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[pace] Ricordate la guerra del Kosovo del 1999? Ora è accertato che la Nato supportò dei criminali che guidavano l’UCK
- Subject: [pace] Ricordate la guerra del Kosovo del 1999? Ora è accertato che la Nato supportò dei criminali che guidavano l’UCK
- From: Associazione PeaceLink <info at peacelink.it>
- Date: Tue, 13 Oct 2026 12:37:11 +0000
Le condanne dei leader dell’UÇK riaprono una ferita profonda sul ruolo della NATO nel 1999. La recente sentenza della Corte Speciale dell'Aia ha inflitto pene dai 13 ai 25 anni a Hashim Thaçi, Jakup Krasniqi, Kadri Veseli e Rexhep Selimi per crimini di guerra, tra cui torture e 96 omicidi.
La sentenza solleva pesanti interrogativi morali e storici sulle dinamiche dell’intervento militare occidentale, privo di autorizzazione ONU e quindi illegale dal punto di vista del diritto internazionale.
Allora a guidare il governo italiano c’era Massimo D’Alema.Nel 1999, la NATO giustificò la campagna di bombardamenti contro la Jugoslavia come un intervento umanitario per fermare la pulizia etnica serba. In quel contesto, l’Occidente scelse l’UÇK come alleato strategico sul terreno. Personaggi come Thaçi, allora leader politico dei ribelli, vennero legittimati dalle cancellerie occidentali, trasformandosi da guerriglieri di un'organizzazione inizialmente ritenuta terroristica a partner politici della coalizione internazionale.
Oggi, i verdetti dell'Aia dimostrano che la realtà era ben più complessa della retorica binaria del conflitto.
Secondo gli atti d'accusa formali e le risultanze giudiziarie emerse dalle testimonianze dei sopravvissuti, le torture venivano inflitte sistematicamente sia a civili serbi e rom, sia ad albanesi bollati come "collaborazionisti" o oppositori politici della linea dura dell'UÇK. Qui di seguito riportiamo gli esempi principali di torture e trattamenti disumani contestati.
—- Violenza fisica e percosse sistematiche• Pestaggi brutali e prolungati: i prigionieri venivano colpiti quotidianamente su tutto il corpo con bastoni, sbarre di ferro, calci di fucile, cavi elettrici e catene metalliche. • Ferite da taglio e mutilazioni: in diversi centri di prigionia i testimoni hanno riferito dell'uso di coltelli per infliggere ferite superficiali ma dolorose, bruciature di sigaretta sulla pelle e, in alcuni casi documentati dal Rapporto Marty del Consiglio d'Europa, sono state sollevate accuse di gravi abusi fisici legati a trasferimenti forzati oltre confine.
—- Torture psicologiche e coercizione• Simulazioni di esecuzione: ai detenuti veniva puntata l'arma alla testa facendoli credere che stessero per essere fucilati nell'immediato, oppure venivano costretti a sentire le urla o a guardare le torture e le uccisioni di altri compagni di cella o dei propri familiari (come avvenuto per alcuni esponenti della famiglia serba Kostić). • Minacce di ritorsione: venivano rivolte minacce esplicite di morte o di violenza sessuale dirette non solo al prigioniero, ma anche alle loro famiglie rimaste nei villaggi.
—- Condizioni detentive disumane e privazioni• Privazione di acqua, cibo e cure mediche: i prigionieri venivano ammassati in stalle, scantinati umidi e magazzini sporchi senza servizi igienici, lasciati per giorni senza nutrimento o costretti a bere acqua contaminata. • Costrizione in posizioni dolorose: molti detenuti venivano legati strettamente con corde o fili di ferro per ore o giorni di fila in spazi angusti, subendo l'esposizione a temperature estreme senza indumenti adeguati. Queste pratiche non venivano considerate "eccessi isolati", ma, secondo le motivazioni della Corte, facevano parte di un intento criminale comune volto a consolidare il controllo del territorio terrorizzando ed eliminando chiunque non sostenesse apertamente l'organizzazione.
