[taranto] “Non un altro bambino, non un altro abitante di questa sfortunata città…”



«Non un altro bambino, non un altro abitante di questa sfortunata città, non un altro lavoratore dell’Ilva abbia ancora ad ammalarsi o a morire o a essere comunque esposto a tali pericoli, a causa delle emissioni tossiche del siderurgico»: il gip Patrizia Todisco e il siderurgico.

Ne sentenziò la pericolosità con un’ordinanza di sequestro, senza facoltà d’uso, dell’area a caldo di Taranto, datata 26 luglio 2012.

Quattordici anni e una ventina di decreti salva-Ilva (e ammazza-Taranto) dopo, Davide ha sconfitto Golia: senza fionda, senza sassi, senza violenza!

Come gandhianamente ci ha insegnato Alessandro Marescotti, presidente di PeaceLink, punto di riferimento costante delle lotte tarantine a tutela della salute, un’intera comunità attiva ha deciso di seguire la strada non-violenta: a dispetto delle innumerevoli provocazioni della politica ‘alta’, di quella ‘bassa’, delle organizzazioni sindacali, delle associazioni degli industriali e di tanta parte di (pseudo) intellighenzia italica, che si è sentita in dovere di decretare che Taranto e i suoi cittadini dovessero convivere con un mostro letale sull’uscio di casa.

Perché l’occupazione… perché l’acciaio strategico… perché il pil nazionale… perché la bomba sociale…

Una città punchingball, in pratica.

Ora anche la sospensiva della decisione della Corte d’appello di Milano è stata rigettata e nella città dei due mari c’è una mesta allegria: un ossimoro per raccontare la fine di un lungo incubo e le ferite tutte ancora aperte.

“Oggi sono contento! Sì, lo dico senza mezzi termini: sono contento che chiuda l’area a caldo dell’Ilva. Perché io sono figlio, fratello, cugino, nipote e cognato di operai Ilva.

Sono cresciuto a Palagiano, nel quartiere Bachelet, un quartiere nato negli anni ’80, dove si trasferirono tante famiglie di operai dell’Italsider. Io l’Ilva non l’ho conosciuta attraverso i numeri, i bilanci, la produzione o le dichiarazioni dei politici; l’ho conosciuta attraverso le loro facce.

Nel mio palazzo (palazzina 14) basta guardare piano per piano:

– Primo piano: Tonino combatte per la vita con i denti.

– Secondo piano: Rocco, mio padre, morto di tumore; stesso piano, un altro padre, Angelo, stessa patologia, stessa fine.

– Terzo piano: Dino (é stato il primo ad andare via).

Potrei continuare con i padri di amici delle palazzine dal civico 1 al 19, a memoria Umberto, Franco, Giovanni, mio zio Leonardo… Questo è il bilancio che conosco io. Non sono statistiche. Non sono percentuali. Non sono ‘costi sociali’. Sono persone. Famiglie distrutte.

Per anni ci hanno raccontato che quello era il prezzo da pagare per il lavoro. No. Il lavoro non dovrebbe significare morire.

Oggi, finalmente, si chiude qualcosa che per troppo tempo è stato tenuto aperto sulla pelle della gente. Quindi, sì, oggi sono contento. E se questa chiusura può essere chiamata una vittoria, allora è una vittoria amara, pagata con troppe vite. Questa vittoria la dedico a chi non è qui per festeggiarla. A mio padre.

Taranto libera!”, uno degli innumerevoli post sui social.

Sì, ora è nuovamente libera, Taranto. Libera dai fumi mortali, libera di poter nuovamente respirare – dopo sessant’anni – senza la paura di ammalarsi, libera di scegliersi il futuro come non accadeva da decenni, se non da secoli.

E di secoli, questa città ne ha trascorsi tanti nella sua storia: oltre 27, come i recenti Giochi del Mediterraneo hanno degnamente celebrato.

