donazione di una madre che nega se stessa per la realizzazione del figlio e per il suo matrimonio. Se il tema del matrimonio e della relazione e' al centro anche del romanzo Un'estate difficile (ibid. 2001; rimasto inedito e apparso postumo a un mese dalla sua morte), e' ancora sul filo dell'attenzione al diverso e dell'invito alla comprensione dell'altro, nel segno di una denuncia, che puo' leggersi il successivo Si prega di non disturbare (ibid. 1995), un romanzo scritto durante il soggiorno a Parigi, nel quale l'Autrice cerca di penetrare la psicologia di un neofascista omicida, nel desiderio di comprendere le radici dell'odio e dell'intolleranza. Ne vien fuori un affresco severo di una societa' perfusa di segni di intolleranza e intransigenti rifiuti, che sembra cedere al torpore di un benessere distruttore di coscienze. Diversita' come follia e' invece al centro di Una strana fortuna (ibid. 1997), dove l'indagine sul rapporto tra normalita' e patologia viene osservato attraverso le vicende interiori di due donne, Clara e sua zia Edda, ritratte allo specchio di un confronto generazionale rispetto al decisivo spartiacque del fascismo.
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L'ultima stagione
Nel 1999 Luce d'Eramo riuni' per Mondadori i Racconti quasi di guerra, scritti tra il 1943 e il 1956 e all'epoca ancora parzialmente inediti. In quello stesso anno usci' Io sono un'aliena, che puo' considerarsi il vero "testo ultimo", che smentisce ancora una volta la sua reticenza all'autorappresentazione, intesa quest'ultima come lucida auto-analisi. L'opera, che contiene preziose indicazioni di poetica e fa luce sul suo scrittoio e sulle ragioni segrete dell'ispirazione, raccoglie una lunga intervista e tre scritti che restituiscono, a quasi vent'anni dall'autobiografia "storica" – si direbbe – di Deviazione, quello che puo' considerarsi un testamento spirituale e artistico, oltre che morale.
La sua ricerca, mai conclusa, si traduce anche in un preciso metodo di scrittura. Sul piano strutturale, infatti, la narrazione si costruisce spesso come intarsio di testi, quasi a tematizzare una ricerca filologica, condotta intorno alla centralita' della scrittura e alla sua sopravvivenza nel "rammendo".
Torna pertanto quella attivita' del "rammendo" che, in senso proprio, d'Eramo non esitava a rivelare a Silone, in una lettera del 31 luglio 1966. La missiva fa luce sul profilo dell'intellettuale e insieme della donna che non si premura di nascondere i tratti piu' intimi della sua dimensione familiare, in una disinvolta sovrapposizione di ruoli. Rammendo come "attitudine", che l'Autrice trasferisce al suo personaggio Clara, protagonista di Una strana fortuna. Clara, come Luce, compie un doloroso percorso alla scoperta del proprio passato. Lei, che ha "un'anima di rammendatrice" (p. 310) trova che la zia, con quei quaderni che ora non tocca piu', le "ritesse il presente", l'aiuta a "rammendare" se stessa (p. 289).
Questi anni di febbrile attivita' erano, in realta', preludio della fine, gia' prossima. "Come faccio a sapere che muoio?" fu una delle ultime domande rivolte all'amica di sempre, la critica letteraria Corinne Lucas Fiorato. E' sulle tracce dell'alienazione, come condizione del sapere, che l'Autrice giunge al duplice sentiero, della scrittura e della morte: "il bisogno di scomparire e' lo scopo inconscio, il motivo di fondo, la molla dello scrivere. Siamo arrivati all'osso: scrivo per scomparire, per accettare la morte. Come se fossi morta [...] nell'intimo mio piu' segreto scrivo per i posteri: a momenti mi pare di leggere con gli occhi del futuro le mie storie trascorse, trapassate, datate, superate" (cfr. Io sono un'aliena, cit., pp. 18-20).
La morte le si avvicinava veloce, ma non inattesa; e giungeva quasi a compimento di quel distacco da se' che l'Autrice aveva sempre con tenacia ricercato; per divenire definitivamente, e compiutamente, "aliena". Puo' forse dirsi che la sua vita si snodava come costante dialogo con una morte che sin da bambina Lucette aveva esaminato, cercato, simulato, come rivela La mia storia con la morte (in Gesù di Nazareth: il "caso" non e' chiuso, Assisi 1984), un denso capitolo di personalissime riflessioni teologiche, o anti-teologiche, definite con auto-ironia "sfacchinate dell'anima" (ora in Io sono un'aliena, cit., p. 74).