—- La denuncia di Amnesty InternationalGià nel 2014 L’associazione per i diritti umani pubblicava: “Amnesty International ha accolto con favore il rapporto pubblicato il 29 luglio sulle indagini effettuate da Clint Williamson, procuratore capo della task force investigativa speciale (Sitf) in relazione alle accuse secondo cui alti funzionari dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck) commisero gravi crimini di diritto internazionale contro i civili dopo la conclusione del conflitto nel giugno 1999. Secondo il procuratore capo, queste indagini porteranno all’incriminazione di alcuni ex leader dell’Uck per uccisioni illegali, rapimenti, violenze sessuali e altre forme di trattamento disumano di serbi kosovari e di rom, nonché di albanesi ritenuti oppositori dell’Uck, e per la loro detenzione illegale in Kosovo e in Albania nel 1999”.
https://www.amnesty.it/kosovo-il-rapporto-sulluck-porti-a-procedimenti-penali-per-crimini-contro-lumanita/ —- Fu pulizia etnica?I tribunali internazionali e le principali organizzazioni per i diritti umani (come Human Rights Watch e Amnesty International) concordano sul fatto che dopo il giugno 1999 si verificò un esodo forzato di massa e una violenta persecuzione della popolazione serba, rom e delle minoranze non albanesi.
Durante i combattimenti attivi del 1999, le violenze dell'UÇK consistevano principalmente in attacchi di guerriglia contro le forze di sicurezza jugoslave e nel rapimento o uccisione di civili (sia serbi sia albanesi) accusati di essere "collaborazionisti" o spie del regime di Slobodan Milošević. In questa fase, la pulizia etnica sistematica e su vasta scala veniva condotta principalmente dalle forze serbe e jugoslave contro la maggioranza albanese (con oltre 800.000 sfollati ed espulsioni di massa).
Ma dopo il giugno 1999 vi fu l’esodo forzato dei serbi.Il quadro mutò radicalmente con l'accordo di Kumanovo, il ritiro delle truppe serbe e l'ingresso della missione NATO (KFOR). In un vuoto di potere durato diversi mesi, elementi dell'UÇK e gruppi di civili albanesi avviarono una massiccia ondata di rappresaglie, vendette e violenze mirate contro i civili rimasti: • Numeri dello sfollamento: Tra i 150.000 e i 250.000 serbi (oltre a decine di migliaia di rom) furono costretti ad abbandonare le proprie case e a fuggire verso la Serbia centrale o a rifugiarsi in piccole en enclave protette. • Distruzione culturale: Oltre ai rapimenti e agli omicidi mirati, furono bruciate migliaia di case e vandalizzati o distrutti più di 100 monasteri e chiese ortodosse serbe, nel tentativo di cancellare la presenza storica della comunità.
—- Il ruolo della NATOLa posizione della NATO nei confronti dell'UÇK e dei suoi crimini è caratterizzata da una profonda ambiguità storica.
L'Alleanza Atlantica ha formalmente sostenuto la necessità di fare luce sui crimini di guerra e ha supportato i lavori dei tribunali, ma ha sempre cercato di distanziare le responsabilità individuali dei leader guerriglieri dal giudizio sulla legittimità dell'intervento NATO del 1999.
Durante la guerra, l'intelligence della NATO era a conoscenza del fatto che l'UÇK compisse violenze e rapimenti, ma la priorità strategica era sconfiggere l'esercito jugoslavo di Slobodan Milošević.
Nel giugno 1999, con l'ingresso in Kosovo del contingente NATO (KFOR), l'alleanza assunse il controllo militare del territorio. Nonostante la presenza di decine di migliaia di soldati occidentali, l'UÇK avviò le rappresaglie, le torture e l'espulsione forzata dei serbi. Diversi analisti e storici sottolineano che la NATO, per evitare di impantanarsi in una guerriglia contro gli albanesi e per garantire una fragile stabilità, scelse di fatto di non intervenire con la dovuta fermezza per fermare quelle violenze.
Quando nel 2011 il Rapporto Dick Marty denunciò il traffico di organi e l'esistenza di una rete criminale guidata da Hashim Thaçi, emersero dettagli imbarazzanti per l'Alleanza Atlantica. • Alcuni media internazionali pubblicarono rapporti interni e confidenziali dell'intelligence militare della NATO risalenti ai primi anni 2000. • In questi documenti, Thaçi veniva esplicitamente descritto come uno dei "pesci più grossi" della criminalità organizzata kosovara, legato al traffico di contrabbando, armi ed eroina. • L'opinione pubblica criticò duramente la NATO per aver politicamente protetto e legittimato per oltre un decennio un personaggio di cui conosceva i retroscena criminali.
Con l'avvio dei processi presso le Camere Specializzate per il Kosovo (KSC) e la recente storica sentenza che ha condannato i leader dell'UÇK (Thaçi e Krasniqi a 25 anni di carcere), la posizione della NATO si è rifugiata nella neutralità diplomatica e istituzionale.
Nelle dichiarazioni ufficiali, l'Occidente rimarca che il processo giudica responsabilità penali individuali di singoli comandanti e non mette in discussione la legittimità della liberazione del Kosovo o la correttezza dell'intervento umanitario della NATO del 1999.