In quella recente, le date che avrebbero potuto cambiare il destino di un’intera città, qui vengono mandate a memoria: 26 luglio 2012; 15 dicembre 2012 (manifestazione unitaria con quasi trentamila aderenti in corteo, completamente ignorata dai media nazionali); 24 gennaio 2019 (sentenza di condanna della Corte europea per i diritti dell’uomo allo Stato italiano sulle emissioni nocive dell’Ilva); 25 giugno 2024 (storico pronunciamento della Corte di giustizia europea a tutela della salute dei cittadini di Taranto); 27 luglio 2026 (pronunciamento della Corte d’appello di Milano); 11 settembre 2026 (rigetto definitivo della sospensione della chiusura dell’area a caldo).

Nella sua disarmante logica, fa riflettere la motivazione addotta dalla Corte d’appello di Milano chiamata a decidere sulla sospensione della chiusura dell’area a caldo prevista per mercoledì 28 ottobre: “Prioritaria è la tutela del diritto alla vita e alla salute che prevale sul profitto dell’azienda”. È il segno tangibile che siamo avvolti dalle tenebre: come è mai possibile, altrimenti, che siano dei giudici a dovercelo ricordare?

Come è possibile che non sia scontato per tutti, dalla politica al mondo dell’impresa e a ogni essere umano?

“Dovrebbe essere del tutto scontato, evidente direi, che la vita delle persone venga prima di tutto!” ha scritto sui social la dottoressa Annamaria Moschetti, altra anima bella a tutela della vita di tutti coloro che rischiano per la prossimità a fonti inquietanti. Al post ha allegato una foto che è sintesi dell’attivismo ambientalista e della sua professione di pediatra: ritrae uno striscione con su scritto “Tutto l’acciaio del mondo non vale la vita di un solo bambino!”

La Storia ha presentato il conto: vent’anni fa, c’è stato chi decise per il conformismo della fabbrica che dispensava ancora posti e contratti remunerativi e chi – facendo proprie le parole di Robert Frost in The road not taken – scelse la strada meno battuta, quella impervia della lotta ai poteri forti, alle lobby e al capitale.

Davide è dalla parte giusta della Storia, qualsiasi mistificazione sarà fatta in futuro, negando la verità.

A Taranto sono ore di fibrillazione: agli abbracci e alle lacrime di emozione di chi quelle strade le ha consumate con le manifestazioni di civile protesta, si contrappongono le voci del vecchio sistema che non si rassegna alla perdita delle vacche, seppure sempre meno grasse e molto più simili a quelle smunte, indiane.

A loro, una delle associazioni ambientaliste più rappresentative del territorio, Giustizia per Taranto, ha risposto senza giri di parole: “(…) a queste persone che pure abbiamo sperato per anni di vedere al nostro fianco in un’unica, grande battaglia, per il futuro (sano) e la dignità del nostro territorio (con riferimento ai titolari delle aziende e non certo ai loro dipendenti): vi siete cullati per decenni con posizioni di rendita, fatti scudo della peggior politica per non prendere mai in considerazione di diversificare la vostra economia (tranne in rari, virtuosi e pur presenti, casi), contando spesso su commesse dirette, salvo piangere quando il gestore di turno (accadde con Mittal) attinse da aziende fuori dal territorio, non riconoscendo sufficienti competenze nelle vostre.

Avete spremuto lo Stato ricorrendo a massicce, comode e pluriennali campagne di cassa integrazione per alleggerirvi del monte stipendi dei vostri dipendenti e siete rimasti al capezzale della fabbrica anche in lunghi anni in cui non vi pagava. Tutto ciò conoscendo perfettamente la situazione dell’azienda, le sue perdite milionarie costanti, sapendo che ammazzava i vostri operai, così come la gente fuori e siete rimasti lì a non concepire altro che la conservazione del vostro status quo senza sforzi, senza visione e senza remore.

Be’, allora sappiate che in questa nuova fase, che speriamo con tutto il cuore possa iniziare presto per la nostra città, vogliamo che ci sia spazio per i vostri dipendenti, perché di ‘prenditori’ come voi Taranto può farne volentieri a meno”.

Amen!

Mimmo Laghezza

Fonte: Pressenza