Mentre avviava un progetto di scrittura su Etty Hillesum, quasi in una simbolica circolarita' di temi col ritorno alla letteratura della persecuzione nazifascista del suo esordio, Luce d’Eramo – dopo l'ennesimo ricovero per aggravamento – mori' a Roma il 6 marzo 2001. E' sepolta, accanto ai suoi amici Dario Bellezza e Amelia Rosselli, nel cimitero acattolico di Roma.
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Opere
Racconti e romanzi: Idilli in coro (Milano 1951); La straniera (ibid. 1955); Finche' la testa vive (ibid. 1964); Deviazione (ibid. 1979; con introd. di M. Spinella, ibid. 2000; con introd. di N. Fusini e postf. con un profilo biobibliografico di M. d'Eramo, ibid. 2012); Nucleo Zero (ibid. 1981); Partiranno (ibid. 1986); Ultima Luna (ibid. 1993); Si prega di non disturbare (ibid. 1995); Racconti quasi di guerra (ibid. 1999); Io sono un'aliena (Roma 1999); Un'estate difficile (Milano 2001); Tutti i racconti, a cura di C. Bello Minciacchi (Roma 2013). Saggistica: Raskolnikov e il marxismo. Note a un libro di Moravia e altri scritti (Milano 1959; poi, con una nuova introd. dell'autrice, Catania 1997); L'opera di Ignazio Silone. Saggio critico e guida bibliografica, Milano 1971 (e successive edizioni); Cruciverba politico. Come funziona in Italia la strategia della diversione (Rimini 1974); Ignazio Silone (ibid. 1994); Ignazio Silone, a cura di Y. Saito (Roma 2014; Il volume raccoglie tutti gli scritti su Ignazio Silone, preceduti da un'intervista a Daniella Ambrosino).
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Fonti e bibliografia
Le carte d'autore sono conservate in Roma, Arch. del Novecento - Universita' degli studi di Roma "La Sapienza", Fondo d'Eramo. Una bibliografia degli scritti di Luce d'Eramo, insieme a una bibliografia critica, a cura di Marco d'Eramo, si legge in L. d'Eramo, Deviazione, Milano 2012, cit., pp. 397-413. A questo utile strumento, che offre anche saggi apparsi in volume, introduzioni e postfazioni a firma dell'autrice, vanno aggiunti i numerosi scritti e articoli giornalistici apparsi in riviste e quotidiani, dei quali un primo elenco e' offerto nel blog iosonounaliena.worldpress.com. Nel rimandare piu' diffusamente alla bibliografia critica di Marco d'Eramo ora cit., ci si limita qui a segnalare: D. Ambrosino, Temi, strutture e linguaggio nei romanzi di L. d'E., in Linguistica e letteratura, XXVI (2001), pp. 195-251; "Speciale Luce d'Eramo", in Prospettiva Persona, XXII (2003), n. monografico (a cura di M. d'Eramo- P. Vanzan); C. Lucas Fiorato, Des colonnes d'Hercule a' Nnoberavez: l'art du deplacement dans l'oeuvre de L. d'E., in Melanges offerts a' Pierre Laroche, a cura di Denis Ferraris - Daniele Valin,in Chroniques italiennes, 2002, n. 69-70, pp. 113-127; D. Ambrosino, Televisione e terrorismo nel romanzo "Nucleo Zero" di L. d'E., a cura di L. Scotto d'Ardino, in Litterature et nouveaux médias, in Cahiers d'etudes italiennes, 2010, n. 11, pp. 53-62; Dossier L. d'E. Come intendersi con l'altro, a cura di A.M. Crispino - M. d'Eramo, in Leggendaria, 2013 n. 99 (marzo); M.S. Palieri Spalieri, Un'aliena di sinistra, in l'Unita', primo marzo 2013; C. Venturini, "Non miro piu' allo scrivere, ma invece al resistere". Sei lettere di Amelia Rosselli a L. d'E., in Avanguardia. Riv. di letteratura contemporanea, 2008, n. 38, pp. 19-52; A. Scarparo, Romanzi del cambiamento. Scrittrici dal 1950 al 1980, prefaz. di D. Marcheschi, Roma 2014, pp. 327-355; G. Parisi, Extraterrestri entro i confini della realta', in Il Sole-24ore, 24 luglio 2016;  L. d'E.: une oeuvre plurielle a' la croisee des savoirs et des cultures, Colloque international organise' a' l'occasion de la celebration des quatre-vingt-dix ans de la naissance de L. d'E., Atti di convegno, Paris 15-17 giugno 2016, a cura di C. Lucas Fiorato - M.-P. De Paulis - A. Tosatti (in corso di stampa).

5. SEGNALAZIONI LIBRARIE

Classici
- Marivaux, Theatre complet, Gallimard, Paris 1949, 1984, pp. LXII + 1570.

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali, l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna, dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione di organi di governo paralleli.

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NONVIOLENZA O BARBARIE
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Numero 119 del 13 agosto 2026
Nuova serie de "La nonviolenza e' in cammino" a cura del "Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera" di Viterbo (anno XXVII)
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, e-mail: centropacevt at gmail.com, crpviterbo at yahoo.it