Va detto che vi sono state fortissime proteste della popolazione albanese kosovara, che ha reagito con indignazione alle condanne dei propri "eroi nazionali" attaccando persino le sedi delle missioni europee (EULEX) a Pristina, in Kosovo.
—- L’intervento della NATO nel 1999 fu illegale?I motivi tecnici e giuridici per cui l'azione militare guidata dall'Occidente violò le norme internazionali sono principalmente tre.
1. Mancanza dell'autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell'ONUSecondo lo Statuto delle Nazioni Unite (l'architettura legale che regola l'uso della forza nel mondo dal 1945), un attacco militare contro uno Stato sovrano è lecito esclusivamente in due casi: 1. Per legittima difesa a seguito di un'aggressione subita (Articolo 51). 2. Dietro esplicito mandato e autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU (Capitolo VII). Nel marzo del 1999, la NATO lanciò la campagna di bombardamenti (Operazione Allied Force) contro la Repubblica Federale di Jugoslavia senza alcuna risoluzione ONU che autorizzasse l'uso della forza. I Paesi occidentali decisero di aggirare volutamente il voto del Consiglio di Sicurezza perché Russia e Cina avevano già annunciato che avrebbero posto il loro diritto di veto su qualsiasi intervento militare.
2. Violazione della sovranità statale e divieto di aggressioneAttaccando la Jugoslavia, la NATO violò il principio cardine del diritto internazionale contemporaneo: il rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale degli Stati, sancito dall'Articolo 2 (paragrafo 4) dello Statuto ONU, che vieta la minaccia o l'uso della forza nelle relazioni internazionali. Trattandosi di un conflitto allora considerato formalmente "interno" (una repressione/guerra civile tra il governo di Belgrado e i separatisti albanesi dell'UÇK dentro i confini jugoslavi), l'azione aerea della NATO venne configurata da numerosi giuristi internazionalisti – e denunciata fermamente da Mosca e Pechino – come un atto unilaterale di aggressione esterna.
3. Violazione dello stesso Trattato Costitutivo della NATOL'attacco sollevò forti dubbi anche sul piano interno all'Alleanza Atlantica. In base al proprio statuto (il Trattato del Nord Atlantico del 1949), la NATO era nata esclusivamente come un'organizzazione difensiva. L'Articolo 5 prevede l'uso delle armi solo nel caso in cui un Paese membro venga aggredito. Nel 1999, nessuno Stato membro della NATO era stato attaccato dalla Jugoslavia; l'intervento in Kosovo fu la prima operazione militare fuori area (operata al di fuori dei confini dei paesi membri) e con finalità offensive nella storia dell'alleanza.
Nonostante tutto ciò sia evidente, dentro la NATO prevale la definizione della Guerra del Kosovo (1999) come un'azione “legittima”. La Commissione Internazionale Indipendente sul Kosovo (co-presieduta dal giurista Richard Goldstone) descrisse l'intervento militare della NATO come "illegale ma legittimo".
—- La giustificazione: guerra “illegale” ma “legittima”La Commissione Internazionale Indipendente sul Kosovo (spesso chiamata semplicemente Commissione Goldstone) è stata un organismo istituito nell'agosto del 1999, subito dopo la fine dei bombardamenti NATO. Nata da un'iniziativa del Primo Ministro svedese Göran Persson e composta da 11 esperti e accademici di fama internazionale, la Commissione fu co-presieduta dal magistrato sudafricano Richard Goldstone (noto per essere stato il primo Procuratore Capo del Tribunale Penale Internazionale per l'ex-Jugoslavia e per il Ruanda) e dal politico svedese Carl Tham. Il suo lavoro culminò nel "Kosovo Report" (pubblicato nell'ottobre del 2000), un testo fondamentale che ha ridefinito i confini etici e legali della geopolitica moderna.
1. Il Kosovo ReportLa Commissione formulò questo celebre verdetto per sanare il cortocircuito tra morale e diritto: • la guerra fu illegale perché l'attacco dell'Alleanza Atlantica fu lanciato senza la previa autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, violando la sovranità della Jugoslavia; • ma fu legittima (o giustificata) perché si rivelò l'unico strumento efficace per fermare la brutale pulizia etnica e le gravi violazioni dei diritti umani che le forze di Slobodan Milošević stavano perpetrando a danno degli albanesi del Kosovo.
2. Le accuse al regime di MiloševićIl rapporto confermò che il governo di Belgrado aveva pianificato e attuato una sistematica campagna di terrore. La Commissione documentò che le violenze serbe miravano a espellere o sottomettere in via definitiva la maggioranza albanese, configurando inequivocabilmente crimini contro l'umanità.
3. La denuncia della "pulizia etnica inversa" dell'UÇKLa Commissione Goldstone ebbe il merito storico di non allinearsi alla propaganda unilaterale dei vincitori. Nel report venne denunciato apertamente che, dopo l'ingresso delle truppe NATO (KFOR) nel giugno 1999, l'amministrazione internazionale e i militari occidentali fallirono nel proteggere le minoranze. Il documento accusò l'UÇK e altre fazioni albanesi di aver condotto una vera e propria pulizia etnica sistematica ai danni di serbi, rom e altre minoranze, costringendoli all'esodo.
4. Critiche alla NATO e ai TribunaliGoldstone e i suoi commissari non risparmiarono critiche all'Occidente, censurando la scelta del Procuratore del Tribunale Penale dell'Aia (ICTY) di non aprire alcuna indagine formale sulle violazioni commesse dalla NATO durante i bombardamenti (come l'uso di munizioni all'uranio impoverito o i "danni collaterali" sui civili serbi).
5. L'eredità storica: la nascita della "Responsabilità di Proteggere"Al di là dell'analisi storica del conflitto balcanico, la Commissione Goldstone ha cambiato la storia del diritto internazionale. Consapevole che la formula "illegale ma legittimo" rischiava di aprire la strada ad abusi geopolitici (consentendo a qualsiasi superpotenza di attaccare un altro Stato con il pretesto di difendere i diritti umani), la Commissione propose nel rapporto la necessità di creare nuove regole globali per l'intervento umanitario. Questo lavoro ha gettato le basi dottrinali per la nascita della "Responsabilità di proteggere" (Responsibility to Protect o R2P), un principio adottato dall'ONU nel 2005. Secondo questa norma, la sovranità di uno Stato non è più un diritto assoluto e intoccabile: se uno Stato non è in grado di proteggere i propri cittadini (o ne è il diretto carnefice), la comunità internazionale ha il dovere morale e legale di intervenire. Ma come fare al di fuori dell’ONU e del diritto internazionale? Il problema rimane e in questa contraddizione si è oggi incuneata la diplomazia russa.
6. Come la Russia oggi sfrutta il concetto di “guerra legittima”Il presidente russo Vladimir Putin e la diplomazia di Mosca all'ONU hanno esplicitamente e ripetutamente utilizzato il "precedente del Kosovo" per giustificare le proprie azioni militari in Ucraina. Nello specifico, hanno applicato questo argomento per il riconoscimento del Donbass e la successiva guerra di invasione dell’Ucraina nel 2022. Per legittimare l'intervento a favore delle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk (DNR e LNR), la Russia ha ricalcato quasi perfettamente le tesi occidentali del 1999. Queste che seguono sono le argomentazioni russe. 6.1. L'indipendenza unilaterale: Putin ha ricordato che, secondo il parere della Corte Internazionale di Giustizia del 2010 sul Kosovo, una dichiarazione unilaterale di indipendenza non viola il diritto internazionale generale. Di conseguenza, Mosca sostiene che le repubbliche del Donbass avevano il diritto di separarsi dall'Ucraina esattamente come il Kosovo fece con la Serbia. 6.2. L'appello alla "Legittima Difesa" (Art. 51): durante incontri ufficiali (come quello emblematico all'ONU con il Segretario Generale António Guterres), Putin ha spiegato che, una volta riconosciute la DNR e la LNR come Stati sovrani, la Russia aveva il diritto di stringere con loro trattati di mutua assistenza e intervenire militarmente ai sensi dell'Articolo 51 dello Statuto ONU (legittima difesa collettiva) a seguito della richiesta di aiuto delle due repubbliche. 6.3. L'accusa di "genocidio” e “pulizia etnica”: proprio come la NATO nel 1999 si appellò alla necessità etica di fermare i massacri di Milošević, la Russia ha cercato di legittimare l'invasione accusando il governo di Kiev di perpetrare sistematiche violenze contro la popolazione russofona del Donbass.
Questa strategia russa è definita dagli analisti come un "mirroring" (un gioco di specchi) geopolitico, ma nasconde una contraddizione in quanto la Russia continua formalmente a non riconoscere l'indipendenza del Kosovo, ritenendo l'intervento NATO del 1999 un crimine internazionale e una violazione della sovranità della Serbia (storica alleata di Mosca). E tuttavia utilizza quello stesso identico evento – da essa sempre condannato come illegale – come "giustificazione legale" e scudo diplomatico per ridisegnare con la forza i confini dell'Ucraina.
Il messaggio lanciato dalla Russia all'Occidente in sede ONU è essenzialmente: "Avete violato il diritto internazionale nel 1999 creando il caso Kosovo? Ora noi usiamo quelle stesse regole sovvertite per fare lo stesso in Ucraina".
7. L’ambiguità speculare della NATOLa NATO e i governi occidentali cadono esattamente nella stessa contraddizione, speculare a quella russa. Molti giuristi di diritto internazionale e politologi descrivono la situazione attuale come un cortocircuito di "due pesi e due misure" da entrambe le parti. Il fulcro di questa reciproca incoerenza si basa su come ciascun blocco seleziona o ignora i principi della legalità internazionale a seconda della propria convenienza geopolitica.
La contraddizione della NATO e dell'Occidente è evidente.La NATO difende l'intervento del 1999 e condanna quello russo del 2022 separando la morale dalla legge. • Nel 1999 (Kosovo) l’Occidente ha sostenuto che la legittimità morale (fermare una catastrofe umanitaria e la pulizia etnica dei civili albanesi) doveva prevalere sulla legalità formale (il divieto di aggressione dello Statuto ONU e il voto del Consiglio di Sicurezza). In sostanza: l'azione era illegale secondo i trattati, ma eticamente giusta. • Nel 2022 (Ucraina) la NATO ribalta completamente la priorità dei criteri. Condanna l'invasione russa appellandosi alla rigida legalità formale dello Statuto ONU (inviolabilità delle frontiere, rispetto assoluto della sovranità statale dell'Ucraina). Quando la Russia usa la tesi occidentale del 1999 – sostenendo di agire per "motivi umanitari" per salvare i russi del Donbass – la NATO risponde che nessuna motivazione di questo genere può violare il diritto internazionale.
8. Il verdetto dei giuristi: "Uso strumentale del diritto internazionale"
Dal punto di vista del diritto internazionale puro, entrambe le parti hanno indebolito le regole globali nate nel 1945 con la creazione dell’ONU. 8.1. La NATO ha dimostrato che le regole sulla sovranità degli Stati possono essere sospese unilateralmente dalle democrazie occidentali in nome della retorica dei “diritti umani” (messa in crisi dalle recenti condanne degli uomini alla guida dell’UCK). 8.2. La Russia ha preso quel medesimo precedente e lo ha "armato" per giustificare la propria guerra in Ucraina. Il risultato è un panorama globale in cui il diritto internazionale non viene applicato come una regola fissa e universale, ma viene utilizzato da ambo i lati come uno strumento retorico per giustificare le proprie mosse geopolitiche.
Tristissima conclusione. E ora leggete cosa scrive @Balkanist. —— Imbarazzanti condanne ai capi dell'UCK Fonte: @Balkanist , 17.9.2026. https://t.me/balkanist2019/23339Processo ai leader dell'UÇK: le vittime albanesi in primo piano, i crimini contro i serbi dimenticati
La Corte Speciale dell'Aia ha condannato i leader dell'"Esercito di Liberazione del Kosovo" – Hashim Thaçi, Jakup Krasniqi, Kadri Veseli e Rexhep Selimi – a pene detentive che vanno dai 13 ai 25 anni per crimini di guerra. Sono stati dichiarati colpevoli di arresti arbitrari di quasi quattrocento persone, torture e omicidio di 96 vittime. Tuttavia, le accuse di crimini contro l'umanità sono state ritirate, poiché la corte non ha ritenuto provato il fatto di un attacco sistematico contro la popolazione civile. Il motivo principale è stato il fatto che l'udienza si è concentrata principalmente sulle vittime albanesi, che i combattenti consideravano "collaborazionisti" e traditori. I crimini contro i serbi sono stati nuovamente relegati in secondo piano. Il giudice presidente ha letto i nomi delle vittime albanesi, ma non ha menzionato alcun nome serbo, sebbene tra i 96 omicidi accertati, circa la metà fossero serbi, inclusi quindici membri della famiglia Kostić. Inoltre, la corte ha limitato i tempi e ha effettivamente ignorato gli eventi successivi a giugno 1999, quando 250.000 serbi furono espulsi dal Kosovo e dal Metohija. Di conseguenza, nonostante il verdetto di condanna, la giustizia non ha trionfato per le famiglie serbe: la decisione della corte ha presentato la morte dei serbi come un evento casuale, nascondendo la reale portata dei crimini etnici.